Tesla

Tesla

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Descrizione

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Dati anagrafici:

Nome Lino, Età 40 anni compiuti da poco,Celibe,Lavoro – Investigatore, Città – Napoli. Bello vero, mica tanto!

Dopo aver avuto un’esperienza in campo lavorativo per dieci anni in una multinazionale, una mattina ti svegli e sei disoccupato!

Smarrimento, farmaci, depressione e chi più ne ha più ne metta, 11 anni di convivenza, stessa modalità, stesso destino, neanche un biglietto, neanche a guardarsi negli occhi ed essere sincera, un sms sul cellulare, il giorno del mio licenziamento “Non ce la faccio più, vado via, parto con un amico in Australia. Addio”.

Ma si può essere così aridi, non dico che la nostra relazione fosse tutta rose e fiori, stavamo bene insieme, almeno credevo, più volte le avevo chiesto di regolarizzare la nostra posizione, e lei niente, “Stiamo bene così!”, figli? Nemmeno a parlarne, dovevamo rifuggire tutte le occasioni che si presentavano, con i nostri amici, che nel frattempo, avevano prolificato.

Avevo accettato tutto, per lei, e ora? Uno sms e si chiude la partita!

Dopo la fase di analisi, coadiuvato da un amico psicologo, durata 24 mesi, alla fine ho concluso, che era una stronza, una grande stronza!

Ed io… un coglione!

Ed eccomi qui, fresco di diploma.

E già a quaranta anni!

Non avendo altre  possibilità nel mio campo lavorativo, oramai sempre più tecnologico dove internet fa il lavoro di dieci uomini o donne in strada a vendere, incontrai per caso alla villa comunale, una domenica, un mio compagno di scuola Pietro. Non mi aveva riconosciuto, lo chiamai io, ci sedemmo su una panchina e dopo cinque minuti, il tempo di raccontare la sua vita, mi interroga sulla mia.

Dopo trenta secondi, avevo finito, tra lo sbalordimento e tre mosche che erano entrate per esplorare la sua bocca, per poi uscirne senza che se ne accorgesse, era solo per stupore, le sue prime parole, anzi la sua unica parola, “Cazzo!” e terminò la conversazione. Seguì un imbarazzante silenzio, che durò diversi minuti, mi offri una sigaretta e accettai di accenderla, poi “Devi rifarti una vita”, lo guardai senza rispondere “Sei stato sempre il più studioso e curioso della nostra classe, tutti, ma proprio tutti, ti avevano come  “confessore”, uomini e donne, perché sapevano che quello che ti rivelavano era come se fosse chiuso in una cassaforte, la tua!”, lo ascoltavo e non capivo, ma mi nascondevo dietro la nuvola del fumo della sigaretta.

– Ascolta, io lavoro da tempo per un’agenzia interinale, l’altro giorno è venuta una nostra cliente a portarci dei volantini, ha un’agenzia investigativa e sta promuovendo un corso, il primo nella Regione Campania.

– E io che c’entro?

– Devi muoverti,  cambiare, scrollarti la negatività che hai addosso, si vede da lontano che sei uno straccio, che ti costa? Vacci a parlare, dammi in tuo numero di cellulare che quando vado a casa ti invio tutto tramite sms, l’indirizzo e il numero telefonico.

Lo feci contento, ma giusto per non farlo dispiacere, ci salutammo e rimasi su quella panchina.

Mi guardavo intorno, famiglie con bambini, nonni con nipoti, badanti con anziani, l’immancabile uomo dei palloncini, le urla di un neonato, nulla mi dava fastidio!

Ero solo immerso nei miei pensieri, nel pomeriggio, Pietro mi inviò quello che avevo promesso, ringraziai e… me ne dimenticai!

Era passata una settimana, la mia giornata era divisa in questo modo, la mattina all’ufficio di collocamento, due fette di pane in cassetta con una sottiletta, era il mio pranzo, poi letto e televisione, televisione e letto. Nel fare lo zapping tra i canali, mi capitò di vedere una pubblicità con una bella signora che invogliava le persone ad iscriversi al primo corso per informatore commerciale.

Fu un lampo, mi ricordai tutto, l’incontro con Pietro e il resto, presi il cellulare e chiamai!

Fu un periodo bellissimo e stancante, non avevo i soldi per pagarmi il corso, e quindi raggiunsi un accordo commerciale con la titolare dell’agenzia, la mattina lavoravo per lei gratis all’archivio e il pomeriggio frequentavo il corso, mille ore, tutti i pomeriggi, escluso la domenica.

