Il rumore del silenzio

Il rumore del silenzio

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Descrizione

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Alle volte bisogna farsi del male, per stare bene.

Erano anni che aspettavo, forse troppi, ma prima di allora non c’era stata l’opportunità di fare qualcosa, ora si.

Era il momento!

Sono libero, finalmente, ma da dove iniziare?

A 35 anni, un matrimonio fallito alle spalle, un’unione nata dopo un tempo ragionevole per conoscersi, e poi dissolta, nel peggiore dei modi dopo tre anni.

Progetti, famiglia e figli, spariti in una sola frase:

“Non voglio stare con te, ti ho tradito e non voglio avere figli!”

Bello vero!

Sei più tre anni buttati nella fogna, quindi separazione e divorzio dopo un anno.

E ora?

Mesi di assoluta depressione, una realtà che prima non mi era conosciuta, tante e molte altre persone sono nel mio stesso stato.

Mangio e a letto, letto e mangio, è mancato poco che impazzissi.

L’unica ancora, l’unica cosa che mi è rimasta e quello “il borgo del rumore del silenzio”, come lo chiamo io, l’ho amato fin dalla fanciullezza, poi lo stop, la morte di colui che me l’aveva fatto amare, senza parlare, mio nonno.

Avevo sedici anni!

Poi la vita ha fatto il suo corso, la scuola, il diploma, la mini laurea, e tante altre cose mi avevano allontanato, ma ora, disoccupato con un fardello negativo notevole sulle spalle, avevo perso le speranze in qualcosa.

Poi, la possibilità di liquidare gli altri per quella proprietà, mi aveva acceso una luce, piccola, ma pur sempre una luce, nel buio totale dove stavo ricadendo.

Con parte dei miei risparmi, liquidai gli aventi diritto, e mi trasferii.

Molti allora mi hanno dato del pazzo, senza mai dirmelo, lasciavo la città per un villaggio, ma francamente non mi importava nulla.

Che parlassero!

Alle volte bisogna farsi del male, per stare bene.

Ed io, inconsciamente lo stavo facendo, mio padre, pace all’anima sua, in due anni dopo la pensione l’aveva ristrutturata, male, ma l’aveva fatto!

Purtroppo aveva trovato sul suo cammino, un truffatore di muratore che con il miraggio, di un pagamento rateale, aveva tenuto “in ostaggio” per cinque anni finanziariamente la mia famiglia.

Avesse fatto bene i lavori, lo avrei anche capito!

Ma non è stato così, con le scuse più improbabili, avallate da mia madre, che pur non riuscendo a capire il perché di alcuni lavori, dava sempre il suo consenso e mio padre accettava per amore di tranquillità, quell’imprenditore aveva fatto tanti errori e ora venivano a galla.

Mi ricordo la prima notte, non riuscii a dormire un minuto, ero seduto sulla sponda del letto, con il borsone ancora li, non aperto, la luce accesa e vestito com’ero arrivato, ero con la mia auto una  500 che aveva molti anni, ma era la mia fedele e unica compagna d’avventura.

Cosa pensavo?

Che forse gli altri avevano ragione, cosa ci facevo li?

Che cosa pensavo di fare?

Non lo sapevo!

Ma la disperazione dei mesi scorsi, aveva già fatto danni e ora non volevo che continuasse, qualsiasi cosa, ma l’avrei combattuta e vinta.

Per fortuna arrivò l’alba e come facevo con mio nonno, anni e anni addietro, chiusi la porta di casa e camminai, tanto, ma tanto, feci il giro dei terreni che una volta erano a mezzadria di mio nonno, toccavo la terra, ammiravo le culture, quei pochi che mi videro, non mi riconoscevano, ma poi quando dicevo chi ero e a quale famiglia appartenevo, mi lasciarono fare.

Quanti ricordi!

Ma si può vivere di ricordi?

Certo che no! Ma aiutano a vivere!

