Tato – Sotto lo stesso tetto, ma non a letto.

Tato – Sotto lo stesso tetto, ma non a letto.

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Descrizione

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Tato era il mio diminutivo, mia sorella me l’aveva affibbiato, era più piccola di me di cinque anni, non sapeva parlare, allora per chiamarmi, mi indicava con la manina e poi …Tato!

E dopo, anche in età adulta, invece di chiamarmi con il vero nome Antonio o con un diminutivo Nino, ero sempre per lei e per tutta la famiglia Tato e basta.

Non siamo stati molto fortunati, la nostra famiglia non navigava in buone acque, solo papà lavorava e mamma era casalinga, lui era quasi sempre lontano in viaggio e quindi abbiamo subito, si, subito, nostra madre, le sue ansie, le sue paure erano il miscuglio dei nostri caratteri.

Ancora oggi, il ricordo va a quell’estate, quando fui allontanato da casa, per il parto di mia madre e già all’epoca si partoriva in casa, non in ospedale o in una comoda clinica a pagamento, quindi fu l’occasione per inviarmi dai nonni, quando tornai dopo circa un mese, trovai questo fagotto che urlava e strepitava, faceva i suoi bisogni in continuazione, ma mai, mi fu data l’opportunità di familiarizzare, ero troppo piccolo dicevano e non si fidava di lasciarmela tenere in braccio da solo.

Passarono gli anni e tra noi nacque un tacito accordo, la lasciavo giocare con i miei trenini, ma sempre e solo quando ero presente, più d’una volta la trovai di nascosto con qualche autotreno giocattolo o altro, non amava molto le sue bambole, voleva imitarmi e io facevo finta di nulla.

Passarono gli anni, io alle medie e lei alle elementari, poi finito il ciclo dovevo passare alle superiori, avrei voluto fare il liceo classico, ma le condizioni economiche della famiglia non lo permettevano, dovevo fare qualcosa che mi avrebbe dato l’opportunità dopo cinque anni di lavorare e quindi fui iscritto contro la mia volontà ad un istituto tecnico, aspirazioni zero, non era adatta a me quella scuola, ma non avevo la possibilità di scegliere.

Lei iniziò le medie, poi il magistrale e io finalmente arrivai al diploma, e qui ci fu la svolta delle nostre vite, tragicamente, non avevamo un auto, mio padre per andare a trovare i suoi genitori utilizzava una macchina in affitto, si faceva trovare alla stazione per portarlo al paesello, quella volta complice un brutto raffreddore di mia sorella Evi, tra le nostre rimostranze, decisero di andare da soli, il guidatore prese una scivolata sul ghiaccio e i tre finirono in una scarpata molto profonda, persero la vita tutti.

E ci ritrovammo orfani, accolti a casa della nonna materna, donna energica e poco incline ai rapporti con due nipoti adolescenti, avevo intenzione di continuare a studiare, oramai con la maggiore età avrei potuto scegliere finalmente il mio corso di studi, ma nemmeno allora fu possibile, mia nonna era anziana, la sua pensione non bastava e quindi iniziai a lavorare, ovviamente in nero, nessuno ci diede una mano, lavoravo presso un cantiere edile, dove facevo di tutto, per la preparazione e la messa in opera dell’impianto elettrico degli appartamenti.

Non venivo pagato molto, ma alla fine della settimana consegnavo i soldi che mi venivano dati a mia nonna e lei provvedeva per il mangiare, il vestire e per lo studio di Evi e del sottoscritto.

Gli altri nonni erano ancora più indigenti e solo una volta all’anno, in prossimità del Natale, riuscivo ad organizzarmi per andarli a trovare, per il resto dei mesi, scrivevo delle lettere senza mai risposta, un loro vicino gliele leggevano, non sapevano ne scrivere, ne leggere.

Evi prima del diploma, iniziò ad avere dei dolori diffusi per tutto il corpo, era una donna oramai, non potendo scegliere si confidava con me, decisi che non poteva soffrire così e nonostante le proteste della nonna, la ricoverai nell’ospedale più vicino per delle indagini sul suo stato di salute, sei mesi durò, era affetta da una malattia incurabile e alla fine… mi ritrovai solo!

L’ultimo ricordo che ho di lei, fu il giorno della sua morte, ero nello stanzone dove era ricoverata

– Tato mi prometti una cosa?

Cercavo di non guardarla, stavo piangendo, mi feci forza

– Segui i tuoi sogni, me lo prometti?

Non volevo risponderle, avrei fatto di tutto per non vederla in quelle condizioni, ma lei imperterrita

– Me lo prometti Tato?

