Il faro di Ondina!

Il faro di Ondina!

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Descrizione

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La mia vita scorreva e sbagliavo e continuavo a sbagliare, come tutti cercavo sempre la gratificazione negli altri, ma al momento, non sono riuscito ancora ad ottenerla!

Ma dico? E’ mai possibile che noi dobbiamo adeguarci e gli altri devono solo giudicare?

Ho trenta anni, non sono un adone, per cinque anni ho cercato di accontentare una donna, ma mai l’ho vista contenta, si, quei pochi minuti di attività sessuale che ogni tanto mi concedeva, si, mi concedeva, perché toglietevelo dalla testa la frase fatta “l’uomo comanda”… è una bugia, non ha mai comandato, punto!

E sempre lei che comandava, lei che ordinava e tu ad eseguire per farla contenta e lo fai con lei, lo fai con i tuoi genitori, lo fai con il tuo datore di lavoro, mai per te stesso!

Per oltre dieci anni ho lavorato nel campo informatico, sono diplomato, poi ho acquisito una mini laurea con un Master in tecnologie avanzate e nell’A.I., l’intelligenza artificiale, ed è stata proprio quest’ultima che mi ha portato alla rovina.

Costi esorbitanti per i programmi, commesse oltre manica con ritardati pagamenti, avevo una visone particolare, volevo “umanizzare” i robot, l’idea piacque a tutti, tranne nello scucire i soldi che servivano per sviluppare il software necessario, quello era il mio compito, sviluppatore, ma cosa mai avrei potuto sviluppare, se non avessi avuto quei programmi che mi servivano per mettere a punto una strategia da utilizzare poi nella programmazione del robot?

Quindi, convinto della mia idea, iniziai ad anticipare, indebitandomi fino al collo, forte però della promessa dei finanziatori esteri di coprire le spese a trenta, sessanta, novanta giorni.

Ma ciò non avvenne!

Ed io?

Mi trovai, in mutande!

Avevo ricevuto l’avviso per lo sfratto esecutivo dal mio appartamento per la fine del mese di dicembre, bel Natale quell’anno, l’amazzone non vide l’ora, dopo aver fiutato il mio fallimento, di trovarsi un altro stallone con cui andare via e mi lasciò senza tanti complimenti, avevo qualcosa da parte, ma il panico si impossessò del mio cervello, solo come un cane, depresso, non mi restava altro di lanciarmi dal diciottesimo piano del Centro Direzionale, avevo perso tutto, cosa mi costava, era un attimo e così… avrei risolto ogni mio problema, ma era Natale… e mi concessi una cena in un noto ristorante della mia città.

Nella mia vita, avevo fatto diversi lavori per mantenermi allo studio, oltre al canonico cameriere tuttofare, avevo lavorato anche in cucina ero bravo, me la cavavo, mi piacevano i profumi della cucina, ero contento di inventare e mescolare gli ingredienti e creare nuove pietanze partendo dalla tradizione gastronomica napoletana, poi conobbi lei Elena, sia maledetta dove si trova adesso, mi convinse come solo una donna sa fare, diceva che avevo delle potenzialità e dopo pochi mesi prendemmo un appartamento, abbandonai tutto per lei e mi dedicai all’informatica, lei era docente in un liceo scientifico e insegnava storia dell’arte, si esatto, ma non proprio quella che canonicamente chiamiamo arte, non la sublime arte del pittore, dello scultore, ma proprio quell’arte, quello della puttana!

– Allora Leon, ti è piaciuta la cena?

Chi aveva parlato era la proprietaria del ristorante, nonché la mia ex datrice di lavoro, Ester

– Certo, lo chef è stato grande!

Mi guardò, ma intuì che c’era qualcosa di stonato

– Elena?

Risposi guardandola negli occhi, di getto

– Di troia!

Stupita

– Mi ha lasciato, senza tanti complimenti, è da qualche parte da quindici giorni con qualche altro stallone, ricco e prossimo cornuto!

Sgranò gli occhi

– Te l’avevo detto!

Era vero!

L’aveva detto appena l’aveva conosciuta, ma si sa noi uomini spesso siamo dei perfetti coglioni, specialmente quando troviamo esseri come quelli, bella, capelli biondi, proveniva dall’est Europa, occhi celesti e gelidi, quando passeggiavamo per strada, non c’era uomo che non si girasse, di qualsiasi età, ed io?

