Aurora

Aurora

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Descrizione

Aurora

Napoli, stazione dell’alta velocità.

Il marciapiedi è semi vuoto, sto aspettando la visualizzazione sui monitor per il numero delle carrozze ed è in quel momento guardandomi intorno che la noto, poco più in la, una ragazza con due valigie, arranca sul marciapiedi, una più piccola maneggevole e l’altra più grande, a vederla sembra molto pesante, riesce comunque a trasportarle nonostante una borsa a tracolla, che gioca a fare l’altalena davanti e dietro al suo corpo, lasciandola senza fiato.

Alta, quasi come me, un metro e ottanta circa, molto magra al contrario del sottoscritto, capelli neri a caschetto, età sui venticinque anni circa, pantaloncini neri, maglia bianca, fantasmini rosa e scarpe da ginnastica dello stesso colore.

Ecco i numeri si visualizzano sui monitor, la vedo, siamo ad uno scompartimento di distanza, ma con due classi diverse, lei in prima ed io in smart, arriva il treno, tre minuti la sosta per poi ripartire, la perdo di vista un attimo, entro con il mio trolley ma mi fermo sulla soglia, l’appoggio a terra e ridiscendo, lei non c’è più, ma la valigia grande è lì, non vedo nessuno vicino, istintivamente mi avviò all’ingresso del suo vagone, guardo dentro, eccola sta trafficando con la prima valigia senza rendersi conto che il treno sta per partire

– Attenta!

Colpita, dalla mia voce, quasi urlò girandosi all’improvviso, sbilanciandosi

– Ma che succede?

Giusto il tempo per tirare il piede dentro, la porta del treno si rinchiude e tragicomicamente mi trovo spiaggiato tra i gradini di ingresso e in mano ancora stretto il valigione, portato in salvo dentro al vagone

– Non ti sei resa conto che il treno stava partendo?

Mi guarda meravigliata, gli occhialoni scuri da sole si abbassano sul nasino rivelando due occhi azzurri come il colore del mare

– No, mi dispiace! Vieni, ti aiuto.

Sbloccato finalmente da quella scomoda posizione, l’accompagno al posto nel suo scompartimento seguendola, mi guarda divertita

– Grazie.

– Di nulla, io mi chiamo Rino e tu?

– Aurora.

Non avevo voglia di andare via, l’aiutai a sistemare i bagagli, sul vano superiore

– Se dovessi aver bisogno di qualcosa, sto nell’altro scompartimento.

La vidi per un attimo smarrita, si guardò intorno, il suo vagone era semivuoto e inaspettatamente

– Perché non vieni qui?

Stavolta fui io ad essere stupito, ma l’idea mi piaceva, sorrisi

– Ora vedo se è possibile!

– Ma è vuoto?

– Si, è vero, ma è una classe diversa, vedo se è possibile.

– Grazie allora.

Le strinsi la mano, ma nessuno dei due aveva intenzione di lasciarla alla fine ci riuscimmo, mi feci undici vagoni prima di trovare il capotreno, gli spiegai la mia intenzione di cambiare classe e lui dal cellulare, vide un solo posto disponibile, il quindici, ed era proprio quello di fronte a lei, lo presi, pagai la differenza e tornai, stava leggendo o almeno così mi pareva, si illuminò vedendomi, contenta

– Ci sei riuscito?

– Si, è stata una fortuna, ho parlato con il capotreno e pagato la differenza.

Stupita

– Ma, era necessario?

– Non sarei stato capace di fare altro, sai sono figlio di un ferroviere e mi sarei sentito in imbarazzo in un posto non mio e di una classe diversa senza averne titolo.

Aggiustai il mio trolley mentre lei mi guardava, sempre più incuriosita

– Viaggi leggero?

Non era un’affermazione, ma una domanda

– Si, sto andando a fare un colloquio di lavoro.

Interessata

– Che lavoro fai?

Mi divertiva questo dialogo tra sconosciuti

– Ufficialmente sono un geometra, ma per diletto cucino.

Meravigliata, sorridendo

– E quale dei due lavori è impegnato in questo tuo viaggio?

– Entrambi!

Era incuriosita ed io ero disponibile a parlare, ma anche curioso di conoscere il perché del suo viaggio, fummo interrotti dagli stewart della compagnia ferroviaria ci offrirono uno snack e utilizzammo quei pochi minuti per analizzarci a vicenda

– E tu? Ho visto che hai due valigie corpose, ti stai trasferendo?

Divento rossa all’improvviso, poi abbasso gli occhi e quasi sottovoce

– Si, e per sempre!

E cadde il gelo, mi morsi quasi la lingua per aver fatto quella domanda inopportuna, per fortuna arrivammo a Roma Termini

– Sgranchisco le gambe e fumo una sigaretta, vuoi venire?