Il corso era cofinanziato dalla Regione, era di alto livello, i vertici regionali avevano affidato questo corso a una persona che aveva l’agenzia da moltissimi anni, erano tre generazioni di investigatori. I docenti provenivano da diverse località italiane, studiavamo diverse materie, tra cui oltre la criminologia, il codice penale, le tattiche investigative, lo studio delle armi convenzionali e tecnologiche,  anche un corso di autodifesa personale con “incontri” tra noi studenti.

Ero il più anziano, partimmo in 20 alunni, rimanemmo alla fine in cinque, gli esami furono rigorosi e durarono tre giorni, ma alla fine fui tra i primi tre a conquistare il diploma.

Una stanza della mia abitazione, la trasformai in ufficio e con l’aiuto della titolare, iniziarono a venire i primi casi da risolvere, era già un anno che facevo questa attività e i riconoscimenti si alternavano agli (per fortuna) insuccessi.

Non potrò mai dimenticare quel giorno, era il primo aprile, avevo da poco finito di preparare una fattura per un caso di “tradimento familiare” lavoro molto impegnativo che mi aveva tenuto occupato per tre mesi tra pedinamenti e appostamenti, arrivò una raccomandata, portata da un pony express.

Era una busta gialla, di quelle commerciali, a sacchetto, strano pensai, mandarla per raccomandata, nessun mittente, solo il mio indirizzo, ancora più strano il contenuto, c’era un biglietto aereo per le 14.00 da Napoli per Catania e un altro già pagato per il ritorno senza data, una chiave e un bigliettino con un numero di cellulare.

Li per li, pensai onestamente ad un pesce d’aprile, ma tutte le mie impressioni scomparvero nel momento della mia telefonata all’aeroporto e alla compagnia di volo, ero stato prenotato per quel pomeriggio, la cosa mi intrigava, ma chi mai poteva essere l’autore di questa richiesta di avermi a Catania?

Non mi restava che chiamare il numero di cellulare, per avere spiegazioni, ma fu del tutto inutile, perché dopo aver fatto il numero, la persona che mi rispose dopo aver chiesto chi ero, mi disse solo “cassetta di sicurezza dell’aeroporto n. 38” e riagganciò!

Delle due, l’una o era un tranello di qualche marito che avevo scoperto o di una donna, perché no! Oppure era un nuovo caso! Il lavoro che avevo intrapreso, mi aveva già dato delle opportunità strane in quest’ultimo anno, volli pensare in positivo, preparai la valigia, dovevo essere due ore prima in aeroporto e cosi fu!

Mi guardavo con naturalezza intorno, ma sentivo di essere osservato, ma era inutile cercare di capire da chi, l’aeroporto era un brulicare di persone, appena arrivato mi avviai alle cassette di sicurezza, ero in anticipo di un quarto d’ora sull’orario previsto, apro la cassetta n.38, c’era una busta.

Mi allontano all’area di imbarco, prima di entrare, vedo il contenuto, un foglio e mille euro in biglietti da 20 euro, sul foglio “1 aprile, stanza n.238 dell’albergo Garibaldi al centro città, sarete contattato in giornata” firmato Tesla.

Sempre più strano, tramite il cellulare chiamo l’albergo, mi danno conferma della stanza a mio nome, in attesa per le 15.30, orario d’arrivo dell’aereo.

Il viaggio, fu tranquillo, ma quella sensazione di essere sotto controllo non si allontanava, ed ebbi la conferma quando ero in attesa del bagaglio che avevo imbarcato, oltre al sottoscritto, c’era una coppia giovane, poi due persone ben vestite, uno dei due si avvicinò

– Queste sono le chiavi della macchina per lei, parcheggio n.15, sosta 34.

Non mi ero ancora ripreso dallo stupore, i due scomparvero dalla mia vista, avevo solo notato un neo sull’occhio destro di quella persona, la mia sensazione era esatta, avevano fatto il volo con me, quindi sapevano chi ero.

Presi l’auto, una mercedes pluri accessoriata, tramite il navigatore già posizionato all’indirizzo dell’albergo, in pochi minuti raggiunsi la meta e fui nella stanza.

E ora? E ora era tempo di attendere, la macchina era nuova, l’avevo ispezionata per vedere se c’era qualcosa che mi potesse interessare, ma nulla, il libretto era intestato ad una rivendita del luogo, come auto di prova, scesi nella hall a prendere un caffè, controllai il cellulare fosse carico e feci una passeggiata nel parco adiacente, non c’è che dire, era un albergo di lusso con una vista meravigliosa sulla città, appena trovai un tavolino libero, il tempo di sedermi, si avvicinò un cameriere

– Gradisce qualcosa?

