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Sogni.

È oggi

È oggi: tutto l’ieri andò cadendo
entro dita di luce e occhi di sogno,
domani arriverà con passi verdi:
nessuno arresta il fiume dell’aurora.
Nessuno arresta il fiume delle tue mani,
gli occhi dei tuoi sogni, beneamata,
sei tremito del tempo che trascorre
tra luce verticale e sole cupo,
e il cielo chiude su te le sue ali
portandoti, traendoti alle mie braccia
con puntuale, misteriosa cortesia.
Per questo canto il giorno e la luna,
il mare, il tempo, tutti i pianeti,
la tua voce diurna e la tua pelle notturna.

Pablo Neruda

Pablo Neruda, pseudonimo di Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto (Parral, 12 luglio 1904 – Santiago del Cile, 23 settembre 1973), è stato un poeta, diplomatico e politico cileno, considerato una delle più importanti figure della letteratura latino-americana del Novecento.

Scelse lo pseudonimo di Pablo Neruda, in onore dello scrittore e poeta ceco Jan Neruda, nome che in seguito gli fu riconosciuto anche a livello legale. Definito da Gabriel García Márquez “il più grande poeta del XX secolo, in qualsiasi lingua” e considerato da Harold Bloom tra gli scrittori più rappresentativi del canone Occidentale, è stato insignito nel 1971 del Premio Nobel per la letteratura.

Sogni.

ELOGIO DEI SOGNI

In sogno
dipingo come Vermeer.
Parlo correntemente il greco
e non solo con vivi.
Guido l’automobile,
che mi obbedisce.
Ho talento,
scrivo grandi poemi.
Odo voci
non peggio di santi autorevoli.
Sareste sbalorditi
dal mio virtuosismo al pianoforte.
Volo come si deve,
ossia con le mie forze.
Cadendo da un tetto
so planare dolcemente sul verde.
Non ho difficoltà
a respirare sott’acqua.
Mi rallegro di sapermi sempre
svegliare prima di morire.
Non appena scoppia una guerra
mi giro sul fianco preferito.
Sono, ma non devo
esserlo, una figlia del secolo.
Qualche anno fa
ho visto due soli.
E l’altro ieri un pinguino
con assoluta chiarezza.

(WISLAWA SZYMBORSZKA)

Sogni.

“La vita è un’avventura con un inizio deciso da altri, una fine non voluta da noi, e tanti intermezzi scelti dal caso, a caso”

Roberto Gervaso

(Giornalista e scrittore italiano)

Di lui diceva:

“Io sono un divulgatore e un polemista. Ho questa vena un po’ epigrammatica e aforistica: non potrei mai scrivere non dico un romanzo, ma neanche un racconto, perchè non ho il tipo di fantasia necessario. Ho bisogno di fatti e di attaccare: sono un po’ un pubblico ministero, non sono capace di difendere nessuno salvo me stesso, e comunque mi difendo attaccando”.

4 Maggio 2020 – Quindicesima puntata: “Una seconda opportunità” di Araldo Gennaro Caparco

4 Maggio 2020…

Quindicesima puntata: “Una seconda opportunità”.

…un mio nuovo “romanzo spontaneo sgrammaticato” in diretta web ogni settimana, cinque pagine da condividere con voi!!