Sollevata

– Perché no?

Scendemmo!

C’erano molte persone in attesa di salire, mi misi da parte per fumare la sigaretta e lei mi seguiva, poi squillò il suo cellulare, mi allontanai senza perderla di vista, dai gesti intuii che era qualcosa di importante, era nervosa e gesticolava ma sempre senza alzare la voce e così facendo non si era resa conto che si stava allontanando dalla banchina e dal treno.

Spesso avevo fatto quella linea come tanti giovani e meno giovani alla ricerca di un lavoro, conoscevo a memoria i vari segnali per la ripresa del viaggio, mi allarmai quando sentii il secondo squillo della prova dei freni e senza pensarci due volte, mi avvicinai di corsa, stava oltre lo scompartimento e quasi prendendola in braccio la catapultai nello scompartimento, fui aiutato dai miei centoventi chili di peso e placcando rovinammo sul predellino, era sconvolta

– Ma che diamine?

Ansimavo, appena dentro si chiusero le porte

– Stavamo per perdere il treno, non te ne sei accorta?

Si guardò intorno, il cellulare le cadde da mano aprendosi

– No, non mi ero resa conto, scusami!

Senza accorgermene avevo quasi urlato

– Quando ti ho visto presa al telefono, ho pensato di fare la cosa giusta, scusami.

Presi con calma il cellulare, rimisi la batteria a posto e glielo diedi, qualcosa era cambiato in lei, stava lacrimando, mi preoccupai, pensai di essere stato inopportuno

– Non l’ho fatto apposta, anche se non ti nascondo è stato un  piacere prenderti in braccio.

Le strappai un sorriso e arrossì

– Vieni, andiamo a sederci.

La presi per mano e ritornammo ai nostri posti, mi sedetti

– Vado un attimo in bagno.

Lasciò la borsa e il cellulare

– Aurora, la borsa.

Stavolta sorrise

– Con te sono tranquilla!

E si avviò, ero contento!

Quando ritornò

– Ho trent’anni, da cinque collaboro con un anziano architetto specializzato in ristrutturazione di chiese, quando ha saputo che avevo un colloquio di lavoro a Torino, mi ha affidato un progetto l’abbiamo fatto insieme, per portarlo al sacerdote che l’ha commissionato, in un paese vicino ad Aosta, Saint Marcel…

Se fossi stato attento, certamente avrei notato che ascoltando quel nome si era allertata, ma continuai, guardando fuori

– …ma la mia vera passione è la cucina, ho un secondo diploma dell’alberghiero come chef…

Stupita e oramai ripresa

– Davvero?

– Si, il mese scorso ho risposto ad un annuncio e oggi nel pomeriggio ho un colloquio di lavoro e domani vado a presentare il progetto al sacerdote.

E mi girai verso di lei, capì che era arrivato il suo momento

– Era mio padre al telefono!

Disse quasi piangendo e si fermò

– Non continuare, non voglio sapere, ti prego.

Ma lei continuò

– Sono andata via da casa per sempre!

Ero stupito!

E non parlò più, arrivammo a Firenze, avevo rispettato il suo silenzio

– Vuoi scendere?

Fece con la testa di no e quando tornai nel vagone, notai la sua aria più serena, appena mi vide

– Solo qualche giorno fa ho saputo di avere un fratello gemello.

Sgranai gli occhi e dovetti fare una faccia così strana che scoppiò a ridere

– Come? Un fratello gemello e tu non lo sapevi?

Ridiventò seria

– Si, è stata mia nonna ad avvertirmi e la sto raggiungendo, a Torino viene mio fratello Antonio a prendermi, quando l’ho detto a mio padre,  non voleva che partissi, ha continuato a negare che ci fosse un mio gemello, abbiamo litigato, ho preso le mie cose e sono andata via.

Un poco per quello che aveva detto, un poco perché a Bologna, il treno si riempì di persone, rimanemmo in silenzio per diversi minuti

– Ma se non lo conosci come farai a riconoscerlo?

Mi guardò diritto negli occhi

– Mi ha detto che avrà una sciarpa rossa al collo e di sicuro non potrò non riconoscerlo.

Tutto strano!

Cercai di distrarla

– Che lavoro fai?

Si illuminò

– Lavoravo in una radio cittadina, avevo una mia rubrica che trattava la cronaca nera e ha detta degli altri, ero anche abbastanza brava, quando ho lasciato il lavoro, il direttore voleva in tutti i modi convincermi a non farlo, aumentando anche lo stipendio, ma poi alla fine, non riuscendo mi ha dato dei numeri di telefono per delle radio locali di Aosta, dove sono diretta.

Secondo errore, se fossi stato attento!