Feci cenno di si con la testa

– Non mi basta, devi dirmelo

Piangendo

– Si, te lo prometto!

E spirò!

Il dolore della sua perdita si impadronì di me, non riuscivo a connettere, ne a pensare, passai dei mesi totalmente assente, ma avevo promesso e ogni volta che mi recavo al cimitero, non potevo non pensare a quello.

Un pomeriggio d’estate mi ritrovai nei pressi di un fiume, l’acqua era alta e rumorosa, stavo accarezzando l’idea di lasciarmi andare, sarebbe stato tutto più semplice, ero tormentato e tentato, passai la notte sul riva, la mattina il sonno mi colse e fu liberatorio, sognai:

“Ero in una valle, vicino ad un fiume: “Signore, signore” dobbiamo andare, mi girai verso la voce e sorrisi alla bimba che avevo in braccio, due fari neri i suoi occhi mi stavano guardando e con la manina cercava di raggiungere la barba, poteva avere un anno o quasi, aveva sentito l’altra voce e cercava di girarsi, ma il sonno era più forte, mi sorrise e si abbandonò con gli occhi chiusi, con l’altra mano con l’indice sul mio naso feci segno a quella persona di non continuare, stavo ammirando un Angelo, il mio “Amore la prendo io”, due braccia si allungarono, non volevo lasciarla, vidi solo le braccia, una voglia di cioccolato sul braccio destro, le due mani a forma di conca e depositai il mio bene, alzai gli occhi per vederla.”

Mi svegliai!

Avevo freddo, si la tentazione era ancora forte, ma il sogno mi aveva distratto, inaspettatamente si alzò un venticello, un foglio di giornale volò per l’aria, chissà da dove proveniva, impattò le mie gambe, quel tocco inaspettato fu la mia fortuna, lessi il titolo, “Arruolamento volontario…”, la promessa, il sogno, il giornale.

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Erano gli anni ’70 “Peace and Love”, tutti o quasi tutti i giovani, si sentivano impegnati in questa missione, c’erano due fronti giovanili nettamente distinti, quello violento e i non violenti, Dina faceva parte del primo fronte, laureata giovanissima, senza genitori, aveva deciso di operare la sua missione d’amore in Africa, era specializzata in medicina d’urgenza, chiese e ottenne di entrare a far parte di un’organizzazione umanitaria che seguiva i conflitti nel Corno d’Africa.

Non aveva orari, erano tre medici, pochi paramedici e una folla di persone da accudire, nonostante la sua giovane età, aveva visto di tutto, la notte aveva gli incubi, spesso non riusciva a dimenticare, quei volti, i loro corpi straziati e la loro fine certa la morte, poi aveva un segreto che la sconvolgeva ogni notte.

Venne chiamata dal primario, corse già vestita

– Dove devo andare?

Il primario, non rispose, si alzò e gentilmente l’accompagnò ad una sedia da campo vicino alla scrivania

– Non devi andare da nessuna parte!

Stupita

– Ma allora, perché mi avete fatta chiamare, ho dei pazienti a cui devo fare la terapia?

Era stanca, rispose con una certa rabbia in corpo, ma quando alzò gli occhi, non vide più il burbero primario, ma un padre, le stava porgendo una lettera chiusa

– Che cos’è?

E lui dolcemente

– Di tuo nonno!

Di colpo un flash, due anni prima quando aveva detto a suo nonno e unico parente la decisione di entrare a far parte di un gruppo di medici in partenza per l’Africa, abbracciandola

– Fai bene bambina mia, potrai alleviare le pene di tante persone, metterai a disposizione il tuo sapere aiutando gli altri, sono fiero di te.

Lei meravigliata, si aspettava proteste, preghiere per dissuaderla, ma lui l’aveva spiazzata, poi aggiunse

– Dovrai avere molto coraggio, la tua non è una passeggiata nel paradiso, ma vai verso l’inferno, di sofferenze e di pianti, sii forte con te stessa, non perdere mai il tuo obbiettivo e il Signore ti darà la forza di andare avanti.

Rispose al’abbraccio, stringendolo forte, mai si sarebbe aspettata da un uomo rude come lui, tante belle parole, lo aveva visto sempre come una roccia, conduceva nella sua piccola fattoria, una vita semplice, dopo aver lavorato per anni, alla funivia di Lona 2000 metri, stava godendosi il meritato riposo e solo con il suo aiuto, dopo la morte dei genitori, era riuscita a laurearsi, da sola non ce l’avrebbe mai fatta

– Ti chiedo solo una cosa, quando la luna sarà piena, rivolgi una preghiera per me al Signore ed io farò altrettanto per te.