Ero contento e cornuto, mi portai le mani in faccia

– Avevi ragione tu!

Quando rialzai la testa

– Per fortuna hai il tuo lavoro.

Sibilai, non avevo voglia di dirlo

– Perso!

Si sedette

– E ora?

– Non lo so, non ho più nulla, non ho parenti, i miei conoscenti e le mie amicizie si sono allontanate da tempo da quando lei è entrata nella mia vita, mi diceva “ti voglio tutto per me”, capisci e io l’ho accontentata sempre, che stupido!

Mi prese le mani, le avevo portate sulla testa, per dimenticare, faceva molto male il ricordo di lei, si, c’erano stati momenti felici, ma solo quando lei decideva di averli, io ero meno che niente, un oggetto da usare e all’occorrenza gettare tra i rifiuti, ecco come mi sentivo in quel momento, mi risvegliò con la sua voce alterata, urlò

– Allora? Che fai, ti arrendi?

Sapevo a cosa si riferiva, lei non si era arresa, aveva preso per i capelli prima che la droga lo portasse alla morte, suo figlio, le aveva tentate tutte e dopo aver tentato le strade legali, lo aveva denunciato ai carabinieri, facendolo arrestare insieme agli spacciatori e dopo un periodo di detenzione e di riabilitazione durato cinque anni, ora era pulito e lavorava in cucina come Chef, era uno dei più bravi della città, da tutti riconosciuto e apprezzato.

Non rispondevo, incalzava

– Non mi hai risposto Leon, che intendi fare?

Le bastò uno sguardo nei miei occhi, intuì subito e mi diede uno schiaffo, si alzò di scatto

– No, non puoi!

Scoperto e sconcertato dallo schiaffo improvviso

– Perché?

– Si vive una sola volta e tu hai tanto ancora da dare e avere dalla vita, non sporcare la memoria dei tuoi genitori!

Improvvisamente, aveva preso il mio cellulare e lo brandiva come una pistola, me lo mise davanti, c’era la fotografia dei miei genitori il giorno delle nozze, mia madre con una coroncina in testa di roselline bianche come si usava nel suo paese e mio padre in un completo bianco.

Galeotta fu una gita di mia madre a Napoli con universitari di Oslo, fu un colpo di fulmine per loro due, mio padre lavorava in una pizzeria e lei rimase colpita da quel giovane testa rossa in canottiera e con un foulard celeste al collo ad infornare e sfornare pizze, si sposarono giovanissimi, mio padre aveva ventidue anni e lei ne aveva appena compiuti venti, le famiglie non volevano, ma loro furono testardi e un anno dopo nacqui per la loro gioia.

Ester lo sapeva, era la mia immagine preferita, li amavo più di me stesso, ma un incidente ferroviario me li aveva portati via l’anno prima, erano partiti per festeggiare trenta anni di matrimonio alla Città del Vaticano, a Roma, dal Papa

– Allora?

Aveva colpito la corda giusta, mi alzai per abbracciarla

– Qualcosa troverò, grazie!

Non voleva che andassi via, volevo pagare la cena ma non volle, mi guardò negli occhi

– Sono certa, non lo farai! Vai figlio mio e vedrai che la provvidenza ti aiuterà, devi solo stare attento ai suoi segnali, non è una persona e ti risolve il problema, ma ha i suoi modi per rintracciarti.

Tornai a casa e versai fino all’ultima lacrima!

Il giorno del Capodanno, non so come e ne il perché, mi ritrovai sul molo Beverello, era la passeggiata preferita di mio padre, mi diceva sempre “da qui possiamo vedere i fuochi di tutta la città senza farci male”, ed era vero, da lontano seguivo i fuochi nei vari quartieri della città, ecco, il Vomero, Posillipo, Piazza Plebiscito, i Quartieri spagnoli erano meravigliosi e in acqua tante barche, dalla più piccola alle più eleganti e su ognuna si festeggiava la fine dell’anno.

Non so perché, ma guardandole, pensai a mio padre, mi convinse a prendere la patente nautica “Potrebbe sempre servire!” mi diceva, ed io in tutti quegli anni mi ero aggiornato sempre ed avevo partecipato a tutti i corsi che la capitaneria del porto organizzava per gli associati, ne andavo fiero.

Perché no!

Perché non propormi come pilota di qualche cabinato?