Ma non lo ero, mi bastava guardarla, ma per non metterla in imbarazzo lo facevo di nascosto, ma non appena chiudevo gli occhi, la rivedevo, il suo sorriso, i suoi occhi , la sua bocca, ero indifeso.

Si chiuse in un mutismo, arrivammo a Torino, l’aiutai a prendere i bagagli e ci avviammo all’uscita di Porta Nuova, ma di persone con una sciarpa rossa al collo nemmeno l’ombra, lei iniziò a preoccuparsi, prese il cellulare, nessuna risposta

– Andiamo verso il parcheggio, vedrai che si sarà fermato li.

Prendemmo le valigie e ci spostammo sulla destra verso il parcheggio, ma nulla nemmeno li, non c’era nessuno in attesa con la sciarpa rossa

– Ho telefonato e non risponde, ho mandato dei messaggi, ma nulla, nessuna risposta.

Era come un pulcino disorientato

– Facciamo così, ora prendiamo un tassì e andiamo al bed e breakfast che ho prenotato.

Lei mi guardò allibita

– Stai tranquilla, non ho nessuna intenzione cattiva, ci sono due camere da letto, sono stato spesso in quel luogo.

Sorrise

– E poi?

– Io vado al colloquio di lavoro e tu nel frattempo ti puoi rinfrescare e chiamare tuo fratello, ci terremo in contatto con il cellulare.

Mi stupì la sua velocità nel rispondere, immediatamente

– Va bene!

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Il mattino dopo.

Sono fuori ad un palazzo di Corso D’Azeglio, ho preso un’auto a noleggio e sono in attesa delle undici l’orario che mi ha dato Aurora per l’appuntamento.

Cos’è capitato?

Dopo aver accompagnato Aurora, la lasciai per andare al ristorante per il colloquio, al lato opposto della città verso via Conte Verde in prossimità del Duomo dove si trova la Sindone e la sede del Comune di Torino.

Incontrai il proprietario, un peruviano, mi fece vedere la struttura e mi avvertì che tra non molto sarebbe arrivato il cuoco per farmi il colloquio, nell’attesa vedendo lo stato della cucina, mi cambiai e fece pulizia, ci tenevo a fare una bella figura e così misi a lucido tutto, ma della brigata di cucina e dello chef nemmeno l’ombra.

Squillò il cellulare

– Rino.

– Dimmi Aurora.

– Hai finito?

– No, non ho ancora iniziato, nel frattempo ho messo a posto la cucina

Silenzio

– Da solo?

– Si, non ti dico in che condizioni era.

Sorrise

– Senti, volevo dirti che ho sentito una mia amica e mi trasferisco da lei per stanotte

Stavolta ero io senza parole

– Rino?

– Si, ci sono.

Ero dispiaciuto e si sentiva

– Scusami, non riesco a rintracciare mio fratello, ho avvertito nonna, potremmo andare insieme in auto domani, mia nonna non è molto distante da Saint Marcel, che ne pensi?

Si ero dispiaciuto, ma l’idea mi piaceva

– Certo!

– Bene, allora ti mando l’indirizzo, a domani, in bocca al lupo per il colloquio.

E già, il colloquio!

Non ci fu nessun colloquio!

Il proprietario ad una certa ora mi avvertì che lo chef e la brigata di cucina si erano licenziati in tronco, era disperato, aveva delle ordinazioni per dei tavoli e mi pregò di dargli una mano e così fu.

Alle quattro di mattina terminai il servizio, voleva che tornassi il giorno dopo, ma gli dissi di no e mi diede duecento euro per avergli salvato la serata.

Tornai a casa e trovai tutto intatto, Aurora non aveva usato nulla, tante erano le domande senza risposta, ma stanco e distrutto così com’ero mi misi a letto e dormii profondamente.

Ed eccomi qui, letteralmente in mezzo ad una strada in sua attesa, ero arrivato in anticipo, presi un caffè e chiesi delle indicazioni stradali e dopo mi riportai sotto al palazzo dove avevo parcheggiato l’auto, alle undici precise si aprì il portone, ma non era lei, uscì una ragazza bionda mozzafiato, aveva una tuta pantaloncini corti e canottiera nera che mostrava in pieno il suo bellissimo corpo, si avvicinò sorridendo, era talmente evidente la mia sorpresa

– Tu devi essere Rino!

Quasi balbettando

– Si, e tu?

Sorrise

– Tara, l’amica di Aurora.

Solo allora realizzai che lei non c’era

– E Aurora?

– E’ partita!

Così dicendo, mi diede un foglietto

– Mi ha detto di darti questo, ciao.

E si avviò correndo.

Inebetito la guardai, senza parole, si girò, salutai come un deficiente e lessi il foglietto

“ Scusami, non avendoti sentito ho pensato che avresti fatto tardi stanotte e non ti ho chiamato sul cellulare,  mio fratello viene

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