L’ultima puntata verrà pubblicata l’11 Maggio 2020

Araldo Gennaro Caparco
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Presi il tram fuori dalla Mensa, avevo già preparato la cena e dopo poco mi ritrovai in quella strada, c’era un macello, i miei due compagni erano con una spazzolatrice e quindi ci mettemmo subito al lavoro per ripulire, dopo tre ore di duro lavoro eravamo in prossimità del Pro Consolato, non riuscimmo a dire una parola, avevano incendiato i cassonetti dopo aver sparpagliato l’inverosimile per strada, arrivarono dei rimorchi con la gru per portare via i cassonetti e un’altra squadra in nostro aiuto, era sera inoltrata quando un vento molto forte iniziò ad alzarsi, dovevamo fare in fretta onde evitare che il nostro lavoro venisse vanificato e fu proprio allora che una folata di vento mi fece arrivare sul viso una pagina di un quotidiano inglese, con fastidio, avevo in mano un tubo per l’aspirazione della carta, tentai di toglierla, ma mi bloccai immediatamente…
…incredulo e di corsa mi spostai sotto ad un lampione, illuminava a giorno l’ingresso di un palazzo, in basso a sinistra, c’era un riquadro con una fotografia, era il matrimonio tra due persone a Whatauon in India, il titolo
“Personale di Adam Smth”
Non riuscivo a crederci quella foto li ritraeva chiaramente…
…e…erano i suoi occhi, le sue labbra……nonostante il velo nuziale, il viso smagrito, le ornature matrimoniali tipiche indiane, la riconobbi, era lei, Sima!
Per un attimo il mio cuore smise di battere, continuai a leggere
“Mister e Mrs, Smith”
Il cuore riprese a battere velocemente, le mani tremavano e non riuscivo a leggere il trafiletto, lentamente mi afflosciai alla base del lampione, accorse uno dei miei compagni
– Ti senti bene?
Lo guardai riconoscente, feci un mezzo sorriso e un gesto della mano per tranquillizzarlo
– Solo stanchezza!
Sorrise e si allontanò, stringevo quel foglio di giornale, avevo paura che il vento me lo portasse via, mi imposi la calma e lessi il trafiletto
“Questo fine settimana, presso il Pro Consolato Inglese, avremo l’onore e il piacere di ospitare la personale del pluri premiato fotografo americano Adam Smith che per l’occasione sarà accompagnato dalla moglie Sima Hindira in viaggio di nozze in Italia dall’India, arriveranno il giorno precedente alla Mostra provenienti dalla Corsica, con il loro super cabinato personale al porto di La Spezia, per poi proseguire la mattina successiva per Parma.
L’naugurazione al Pro Consolato alle ore 18.00 della personale con l’Alto Patrocinio della Regina di Inghilterra, sarà presente il Console Generale britannico e il Ministro degli Esteri italiano.
Ingresso solo per inviti da richiedere al Consolato Inglese a Roma”
Avevo ventiquattro ore per organizzarmi, mi sentivo eccitato, ci sarei riuscito, ancora non sapevo come, ma ci sarei riuscito, continuai il lavoro con un solo pensiero fisso, come fare?
Quando terminai, mi avviai verso la trattoria di Rosa, volevo raccontare tutto e solo da loro avrei potuto avere una mano, mentre ero sul tram iniziai ad avere un senso di prurito crescendo, iniziai a grattarmi e alla fine per quando raggiunsi la trattoria…
– Ma che ti è successo?
Era Rosa preoccupata
– Non lo so, ma non riesco a trattenermi, devo grattarmi, forse è stata la polvere che ho preso nel pomeriggio.
Mi girò verso uno specchio in sala. Ero rosso come un pomodoro e tante bollicine
– Oddio!
– Vai di sopra a farti una doccia, poi mi dirai perché sei venuto a quest’ora.
Guardai l’orologio, era passata da poco la mezzanotte, non me ne ero reso conto, salii nella mia vecchia camera sopra il ristorante e dopo una doccia prolungata, il prurito non era finito, continuava e il mio corpo era invaso da mille piccole striature, colpa delle unghie e del grattarmi una continuazione, bussarono alla porta
– Avanti!
Era Nino, rimase a bocca aperta, ero sul letto e battevo i denti
– Diavolo…
Scese immediatamente urlando
– Rosa dov’è il cortisone?
Ecco quello che accade quella notte, l’orologio a pendolo suonò le due e finalmente il prurito era diminuito, ed eccoli seduti davanti a me, preoccupati
– Allora come ti senti?
– Meglio Rosa, grazie!
Rivolta a Nino
– Dobbiamo chiamare il dottore.
– Si, domani appena è possibile lo farò.
Ero commosso
– Ma non vi dovete preoccupare, vedrete domani sarò in perfetta forma.
Cercai di tranquillizzarli, ma ero poco convincente
– Allora, perché sei venuto così all’improvviso?
Con affanno, raccontavo e mi grattavo, descrivere l’espressioni di quei due è praticamente impossibile, erano a bocca aperta, la maggior parte delle cose che erano accadute, erano già a loro conoscenza, ma non avevano mai viste le foto, diedi il cellulare a Nino per trovarle mentre Rosa cercava in ogni modo di fermare le mie mani che continuavano a graffiare tutto il corpo, all’improvviso, visto che non riusciva a fermarmi e dopo aver misurato la febbre che saliva a dismisura
– Basta, portiamolo in ospedale!