Come quella volta, stavamo in un terreno vicino alla chiesa, ero un dodicenne affamato, andai da lui

“Nonno, ho fame?”

Non si scompose più di tanto, stava potando

“Vai dietro al pagliaio, c’è una pianta di pomodori, scegli il più maturo”

Corsi, e ritornai

“E adesso?”

Lo trovai, aveva una fetta di pane in mano pronta per me

“Lava il pomodoro e poi passalo schiacciandolo sul pane”

Per me era Vangelo, così feci

“E l’olio, il sale”

E lui quasi sorridente

“La tua fame è il condimento”

Non ho mai più assaporato qualcosa di migliore!

Era un saggio, lo chiamavano “il poeta”, non so il perché, ma mi piaceva!

Fu quella mattina che decisi cosa fare!

Per prima cosa, dovevo rendere le stanze utilizzabili e vivibili,  poi, mi inventerò qualcosa!

Quella mattina e quelle successive, le passai a pulire e lavare e buttare le cose inutili.

Cosa avevo?

Quattro stanze, una cucina, una stalla con un piccolo sotterraneo, due bagni e un giardino incolto.

Bello vero?

Mica tanto!

Le stanze erano dislocate distanti, due stanze sopra ad una scala e le altre a livello del cortile, i bagni pure uno sotto la scala e l’altro nella stalla, ed anche il giardino era dislocato distante, chiamai un giardiniere e feci pulire il giardino, poi passai alle stanze, l’incuria e la chiusura di anni avevano lasciato il segno, chiamai due operai che con me in pochi giorni, diedero una “lavata di faccia” alle mura interne e esterne, ridipingendole e imbiancandole.

La stanza migliore divenne la mia stanza da letto e quella attigua il ripostiglio momentaneo, era quella dislocata sulla scala, sotto c’era un bagnetto, ma bisognava scendere anche di notte per andarci, il riscaldamento non c’era e neanche un camino.

Le altre due stanze, quelle a livello del cortile, erano più fruibili, nella prima, c’era un camino, il lavandino, ed era la vecchia cucina dei nonni, e l’altra era una stanza spaziosa, con un balcone che affacciava sul giardino, le campagne e il paese, era la loro stanza da letto, e all’occorrenza venivo ospitato anch’io su un lettino,  quando arrivavo d’estate dopo la scuola.

Mangiavo una volta al giorno, quasi sempre pane con qualcosa, non era molto ma me lo facevo bastava, dovevo risparmiare per poter acquistare quello che mi serviva.

Il sabato era giornata di mercato al paese vicino, feci una lista delle cose da acquistare e partii.

I primi momenti in quella baldoria, furono terribili!

Ero abituato al silenzio da giorni, mi sentii perso, poi focalizzai quali erano le mie priorità, da un rigattiere comprai una stufa a legna compresa di tubi e mi feci aiutare a metterla sul portabagagli, comprai il necessario per mettere a nuovo gli attrezzi agricoli di mio nonno, poi piantine da piantare nel giardino e alimentari a lunga scadenza per sostenermi.

Dovevo far rivivere quel posto, per poter vivere anch’io!

Erano trenta giorni che non mangiavo un piatto caldo, ne sentivo la necessità, entrai in una piccola trattoria per risparmiare, c’erano quattro tavoli, di cui due occupati da persone che venivano a vendere al mercato, mi sedetti al primo tavolo  a destra libero, il più piccolo, venne il cameriere di una certa età e mi portò una tovaglietta, delle posate, un bicchiere e un cestino di pane:

– Cosa posso portarvi?

Ero distratto, ma la voce mi svegliò

– Cosa mi consigliate?

– Abbiamo quasi finito tutto ma c’è ancora della zuppa di fagioli.

– Va bene

Mi portò delle noci e un quarto di vino con una brocca d’acqua.

Che ricordi!