Mentre guardavo i fuochi dell’anno che andava via, decisi di presentarmi in capitaneria il giorno successivo, era quasi l’alba, inutile tornare a casa, avevo già le valigie pronte, Ester mi aveva mandato un messaggio “Se non sai dove andare, qui c’è sempre un posto per te, lo sai”, mi voleva bene, la ringraziai e con quest’animo passai la restante parte della notte nei pressi della capitaneria di porto.

Alle cinque di mattina arrivarono quelli delle pulizie, ero intirizzito dal freddo, mi notarono subito, ero come un pulcino bagnato e rattrappito seduto su una panca, una signora gentile

– Aspetta qualcuno?

Dissi di no con la testa, non avevo la forza di parlare

– Allora?

Mi feci forza

– Aspetto che apre la capitaneria.

Dissi battendo i denti

– Benedetto figliolo, qui congelerai, vieni entra dentro con noi, almeno sarai al caldo.

– Grazie.

E mi trovai nella sala d’aspetto della sede, sentivo in lontananza delle voci, la guardai interrogativamente

– Sono quelli che hanno fatto il turno di notte, stai tranquillo, li avverto io.

Iniziai a prendere calore, con degli spiccioli, dalla macchinetta automatica, un latte bollente con il caffè e iniziai dopo poco a riprendere colore, non riuscivo a stare fermo, le gambe si erano quasi atrofizzate e quindi percorrevo tutto il salone avanti e indietro, stando attento a non dare fastidio a loro che stavano pulendo, guardavo i tabelloni dove c’erano i comunicati e uno in particolare attirò la mia attenzione

“Vendesi faro di Zitrichy – Islanda”

Non avevo nulla da fare, erano da poco passate le sette di mattina, ci voleva un’altra ora prima che la Capitaneria aprisse gli uffici, con il cellulare iniziai a fare delle ricerche sul faro e a mano a mano, iniziai ad incuriosirmi, era su un isolotto completamente disabitato, collegato alla terra tramite una striscia di rocce e pietrisco, un faro di colore rosso e si vendeva con una foresteria con tre stanze da letto.

Il faro era in vendita da un mese e il bando di concorso terminava alle 9.30 del 2 gennaio del nuovo anno, la cifra era notevole, era stato messo all’asta inizialmente per cinquantamila euro, il costo era arrivato dopo il terzo ribasso a dodicimila euro, guardai le foto, certo non era in buone condizioni, ma mi piaceva, un attimo di distrazione e mi cadde il cellulare, aprendosi in due e spargendo per terra il contenuto, un’idea pazzesca iniziava a girarmi in testa, ma ci vollero altri due caffè per diventare lucido, cercai di aggiustare il cellulare, lo accesi e si aprirono gli sportelli della capitaneria, erano tre, il mio era il secondo centrale, guardai meglio e vidi una faccia conosciuta, era un vecchio marinaio, pronto ad andare in pensione, da lui dovevamo rivolgerci ogni volta che dovevamo vidimare la patente nautica

– Buongiorno Tenente.

Mi guardò, poi mi riconobbe

– Leon sei venuto a vidimare la patente nautica?

Ero imbarazzato, quasi sottovoce

– Si, ma non solo…

Lui si avvicinò al vetro dello sportello

– E…

Presi la patente nautica dal portafoglio, gliela passai

– Volevo anche una informazione?

Lui la prese, stava scrivendo i dati e mi ascoltava

– Vorrei rispondere ad un annuncio, quello che si trova in bacheca.

Solo allora alzò la testa ed io con la mano stavo indicando la bacheca

– Quale delle tante?

– Il faro!

La penna si spuntò e lui mi guardava con gli occhi fuori dalle orbite

– Quello di Zitrichy?

Con la testa dissi di si

– Ti vuoi suicidare?

Rimasi a bocca aperta, senza parole, poi risoluto

– Si!

Dopo lo stupore del tenente della Capitaneria, riempii i moduli per partecipare all’asta, dovevo attendere il giorno dopo per sapere l’esito e quella sera tornai al ristorante da Ester, le raccontai tutto, era esterrefatta ed io eccitato, lei senza parole

– Ma davvero?

Annuii contento

– Tu sei pazzo!