Stava piangendo, non riusciva a sciogliersi dall’abbraccio

– Te lo prometto nonno!

E partì!

La lettera era piegata, la prese con la mano tremolante

– Conoscete già il contenuto?

Fece di si con la testa e la lasciò da sola, prima ancora di aprirla guardò fuori, la luna era enorme e solo la sera prima quando divenne alta nel cielo, aveva pregato per il nonno

“Cara bambina,

sii forte, sono tre lune che non esco da casa, sono ammalato, pensavo di recuperare e non volevo farti preoccupare, ma oggi, lo specialista che mi tiene in cura domiciliare, su mia richiesta mi ha dato la diagnosi.

Sono in partenza, tra non molto raggiungerò tua nonna, non potevo non fartelo sapere…”

Si fermò non riusciva continuare, si fece forza

“…non ti devi preoccupare per me, sono assistito e con la terapia del dolore, alleviato nei momenti critici, sono stato sempre leale con te, ma il mio appuntamento con le lune è saltato e mi manca.

Continua la tua opera, volevo solo farti sapere che ti voglio un bene immenso, non piangere, un abbraccio.

Tuo nonno”

E avvenne il crollo, il corpo sussultava e le lacrime non bastarono più, la notizia l’aveva fatta realizzare che avrebbe perso l’unico suo grande affetto rimasto, piegò con meticolosità la lettera, la baciò e si girò, c’era il primario che stava dietro di lei

– So come ti senti, capisco il tuo dolore, tutti noi ti siamo grati per quello che hai fatto in questi due anni da giovane specializzata inesperta, oggi saresti in grado di dirigere un ospedale d’urgenza, sei combattuta, ne sono pienamente cosciente, sai quanto lavoro c’è qui da fare, siamo sott’organico e tu lo sai.

E lei timidamente

– E’ mio nonno, l’unico affetto, l’unico rimasto!

Le andò vicino

– Non sei in grado di decidere da sola, abbiamo deciso noi per te, c’è un aereo in partenza per l’Italia a venti minuti dal nostro campo base, ti riporterà a casa, noi siamo qui, ci dispiace, ma è il meno che possiamo fare per ringraziarti, i vertici si sono già messi in contatto approvando la nostra decisione è giusto così.

L’abbracciò

– Grazie, grazie.

E dopo poche ore scese all’aeroporto di Bergamo, dove trovò in attesa una jeep messa a disposizione dalla ONG per lei.

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Da quel foglio di giornale sulla mia gamba ad oggi, sono passati cinque anni!

Il primo anno fu durissimo, ma non mi interessava, il duro allenamento, i compagni dispettosi di leva, i superiori arroganti e razzisti, non mi toccavano per nulla, era l’unico modo per non pensare a lei, alla mia adorata sorella e alla sua fine prematura, da giovane mediterraneo mi ritrovai in mezzo alla neve ed ai ghiacciai, dove il cielo non era sempre blu, dove il vento sferzava nella garitta quando ero di servizio di guardia e le pareti di due metri e mezzo di neve, facevano da protezione al camminamento nel servizio alla polveriera distante trenta chilometri dalla caserma.

Cercavo i turni più massacranti, presi il brevetto di pilota d’elicottero, quando gli altri non volevano fare dei servizi notturni e si auto procuravano dei forti mal di pancia mi rendevo sempre disponibile a sostituirli, mangiavo poco e male, eravamo una compagnia molto variegata, c’erano tra di noi pochi in ferma volontaria, giovani che avevano tentato di tutto per non fare il servizio militare, ex spacciatori, renitenti alla leva per studio, gocce di umanità varia, eravamo cento da tutte le regioni italiane.

Avevamo una paga giornaliera e il sabato era l’unico giorno che decidevo cosa mangiare e dove, mi ricordo bene la prima volta che entrai in quel ristorante, era distante dalla caserma, c’erano solo tre persone, avevo capito già da tempo che non eravamo i benvenuti e entrare con la divisa voleva dire avere subito tutti gli sguardi delle persone, ma avevo fame, erano due giorni che avevo saltato pranzo e cena, solo la colazione ero riuscito di mala voglia ad accettare, caffè annacquato, latte annacquato nella patria del latte in mezzo alle montagne ai confini tra l’Italia e l’ Austria.

Incurante degli sguardi, forte della paga in tasca, venne una signora che stranamente mi sorrise, era rarissimo

– Desidera?

– Vorrei quattro uova ad occhio di bue!