Lo guardai interdetto, non l’avevo sentito arrivare

– Si, grazie un aperitivo.

– Subito.

Scomparve per riapparire con dei salatini e un coppa di gelato con un aperitivo, nemmeno il tempo di ringraziare, era già scomparso, intorno non vedevo nessuno, ma memore di quello che era accaduto all’aeroporto, ero certo che qualcuno mi stesse osservando.

C’erano dei giornali sopra al tavolino, erano locali, iniziai a sfogliarli per fare qualcosa, ma nel frattempo mi guardavo intorno, nulla, il cellulare muto, non mi restava che andare nella mia stanza per cambiarmi per la cena.

Sul comodino trovai questo biglietto, tavolo 15, ore 19.00.

Iniziavo a fantasticare, chi era? perché? Stanco del viaggio e del lavorio mentale, mi appoggiai sul letto e mi addormentai, alle 18.30 squilla il cellulare, nessuno risponde, ma mi rendo conto che sono controllato, era una sveglia evidentemente, mi preparo e scendo.

Al tavolo 15 era apparecchiato per due persone, il cameriere mi porta il menu, inutile dire, faccio finta di vedere il menu, ma mi guardo intorno per vedere chi è il mio commensale, alle 19.15 arriva il cameriere

– Mi dispiace, ma ha telefonato la persona che aspettavate, mi ha detto di riferirle che non è potuta venire, quindi le augura una buona cena.

E così mi ha dato buca!

Non mi rimane altro da fare che cenare, inutile dire che la cena fu favolosa, i prodotti siciliani sono tra i migliori della nostra penisola e mi avviai nella stanza.

Non avevo sonno, accesi il televisore e mi misi sulla sponda del letto, ma rimasi sbigottito, qualcuno aveva anticipato le mie mosse, il televisore non stava trasmettendo delle immagini delle televisioni nazionali o regionali, ma c’era un avviso

“Legga bene prima di rispondere”

guardai meglio, c’era una videocassetta collegata al televisore nascosta che si era attivata, dopo pochi secondi altro messaggio

“Benvenuto nella nostra terra Lino, abbiamo un incarico per lei”

oramai muto dallo stupore vedevo scorrere delle immagini, erano delle montagne, poi un gregge con un uomo e un bambino, bello, riccioluto poteva avere sei anni, con un bastone cercava di mantenere ordine nel gregge, poi una casa, modesta con giardino, un uomo abbastanza anziano che stava intagliando qualcosa, poi più nulla.

Attesi, dopo qualche minuto si materializzò una cartina geografica dell’Albania, il porto di Durazzo e cerchiata in rosso la zona detta Klos del Distretto di Croia, non potetti fare a meno

– E che cazzo!

Esclamai, la mia voce era rimbombata nella stanza, mi parve di sentire qualcuno che ridacchiava, ma di certo era una mia impressione, non c’era nessuno tranne il sottoscritto.

Messaggio con in sottofondo l’immagine del ragazzo, nitida per farla memorizzare

“Nel cassetto del suo comodino, troverà cinquemila euro, un passaporto e biglietti per il traghetto con partenza da Bari. Questo è il suo incarico, riportare in Italia il ragazzo, si chiama Andrea. Ad operazione conclusa riceverà altro diecimila euro per la sua prestazione. Tesla”

Quell’immagine, non la dimenticherò mai, un volto di donna nascosto in un cappuccio nero, si vedeva solo il naso e abbozzato una parte della viso!

Ero ammutolito, non esclamai nulla, ma feci riavvolgere il nastro e lo rividi per due volte, iniziavano le domande ad affollare il cervello, perché mai io? chi erano queste persone? chi era il ragazzo, l’uomo, l’anziano? e poi sempre più forte, perché tanto mistero?

Domande senza risposta!

Aprii il comodino e trovai quello che mi era stato detto, presi il passaporto, era datato tre anni prima, aveva una foto di un bimbo piccolo, Andrea Zyca, nato a Catania il 19 settembre di due anni prima dall’emissione del passaporto, c’era solo un nome come tutore Tesla………….e poi non era chiaro il cognome (era troppo lungo) , erano presenti solo due annulli, uno per Durazzo e un altro per Bari e null’altro.

Lo tenevo in mano e lo guardavo, ma che storia è questa?

No, non era possibile, dovevo andar via, chiamai la reception e chiesi il collegamento con l’aeroporto di Catania, il primo aereo per tornare a Napoli era alle 24.00, ora erano le 22.00. Non persi tempo raccattai tutto quello che avevo tolto dal bagaglio, presi i soldi che mi erano stati inviati nella busta gialla e li aggiunsi ai soldi del cassetto e con il passaporto li lasciai dentro al comodino, nella busta gialla.