I fagioli, vicino al camino, quel profumo che invadeva la stanza, poi conditi  da mia nonna, il pane raffermo, l’olio a crudo, ed io che imitando mio nonno imparai a mangiarli con la cipolla cruda, utilizzandola come cucchiaio.

I sapori di una volta!

Altro che tartine o rustici di dubbia provenienza che ci propinano nei bar in città, utilizzandoli per aperitivi!

In quei giorni il cellulare aveva squillato poche volte, la famiglia , gli amici, poche parole per sentirmi, evidentemente stavano aspettando la resa.

Al borgo andai a trovare le sorelle di mio padre, erano anziane, non capivano la mia scelta, però erano contente,  ero a casa dei loro genitori.

Gustai con piacere la zuppa di fagioli, ed era forse talmente evidente la mia soddisfazione che il cameriere non potette fare a meno di avvicinarsi

– Le è piaciuta?

Alzai lo sguardo, non l’aspettavo

– Si, mi ha portato indietro nel tempo.

– Sa, l’ha fatta mia madre per noi, come si faceva una volta, quando l’ho vista entrare stavo per dirle che avevamo finito tutto, poi ho notato la sua aria abbattuta e non me la sono sentita.

Era così evidente?

– Ha fatto bene.

– Potevo solo offrirle della pasta al sugo, una fetta di carne, ma poi ho pensato di farle provare quello che avevamo preparato per noi e sono contento che l’abbia gustata.

Era curioso, ma questa sua confessione mi aveva colpito.

– Lei non è di qua?

Non era un’affermazione , ma una domanda!

– Si, tanto tempo fa, venivo dai nonni, oggi invece mi sono stabilito qui vicino.

– Sa oggi le persone non amano molto i gusti semplici di una volta, ma sa perché? Non li conoscono, non è colpa loro.

Avevo terminato, pagai e ringraziai dando appuntamento per un’altra volta.

Mentre stavo per ritornare all’auto, le sue ultime parole mi ritornavano continuamente in mente, “perché non li conoscono”, è vero!

Siamo stati talmente presi dal vortice della vita che anche le cose semplici a tavola si sono dimenticate o per molti sono sconosciute, sarebbe bello farle conoscere e pubblicizzarle.

Avevo deciso, avrei tentato, cosa poteva accadere, di non riuscire, pazienza, ma ora avevo un obbiettivo.

La notte, la passai vicino al camino, con penna e metro e fogli di carta, mi addormentai e sognai, questa stanza come cucina ed ingresso e la seconda stanza come luogo per far assaggiare i piatti della mia cucina.

Fra sei mesi mi scadeva il sussidio di disoccupazione, non avevo molto tempo, questa idea potrebbe essere una fonte di guadagno e visto i costi in campagna, avrei potuto anche viverci, ma come fare?

Cucinare per me non era stato mai un problema, mio padre mi aveva trasmesso la passione quelle poche volte che cucinava a casa, ma solo per me e non per altri, mi piaceva farlo ma mi rendevo conto che mi mancava la basi, la manualità.

Mentre la mattina successiva, stavo riparando una porta, mi sentii chiamare, mi affacciai al balcone, ed era un pronipote di mia zia che portava un fagotto in mano

– Ha detto nonna, ha fatto i tagliolini e te ne ha mandato un piatto per assaggiarli, scendi.

Feci la discesa dal cortile e ringraziai, portandomi sopra il fagotto fumante!

Misi la tavola, anche se ero solo e il profumo che emanava era già tutto un programma, erano anni che non le assaggiavo, altro cosa rispetto a quelle secche o quelle all’uovo preconfezionate, vendute nei supermercati, queste erano così piacevoli da guardare e da gustare che avrebbero resuscitato una persona, erano morbide condite con un sugo bianco di cipolle e formaggio del luogo, una ricetta che si tramandava da madre in figlia e il formaggio era stagionato al punto giusto.

Mi riconciliai con la vita!

Scesi alla frazione del  Borgo di sotto, da mia zia Tina mi vide da lontano

– Allora, ti sono piaciuti i tagliolini?