E così, tra una mia debole resistenza, mi ritrovai al pronto soccorso con un flacone, per una flebo immediata, il suo effetto fu veloce, mi addormentai con la mano di Rosa nella mia, quando dopo delle ore mi risvegliai, ero in una stanza dell’ospedale
– Perché mi hanno trasferito?
Nino
– Sei ricoverato, le tue analisi sono saltate, hai una forte orticaria e non potevi essere dimesso in queste condizioni e noi abbiamo dato il consenso per farti rimanere, hai la febbre ancora alta.
Ero stupito, Rosa
– Abbiamo detto una piccola bugia…
La guardai
-…abbiamo detto che eri nostro nipote.
E abbassò lo sguardo, l’accarezzai i capelli
– Grazie, ma lo siete, zii e genitori!
Mi abbracciarono, ci commuovemmo, ma poi all’improvviso realizzai, rizzandomi sul letto con gli occhi fuori dalle orbite
– Quindi non posso cercare di contattare Sima, oddio, no!
Saltarono per la meraviglia, ne erano coscienti, aspettavano che parlassi, Nino
– Prima di venire in ospedale, hai detto che guardando le fotografie avevi capito che quella persona che stava facendo sesso, non eri tu, perché?
Rosa
– Le ho viste, ma come hai fatto a capire che sette su dieci erano false?
Avevo sentito in lontananza la loro voce, avevo le mai sulle orecchie, cercavo di trovare un modo per uscirne, ma come?
Poi
– Guardate qui!
Scostai il lenzuolo dalle gambe, si spaventarono, poi indicando il polpaccio sinistro
– Vedete questa?
Si avvicinarono e finalmente diedero un gridolino di meraviglia
– Ma è una voglia!
Esclamò Rosa
– Si, una voglia di caffè dicono e l’ho avuta sin dalla nascita e ho altre fotografie della mia infanzia che lo provano.
Nino, stava già riguardando le fotografie sul cellulare
– Per la miseria, hai ragione, questo persona nelle foto, allora non sei tu?
Invece di gioire, mi lascia andare sul letto e poi sottovoce
– E sono bloccato qui adesso!
E già!
Questa era la dura verità, ora che avevo la possibilità di incontrare Sima, bloccato a letto, Rosa
– Non devi abbatterti, troveremo un modo, ora cerca di riposare, rimane Nino con te, vado a prepararti qualcosa a casa e torno.
E così dicendo, mi abbracciò e dopo avermi dato un bacio sulla fronte
– Vedrai, troverai un modo, non devi abbandonare la speranza!
Appena sentii la porta che si chiudeva, in un moto di rabbia, lanciai all’aria il lenzuolo e cercai di scendere dal letto con la flebo nel braccio, Nino urlò
– Ma sei impazzito!
Corse verso di me e fece giusto in tempo a prendermi sotto le braccia, le gambe non mi sostenevano, erano di burro, non so come fece, ma mi riportò sul letto, e arrabbiato
– Se fai così ti faccio legare e che cavolo!
Le parole gli morirono in gola, stavo piangendo e poco per volta chiusi gli occhi e mi addormentai e sognai:
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“Chi è quell’uomo papà”
Com’era diventata grande Nives, la mia bambina, ero sempre più innamorato di lei, la guardai
“E’ un amico di papà!”
Si accucciò tra le mie braccia
“Mi fa paura!”
Le sollevai il mento
“Non devi, vedi quell’uomo mi ha aiutato tanto tempo fa, è buono , vieni te lo faccio conoscere, se non ci fosse stato lui, tu non saresti qui con me”
Titubante mi guardò meravigliata, poi mi diede la manina, aveva un vestitino a fiori, era primavera
“Ma la mamma?”
“Torna tra poco, è andato Didier all’aeroporto, sta tornando da Stoccolma”
Mentre ci avvicinavamo, Nives si nascondeva dietro ai miei pantaloni
“Ciao Rino”
Poi
“Questa è per una bambina molto bella”
Nives sbirciò con un occhio solo e la vide, una bellissima bambola con i capelli come i suoi, allungo la manina, si fermò
“Per me?”
E lui
“Vedi un’altra bambina qui intorno?
Sorrise, mi guardò
“Posso?”
Annuii e la prese al volo, portandola al petto
“Grazie signore, è molto bella”
E lui
“Sono solo Giosef per te”
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Lanciai un urlo e mi svegliai, Nino stava leggendo il giornale, preso alla sprovvista si sbilanciò e cadde dalla sedia, Rosa era intenta a lavorare d’uncinetto, fece volare per aria, gomitolo e i ferri
– Ma che ti è successo?
La gioia di aver trovato un’idea per contattare Sima, durò meno di una mezzora, Giosef non era raggiungibile, provai e riprovai, quando ricevetti una telefonata sul mio cellulare
“il numero da lei richiesto è stato cancellato definitivamente!”
Mi abbandonai sul letto in preda a forti tremori, la febbre era aumentata notevolmente, sentii solo l’urlo di Rosa che chiamava un medico, poi la puntura di un ago e nulla più, avevo avuto un collasso nervoso.
Dopo una settimana finalmente fui dimesso dall’ospedale, ero avvilito e senza forze, l’orticaria mi aveva lasciato il segno, avevo perso l’unica occasione per poter avere un confronto con Sima e forse avere finalmente le prove che mi servivano per convincere Nina che non c’entravo nulla con quella storia di sesso tra di noi.
Un’occasione perduta!
Nino mi aveva messo da parte i giornali della settimana, tutti riportavano l’evento al pro Consolato inglese, c’erano anche delle riviste con le foto …