Il notes e la penna caddero dalle mani

– Forse non ho capito bene…

Sempre molto serio

– No, è proprio così, quattro uova ad occhio di bue, del pane e un quarto di vino rosso, grazie.

Inutile dire che feci la festa alle uova tra lo stupore di tutti, non mi interessavano i loro sguardi, quando alla fine dopo la frutta chiesi il conto, la signora venne con un fagotto in mano

– Non so chi sei, ne da dove vieni, ma ti ho osservato bene, nonostante la gran fame, hai gustato con tutta calma ed educazione, nulla ti ha distratto, ho visto il tuo sguardo quando ti ho portato le uova e lo conosco bene, oggi sei stato nostro ospite, tieni questo è per te.

Ero meravigliatissimo, mai mi sarei aspettato una cosa simile, qui, in quella città, la stessa dove solo la settimana prima, in un bar mi avevano negato un bicchiere d’acqua e un caffè, perché detto in italiano, ma non mi persi d’animo, i miei compagni, in particolare Romolo di Roma e Flavio di Udine “Lascia stare, ora traduco io” mi disse, lo fermai “Flavio tu non farai nulla di questo, ci provo per la terza volta” e dissi “per piacere, tre caffè e dell’acqua, grazie” ad alta voce, nulla! Allora dissi a Romolo di andare fuori alla cabina e di chiamare l’ufficiale di picchetto, mi guardò strano “Che hai detto?”, – “Fallo a nome mio, io aspetto qui, non mi muovo” – “Tu sei pazzo!” ma uscì dopo un quarto d’ora arrivò il picchetto un sottufficiale e due militari.

Appena entrarono, tutti zittirono, noi tre ci mettemmo sugli attenti con un perfetto colpo dei tacchi degli anfibi, spiegai il perché della chiamata, sapevo bene chi era l’ufficiale di picchetto, era di Napoli, con una tranquillità estrema e una rabbia repressa, si appoggiò al bancone “Per piacere sei caffè e dell’acqua, grazie” immediatamente il barman eseguì l’ordine, ma quando arrivarono i sei caffè “Perché non avete servito prima quello che vi era stato richiesto?”, lui diventò rosso e in tedesco rispose “Non ho sentito!”, lasciammo i caffè al banco senza consumare nulla, telefonò in caserma e dopo al proprietario che era accorso, senza alzare la voce “ Dite ai vostri avventori di uscire!”- voleva replicare ma non gli diede il tempo, il tempo dell’ultimo cliente, arrivò un auto della polizia con un ordinanza di chiusura per un mese del locale pubblico, firmato dal Prefetto da affiggere all’esterno del locale “Per comportamento scorretto nei confronti delle forze militari presenti in città”.

Ecco cosa era successo, è questa era l’aria che respiravamo ogni giorno all’esterno, quindi il suo gesto per me aveva una validità notevole, volli comunque pagare e da quel giorno era il mio appuntamento fisso del sabato.

Nei due anni successivi, accadde di tutto, tralicci che saltavano con cariche di esplosivi, attentati dinamitardi a treni delle ferrovie italiane e noi, che eravamo in prima linea, passavamo giornate intere, pronti a muoverci con i camion e raggiungere luoghi da perlustrare o da salvaguardare, nel frattempo mi ero iscritto all’università, volevo mantenere la promessa fatta a mia sorella e anche coronare un mio sogno, ma era dura, avevo scelto Legge, ero diventato prima caporal maggiore, poi sergente in ferma indeterminata, quando un giorno mi mandò a chiamare il colonnello comandante, sicuro di non aver commesso nessun reato, mi recai alla palazzina comando lo stesso, con una certa ansia

– Allora, l’ho fatta chiamare, perché devo porle una domanda.

Ero sugli attenti, sulla porta

– Comandi!

– Riposo.

Mi rispose, mentre si avvicinava, incuteva timore

– Lo sa che a fine anno lei potrebbe congedarsi.

– Si, signore.

– Lo sa che è nostra prerogativa, mantenerla in servizio comunque.

– Si, signore.

Iniziai a tremare, dove voleva arrivare

– Quando ho letto le sue note caratteristiche, sono rimasto meravigliato dai commenti dei suoi superiori…

Pausa

– …e quando ho dato la libertà di scelta ai comandanti di compagnia di fornirmi un nome, tutti, nessuno escluso hanno fatto il suo nome…

Aspettava, ma sapeva bene che conoscevo il regolamento, che vietava di rispondere se non comandato a farlo

– Ho avuto pressioni da ogni parte, raccomandazioni, politici, prelati, addirittura un cardinale, mi da una spiegazione del perché tutti hanno fatto il suo nome?