Scesi, mi feci chiamare un tassi, lasciai le chiavi della mercedes alla banconista dell’albergo, dicendo che qualcuno sarebbe venuto a prendere l’auto e mi feci portare all’aeroporto.

Non ci potevo credere, ma perché proprio io, certo conoscevo quei luoghi, avevo lavorato al commercio estero nella multinazionale prima che mi licenziassero per cinque anni, la ditta aveva collegamenti con l’Albania, avevo imparato quello che mi serviva parlando con loro con la loro lingua, ma chi era il ragazzo? E poi, un particolare da non trascurare, non avevo nessun mandato per iscritto, avrei dovuto avere altre informazioni e poi valutare e decidere, ma così no e certo che no!

Qualcuno si stava facendo beffa di me, cosa ci avevo guadagnato, nulla, una cena, forse, ma per il resto, nulla, solo pensieri e preoccupazioni, non vedevo l’ora di essere in volo, per Napoli.

Speravo che nessuno mi contattasse, tenevo il cellulare acceso, poi all’imbarco lo spensi e finalmente sul volo, arrivai a Napoli e tornai a casa, con poche certezze e mille dubbi, cercai di pensare ad altro, domani era domenica, avevo appuntamento nella Basilica di San Gennaro, con mia madre, era l’anniversario della morte di mio padre e come ogni anno ascoltavamo la messa insieme e dopo andavamo a pranzare con la pizza da Donna Sofia.

La mattina successiva mi svegliai molto tardi, mi preparai in fretta, resettando il cervello su quello che mi era accaduto, la notte alternativamente avevo sognato il ragazzo e la donna, poi finalmente mi ero addormentato profondamente.

Arrivai alla basilica con un certo anticipo, stavo salendo i gradini, quando arriva un messaggio sul cellulare

“Amore mio, questa volta non posso venire, ho un brutto raffreddore ma non ho febbre, Irina la badante e con me, vai tu a messa per tutte e due”

Mi dispiacque, era una delle poche volte, dopo che ci eravamo riappacificati che ci vedevamo, scattai una fotografia dell’ingresso del Duomo, e la inviai, immediatamente “Grazie” e entrai.

Se avessi immaginato!

Se solo quella mattina non mi fossi alzato!

Ma andiamo per ordine.

Il rito era sempre lo stesso, prima facevo una vista alla Cappella di San Gennaro, poi ascoltavo la messa e infine, prendevo un biglietto per scendere al Tesoro di San Gennaro, lo conoscevo a memoria, ma ero sempre contento di rivederlo, stranamente quel giorno c’erano poche persone, forse il caldo aveva dirottato molti per la prima vista al mare, meglio così, pensai, me lo godrò ancora meglio.

Ero nei pressi della teca con la mitra tempestata di pietre preziose del Santo, erano enormi,  frutto della devozione di tanti potenti della terra, che avevano voluto donargli qualcosa di prezioso, alle mie spalle, ad un tratto

– Non girarti!

Era una voce di donna, bassa ma imperiosa, mi bloccai

– Cosa vuole?

– Sono Tesla!

Appena sentii quel nome, feci un movimento con la testa per girarmi, ma mi bloccai, tra la scapola destra e il torace, avvertii qualcosa di duro metallico, sembrava una pistola, immediatamente ritornai nella posizione originale

– Ma è pazza?

– No!

– Cosa vuole?

Silenzio

– Incontrarti!

Dovevo assecondare, non ero in condizione di fare altro

– Dove?

Sentii che metteva una mano nella tasca destra, poi più nulla, attesi qualche minuto, mi girai, non c’era più nessuno!

Avevo urgentemente bisogno di trovare un toilette, salii sulle scale, mi ritrovai nella cappella, di lato a sinistra c’era una porta che portava alle toilette, mi liberai e dopo lavato e asciugato le mani, presi quel biglietto nella tasca

“Primo piano, alle Clarisse, chiedi di Suor Maria”.

Avevo due possibilità, sparire o andare all’appuntamento, sparire era inutile, visto che era riuscita a trovarmi e poi il mio istinto mi consigliava di incontrarla, avrei avuto maggiori informazioni e se non fosse stato il caso di accettare, rifiutare il lavoro e tornarmene finalmente a casa tra storie di tradimenti, cornuti e donne tradite.

Usci dal Duomo e mi diressi lateralmente a sinistra, c’era il portinaio del Convento, chiesi di Suor Maria e dissi il mio nome, mi fece entrare, con l’ascensore arrivai al piano e fuori c’era in attesa una suora di una certa età

– Lino?