L’abbracciai

– Non ho altre alternative, poi quando ho fatto delle ricerche sul faro l’ho preso come un segnale positivo, mia madre era islandese come tu sai e conosco bene la loro lingua, domani saprò se la mia richiesta verrà accettata, ma spero tanto che lo sia, ho dovuto versare il cinquanta per cento come caparra e fatto richiesta di pagare a rate mensili il resto, per cinquecento euro mensili, se dovessi vincere il bando.

Mi allontanò con la mano nell’aria, come fa una madre quando vuole allontanare l’idea di perdere un persona cara

– Sei stato precipitoso!

– No, mamma Ester (la chiamavo così già da tempo) sono realista!

Non disse più una parola, ma una lacrima scendeva silenziosa sul suo volto, mi preparò per la notte la stanzetta dove dormiva solitamente il pomeriggio per fare un riposino e la mattina successiva aspettò con ansia il mio ritorno dalla Capitaneria.

Al mio ritorno, non le dissi nulla, ma capì immediatamente, ero contento e ci abbracciammo in silenzio, la mia richiesta era stata accolta, le promisi che ci saremmo tenuti in contatto e dopo aver preso quello che mi restava della mia roba mi imbarcai sul primo aereo per l’Aeroporto Internazionale di Keflavík.

All’arrivo, mi attendeva un elicottero della compagnia che gestiva prima il faro per trasportarmi lì, mi guardavano strano, ma feci finta di non accorgermene, furono colpiti che conoscessi la loro lingua, uno di loro, quando arrivammo al faro mi disse che tutti sapevano di un italiano e dell’acquisto del vecchio faro di Stykkishólmur, era diventata una notizia, poi mi sorrise dandomi una pacca poderosa sulla spalla in segno di benvenuto, guardai l’elicottero allontanarsi e fu solo allora che lo vidi per bene, il faro, mi incuteva paura così da vicino.

La giornata era bellissima, sentivo solo le grida degli uccelli marini che pescavano, lasciai il mio trolley e con le chiavi entrai, la base era grande e spoglia, solo al centro una scala circolare, iniziai la scalata, sembravo un bambino nel paese delle meraviglie, ogni passo rimbombava, ma quando arrivai sulla cima, centralmente una cabina con tanti vetri che davano l’opportunità di guardare a trecentosessanta gradi, una plancia centrale, aveva dei comandi e un orologio, il silenzio era impressionante, sentii un vuoto, una forma di panico all’improvviso, una porticina stagna portava all’esterno su un terrazzino circolare e qui avvenne la magia, il blu del mare si confondeva con il cielo, avevo preso con me il binocolo e guardai tutto intorno, alcuni pesci iniziarono a danzare sull’acqua, gli uccelli a roteare attorno al faro, era una vista meravigliosa, incuteva rispetto, mi calmai e fu una sensazione stupenda.

Il respiro si regolarizzò rapito da tanta bellezza.

Guardai giù, inizialmente mi girò la testa, ma poi tutto divenne normale, era alto quasi trenta metri, in basso potevo vedere un’abitazione piccola addossata quasi alla roccia piena di neve, non sono mai stato un credente, ma non ero nemmeno ateo, ma quando alzai gli occhi al cielo e vidi iniziare il tramonto da lontano, iniziai a pregare, era meraviglioso la natura che mi circondava, grandezza di Dio.

Dopo tornai alla triste realtà!

Quando tornai giù, lo stato di abbandono di anni era evidente, alla base del faro c’era una nicchia, una stanzetta con un bagno, forse il lontano appartamento del guardiano del faro, una porta sgangherata decise dopo l’apertura di aver terminato i suoi giorni, cadendo con un tonfo pesante al suolo, i cardini arrugginiti affondati nella roccia avevano ceduto, le quattro feritoie che portavano luce dall’esterno nel faro, erano senza vetri, rimaneva solo l’ossatura a quadrato, stile inglese, vecchio inglese.

Tramite un cunicolo, abbastanza alto e leggermente spazioso per il passaggio di una persona, si accedeva dal faro all’abitazione quella che avevo visto dall’alto, era in pietra viva, appena fuori dal cunicolo una grossa sala, certamente aveva visto giorni migliori, era enorme con due camini al lato opposto, alti quasi quanto me e non ero certo un nano, quasi un metro e settanta, evidentemente era la sala da pranzo, perché confinava con una cucina ampia, con i fuochi ricavati in una parete di mattoni rossi, a carbone o legna, un tavolo centrale, mi rifiutai di provare la solidità, pena una caduta rovinosa sui miei piedi, un grosso lavabo alla parte opposta e tre finestre, ovviamente senza vetri, dal salone passai alle stanze, erano tre di piccole dimensioni ed una più grande, una specie di bagno e…nulla più!