– Si – dissi abbracciandola- molto.

– Sai non li facevo da tempo, mio nipote ne va pazzo e quindi ho deciso di farle, e ho pensato a te.

– Zia, mi faresti un piacere?

Mi guardò sorpresa

– Dimmi?

– Mi insegni.

Ancora più sorpresa

– Cosa?

– A fare le tagliatelle!

Stavolta, era con gli occhi fuori dalle orbite

– Tu sei pazzo!

Me l’aspettavo

– Allora dimmi cosa devo fare? Ho 35 anni, un matrimonio fallito, un lavoro perso per quello, ho speso fino all’ultimo centesimo per prendere la casa dei nonni, la desideravo da anni, e ora? Ora ho deciso di far conoscere i piatti che cucinava mia nonna vostra madre, mio padre e voglio imparare, poi vedremo di raggiungere le persone, so per certo che le persone quando si tratta di mangiare bene, non badano ai chilometri, dove sbaglio?

A mano a mano che parlavo, il suo volto si modificava

– Forse non hai tutti i torti, va bene, allora da domani vieni alle 10.00, e vedremo di fare qualcosa.

L’abbracciai e fece lo stesso discorso a casa dell’altra zia Pina e anche lei dopo le prime perplessità, fu d’accordo.

Anzi feci anche di più, da zia Pina raccontai del pranzo in trattoria e lei

– Da Ernesto, certo che lo conosco e nostro lontano cugino, lui e Adele, vivono per quella trattoria.

Allora si iniziava a delineare la mia giornata, la mattina da Zia Tina per i primi e la preparazione dei formaggi, il pomeriggio da zia Pina per i secondi e gli insaccati come una volta, andai da Ernesto e gli proposi di andare la sera a lavorare come cameriere gratis, accettò.

Ripresi il computer che avevo lasciato a dormire da quando ero arrivato e iniziai a studiare gli alimenti e le pietanze con le sue connessioni con il tempo storico e trovai molte affinità con il Medioevo.

Poco lontano c’era un grande centro commerciale, acquistai delle tavole, e durante il tempo libero, forte della mia memoria, creai i tavoli e le panche su cui sedersi, adatti per la stanza di fianco alla cucina, (le sedie costavano troppo per me)  sistemai nella stanza la stufa a legna con l’aiuto di Andrea, un lavorante e amico tuttofare, che ogni qualvolta lo chiamavo, diceva “ecco il pazzo”, ma veniva e lavorava sodo, per tutta la giornata.

La trattoria di Ernesto, fu una grande palestra, li imparai a comportarmi come un cameriere perfetto, come trattare i clienti, servire a tavola, rispondere garbatamente anche agli arroganti e ai prepotenti, perché se è vero che il cliente ha sempre ragione, non è detto che bisogna accettare che sia anche scostumato!

All’Asl di competenza frequentai un corso per la somministrazione di alimenti, fu molto importante per me, ero a digiuno di tante norme e regolamenti, ne feci tesoro e conquistai l’autorizzazione sanitaria per aprire un locale.

Al comune, mi interessai per l’autorizzazione amministrativa, non ero e non volevo essere un ristorante ma una casa/ristorante, la pratica fu studiata da una persona competente, mi disse che se non avessi superato una certa cifra annuale e mantenuti gli standard dell’igiene, avrei potuto tentare, anche in mancanza di una legge che regolamentava la materia, a somministrare gli alimenti cotti.

Dopo cinque mesi e tanti errori in cucina, potevo dire che ero pronto al 70 per cento, la casa si era trasformata, le stanze a livello cortile, comprendevano un ingresso con cucina a vista, di lato il camino per le pietanze e gli arrosti, poi la stanza dopo allestita con tre tavoli, due più grandi e uno più piccolo, solo con le panche senza sedie e una stufa per l’inverno.