– Si

– Venga.

Ci infilammo in un lungo corridoio, poi alla fine mi fece entrare in una stanzetta divisa da una grata, l’altra metà era al buio, potevo solo intravedere, passarono qualche minuto, poi

– Sono contenta che sia venuto.

Mi gelai, stava già li, mi aveva solo fatto attendere per vedere le mie reazioni, quasi con rabbia

– Cosa vuole da me?

La sua voce era tranquilla

– Stanotte abbiamo fatto il viaggio insieme.

Per la miseria, ero talmente stravolto, non avevo notato nulla

– Come? Cosa?

– Avrei potuto fermarti ieri sera in albergo, ma poi ho pensato che era meglio così, ti ho visto

Ma come ha fatto?

– Dall’espressione del tuo viso ho capito tutto, non hai toccato un euro di quello che ti avevo lasciato e questo mi ha convinto sulla tua onestà e mi ha invogliato a seguirti per poterti parlare da vicino.

La curiosità ebbe il sopravvento

– Perché stai nascosta? Cos’è questa storia? Il ragazzo, chi è? E il resto?

Silenzio, poi prese con una mano qualcosa e mi passò la busta gialla nella finestrina, la lasciai li, in attesa

– Non sono una suora, mi appoggio qui quando sono a Napoli,  mi chiamo Tesla dei Santarosa di Palermo, sono la madre di quel ragazzo Andrea, il padre l’ha rapito tre anni fa raccontandogli che ero morta, ho cercato tutte le strade legali per poter riavere mio figlio, ma ho fallito, nonostante le ingenti somme che ho elargito a destra e a manca.

Lei parlava, a bassa voce e io trasalivo

– Questo è l’estratto di nascita di Andrea e questa è la mia carta d’identità

Ovviamente la fotografia era stata coperta

– Il mese scorso, ho partecipato ad un Master qui a Napoli e ho conosciuto il Prof.Acava

Ecco, perché!

– Ho chiesto e ottenuto un incontro privato, ho raccontato tutto e lui mi ha assicurato che si sarebbe informato per poi darmi un consiglio. La settimana scorsa mi ha chiamata e mi ha parlato di te, sue testuali parole “Il vostro caso non è usuale, come non dovrà essere usuale il conferimento del mandato, ma in base alle mie informazioni, solo una persona può aiutarvi, ma non so se accetterà, solo in caso estremo faccia il mio nome, lui capirà. E’ bravo e non ha paura di nulla è l’uomo che può fare al caso vostro”

Ero orgoglioso, il mio professore, nonché il Presidente dell’Associazione degli investigatori privati, veniva da Roma a farci lezione tre volte a settimana, ma non dissi nulla, rimasi in ascolto

– Noto che lo conoscete bene?

Ma come ha fatto? Certo ha visto le mie espressioni

– Si, è stato troppo buono!

Non disse nulla, la sua voce mi piaceva ascoltarla, cercavo di vederla ma non ci riuscivo, aveva un cappuccio in testa, vedevo solo il naso e la bocca

– Presi le mie informazioni e decisi di convocarti, ma dopo la tua reazione ho pensato opportuno incontrarti per spiegare le mie ragioni, quello che voglio è avere il bambino con me, fargli sapere che non sono morta e riportarlo in Italia, te la senti? Il padre è un violento, sono in attesa della risposta per il divorzio dopo la mia denuncia per sottrazione di minore. Non ho voluto che si intromettesse  la mia famiglia in questa faccenda, l’avrei risolta in breve tempo, ma ci sarebbero stati dei morti sicuramente, ed io non voglio. Il compenso se è inadeguato sono disposta a raddoppiarlo o triplicarlo, non ho problemi, ma ora aspetto una tua risposta, non ora, lo capisco, ma aspetterò altre ventiquattro ore con ansia.

Così dicendo, si alzò prima che potessi dire una parola, lasciando la busta gialla e i documenti e una cassetta per il videoregistratore, il messaggio era chiaro, sono tuoi, se poi dovessi decidere di no, so che ritorneranno indietro.

Lasciò nell’aria un profumo dolcissimo di zagara e scomparve!

Mi alzai imbambolato, misi tutto nella tasca interna della giacca e mi rintanai in una pizzeria, poco distante, dove andavo sempre con mia madre, ordinai la mia preferita, la pizza marinara e nel frattempo, nonostante la folla, mi misi a pensare al caso, ero talmente assorto che non mi ero accorto di Ivan che mi stava chiamando

– Signor Lino, è pronta!

Mi risvegliai ,

– E tu, che ci fai qui?…”….

…segue…
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Araldo Gennaro Caparco

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