Non sapevo cosa dire, ma dovevo rispondere, mi venne spontanea la prima cosa che volevo sapere

– Per cosa?

Era la risposta giusta. Lo capii

– Giusto, volevo sapere se eravate a conoscenza e se avevate fatto pressioni per candidarvi, ma ora ho la certezza che è stata una scelta precisa senza il vostro intervento, ora faccio una domanda precisa e voglio una risposta precisa, o si o no.

Si piantò di fronte a me guardandomi negli occhi

– Il nostro reggimento ha avuto la facoltà di inviare al Corso per la Scuola Ufficiali a Modena, un solo elemento della nostra guarnigione per diventare ufficiale effettivo con il grado di tenente, lei se la sente di partecipare?

Non muoveva un muscolo, ma nel frattempo stavo per svenire, dovevo rispondere in fretta, lo sapevo, anche quello avrebbe influito sulla sua decisione, in pochi attimi, rividi la mia vita

– Si, signore!

Era soddisfatto, mi strinse la mano e mi consegno l’ordine da mostrare al mio diretto superiore del trasferimento alla Scuola per ufficiali e solo allora, mentre attraversavo il cortile per far ritorno alla mia compagnia, venni a conoscenza di qualche notizia in più, ero stato assegnato per il conseguimento della Laurea in Magistrale in Giurisprudenza per il posto di ruolo quale Commissario al mio ritorno.

Gioivo ed ero incredulo, era un anno che stavo già studiano le materie giuridiche e questo voleva dire che non mi sarei dovuto preoccupare di altro, dovevo dedicarmi solo a questo.

Il tempo necessario per salutare i comandanti delle cinque compagnie e dopo aver salutato i miei compagni, partii per Modena.

Fu un’esperienza esaltante e difficile, avevo delle lacune di greco e latino, e in quei due anni, chiesi e ottenni delle lezioni a parte per studiare queste due lingue.

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Fu commovente l’incontro con il nonno, a mala pena la riconobbe, il medico che lo teneva in cura, spiegò la terapia che stava somministrando, era quella del protocollo, ma in aggiunta, aveva anche disposto dei sedativi e quindi passava il tempo a dormire, di concerto fu deciso di eliminare i sedativi e quando finalmente fu sveglio

– Bambina mia, che ci fai qui?

Inginocchiandosi al lato del letto

– Non appena ho saputo, sono rientrata, non ti avrei mai lasciato da solo.

Rimasero abbracciati per molto tempo, nelle settimane successive, il medico fu favorevolmente sorpreso della ripresa del suo paziente, Dina gongolava, lo vedeva meglio, certo il male non era diminuito ma le sue condizioni stavano migliorando anche nelle relazioni sociali con le altre persone, non aveva più quell’aria abbattuta e dimessa del suo arrivo.

Per tenersi impegnata, si iscrisse ad un corso online  per un master per specializzarsi in Rianimazione all’università di Modena e quando era libera si dedicava alle faccende di casa, amava quel posto, amava la campagna, spesso faceva delle lunghe passeggiate a cavallo, non era suo, ma il vicino del nonno glielo offerse e lei di buon grado accettò.

Passarono delle settimane, visto il suo curriculum, la direzione della Scuola di specializzazione le riconobbe un certo numero di esami, quindi speditamente si stava per avvicinare il giorno della discussione della tesi, da fare di persona a Modena.

Più d’una volta fu chiamata dalla vicina città in ospedale, si meravigliò, poi il Direttore dell’Azienda Ospedaliera volle incontrarla, lo disse al nonno

– E’ tua la scelta, lo so che sei qui per me e ti ringrazio, ma questa è la tua vita, non nascondiamoci dietro le parole, tra non molto ti lascerò, lo sappiamo, devi decidere tu cosa fare.

Confortata dal nonno si presentò in ospedale

– Bene dottoressa sono contento che abbia accettato il nostro invito, lei è stata segnalata dal primario del pronto soccorso, ha avuto parole di plauso per le sue consulenze, è vero noi siamo un piccolo ospedale e non abbiamo in organico un sanitario per la Rianimazione, vorrei proporle di accettare un Progetto per un anno e non posso prometterle nulla, quando terminerà potrebbe partecipare al Concorso per rimanere in pianta stabile.

Era combattuta, sapeva perfettamente che non avrebbe avuto orari, ma si sa nella vita non sempre coincidono la passione per il lavoro con il resto.

Ringraziò e si prese qualche giorno per dare la risposta, ma fu sempre il nonno che la esortò a terminare nel più breve tempo l’ultimo esame e accettare la proposta.

E cosi fu!

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