I bagni uno era agibile e fruibile, l’altro lo stavo ancora sistemando, la stalla l’avevo fatta svuotare ed era rimasto solo un grande salone vuoto e dava l’accesso al sotterraneo, pulito e illuminato, dove riposi delle bottiglie di vino locale e alla fine, era scenografico, per me era bello.

Eravamo al primo maggio, iniziava il caldo, quella mattina stavo in canottiera e pantaloncini corti, a spaccare la legna nella stalla, con la radiolina, mia inseparabile amica che era posizionata sulla mia frequenza preferita, quando

– C’è nessuno?

Inizialmente non realizzai, poi

– Sento una musica Lia, vieni che proviamo.

Stavolta sentii perfettamente

– C’è nessuno?

Usci dalla stalla, ero buffo con l’ascia in mano, pieno di residui di legno, sudato come non mai

– Chi è?

Dissi dalla stalla, non ricevendo risposta, uscii fuori, scesi due gradini e mi trovai in cortile e li vidi, erano quattro persone, due ragazzi e due ragazze, stavano scattando delle foto, e davanti a me, una ragazza

– Non volevamo disturbare

E vidi lo sguardo rivolto all’ascia

– No, non disturbate, stavo tagliando la legna, un attimo.

Imbarazzato, riposi l’ascia sull’uscio della stalla, mi spolverai sommariamente il pantaloncino e la maglietta e tornai fuori, la ragazza che aveva parlato, aveva un vestitino a fiori a maniche corte, con una generosa scollatura che lasciava intravedere il reggiseno e per un gioco malizioso della luce del sole, si intravedevano le gambe fino all’inguine in trasparenza, si accorse del mio sguardo e chiuse le gambe

– Scusateci, siamo di passaggio!

– No, prego, in cosa posso esserle d’aiuto.

Stavolta sorrise, il mio tono l’aveva colpita

– Siamo arrivati qui sotto e la macchina si è fermata, siamo saliti sopra, c’era una persona, l’abbiamo interpellato, non ci ha nemmeno salutato.

Era di certo quell’imbecille di Giulio, non dava confidenza a nessuno, tranne che agli animali

– Dica, non ci faccia caso non è abituato a vedere delle persone, tratta solo con gli animali.

– Volevamo sapere se c’era un distributore nei paraggi, mi sa che il mio amico Elio si sia dimenticato di fare benzina

E indicò un suo amico che gli stava di fianco

– Si, certo, ma non so se oggi sia aperto.

– Come possiamo raggiungerlo?

Disse l’altra ragazza che stava dietro e teneva per mano un ragazzo sui diciott’anni

– E a tre chilometri da qui, andando sempre diritto dopo la chiesa.

– Tre chilometri?

Era la ragazza che mi aveva interpellato

– Si, posso darvi una mano se volete,  potete prendere la mia macchina, l’avrete certo vista la 500 marroncino, sta giù, così da poter andare e fare benzina per rifornirvi.

Il viso si illuminò

– Grazie, troppo gentile,  facciamo così Elio, vai tu e portati la tanica che sta nel baule della nostra macchina, noi ti aspettiamo qui.

Era titubante

– Sicuro Lia, state qui?

Per nulla imbarazzata

– Certo!

– Va bene.

Salii sopra in camera e presi le chiavi, ridiscesi è stavano discutendo, mi videro

– Visto che lei è stato così gentile, potrebbe darci un’altra informazione, sa siamo usciti per festeggiare il primo maggio e vorremmo stare in un posto tranquillo per pranzare, c’è qualcosa nei dintorni?

Di getto

– Potreste ritornare in città poco lontano da qui e fermarvi in una trattoria o…

Era il momento, perché no, dovevo pur iniziare!

– Fermarvi qui da me, il tempo di preparare.

Mi guardavano meravigliati e si guardarono intorno

– Perché è un ristorante?

Stavolta fui io a sorridere

– Non ancora,  è in allestimento, ma potrei comunque ospitarvi.

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