Uscii fuori, avevo bisogno d’aria, mi sentivo soffocare, mi accolse una folata di vento gelido, tutto era ammantato di bianco, la neve era caduta copiosa, almeno cinquanta centimetri, all’improvviso sentii il panico e mi resi conto di aver fatto una grossa cavolata, guardai alla mia destra e vidi il mio trolley abbandonato alla furia della neve che iniziava lentamente a scendere, poi a sinistra, vidi un capanno, mi avviai per scoprire certamente altro sfacelo e qui, invece fui fortunato, c’era una vecchia jeep ed un carrello, coperta con un telone, era in discrete condizioni.

Pensiero e azione, entrai nell’abitacolo e misi in moto, non ne voleva sapere, ma il motorino ronzava, riprovai pregando tutti i santi e le madonne e finalmente si mise in moto, sganciai il carrello e prima che decidesse di spegnersi, recuperai il trolley e via sulla strada sterrata e piena di neve, per fortuna era delimitata da pali indicativi, verso l’incognito.

Era una lingua di terra con il mare ai lati, almeno così mi sembrava, cercando di mantenermi sulla carreggiata dopo qualche chilometro una visione, tante case colorate ero arrivato nella cittadina di Stykkishólmur, lessi il cartello all’ingresso, il motore iniziava a borbottare, guardai l’indicatore del carburante, quasi a zero, mi fermai appena in tempo,  vidi un’insegna di un pub, scesi con il mio trolley e diedi un’occhiata intorno, mi trovavo in prossimità del porto e in lontananza si vedeva il faro, il mio faro, entrai, l’aria era piena di fumo, non vedevo un accidenti, poi mi diressi verso un bancone

Chiesi ad alta voce

– Qualcosa di forte!

C’era un gruppo musicale su una pedana, un fracasso indescrivibile e seduti ai tavoli gruppi di persone con una pinta di birra in mano che battevano sul tavolo, incuranti della caduta del liquido

– Ecco!

Girandomi mi trovai davanti un uomo più o meno della mia età, aveva degli occhi celesti e un sorriso a quarantadue denti

– Prendi!

Guardai il bicchiere, un liquido bianco come l’acqua, alzai la testa interrogativamente

– Prendi!

Lo ingollai tutto d’un fiato distrattamente, non l’avessi mai fatto, fu come se fosse sceso un pezzo di lava incandescente del Vesuvio bruciando la mia trachea, iniziai a tossire, rosso come un peperone, come potetti respirare

– Ma che diavolo è?

– Brennívin! (vino che brucia)

Mi passò un altro bicchiere, lo guardai, il colore non era molto invitante, nero come la pece, ma lui

– Topas!

E mimava il gesto per farmi bere, avevo freddo nonostante quell’intruglio iniziale, stavolta fui più cauto e iniziai a sorseggiare e non sbagliai, sentivo forte la liquirizia e poi altri sentori di erbe, era si forte, ma gradualmente riportò il mio stato generale, da stoccafisso gelato in un’altra forma scongelata

– Buono!

Contento con la mano aperta in segno di saluto

– Benvenuto, mi chiamo Aki.

Strinsi la mano

– Leon.

Cenno di assenso e poi fu chiamato dall’altro lato, non era mia abitudine bere senza mangiare, vicino c’era una vetrinetta con dei dolci, feci un cenno e dopo aver avuto il consenso, presi una ciambella, era molto profumata, un pausa alla mia innata fame, mi sedetti vicino ad un tavolo e Aki mi riempì di nuovo il bicchiere con quello strano liquore, per un attimo dimenticai quello che mi era capitato, dopo il terzo bicchiere, fu il buio totale.

– Amico!

Qualcuno mi strattonava

– Leon svegliati!

Un occhio, poi l’altro e vidi davanti a me Aki, la testa mi ronzava, un silenzio intorno, alzai la testa, non c’era più nessuno, mi girai di nuovo

– Sono le quattro del mattino!

Cercai di darmi un tono…

…segue…

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Araldo Gennaro Caparco

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