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Buona lettura, l’ultima puntata verrà pubblicata l’11 Maggio 2020

27 Aprile 2020 – Quattordicesima puntata: “Una seconda opportunità” di Araldo Gennaro Caparco

“Le storie sono magiche. La nostra capacità di essere umani è raccontare storie. Le storie uniscono le persone e ti rendi conto che anche gli altri hanno le tue stesse paure, hanno i tuoi stessi sogni. Le storie creano empatia e danno una “ragione di esistere”

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27 Aprile 2020…

Quattordicesima puntata: “Una seconda opportunità”.

…un mio nuovo “romanzo spontaneo sgrammaticato” in diretta web ogni settimana, cinque pagine da condividere con voi!!

Prossima puntata il 4 maggio 2020.

Araldo Gennaro Caparco
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…festeggiamenti, avevano una certa età e si vergognavano, conoscevano tutto quello che mi era accaduto negli ultimi mesi e solo la settimana prima Rosa
“Deciditi, non puoi continuare così, ti ammalerai”
Ed ora eccomi qui!
Entrai nella trattoria
– Padron Rino!
Mi girai stupito, guardai meglio, era Liam
– Liam!
Il nostro abbraccio fu spontaneo e violento al tempo stesso, non riuscimmo a parlare nessuno dei due
– Allora!
Ci girammo, era Rosa sorridente, aveva però gli occhi lucidi, mi rifugiai tra le sue braccia e lei in un orecchio
– Bentornato, vieni.
Salutai Liam e per mano ci avviammo verso la cucina, incurante degli sguardi dei clienti curiosi, ai fornelli c’era Nino
– Guarda qui chi è arrivato?
Era Nino, lo riconoscevo anche di spalle per la sua stazza, buffo con quel cappello rovesciato sulla testa, si all’incontrario, si girò con una frusta in mano, stava sbattendo delle uova, mi vide, la frusta saltò dalla mano rovinando sulla cucina e spargendo lembi di uovo dovunque
– Dio santo, allora è vero!
E in un attimo ci ritrovammo abbracciati tutti e tre e forse per la prima volta mi sentii sereno, anche la stanchezza era passata, ma Rosa, dopo che avevo rifiutato di mangiare qualcosa, mi fece accompagnare da Nino nella stanza di sopra, in quel momento realizzai che mi stavano aspettando, tutto era in ordine e su un tavolino, c’era un termos e dei pasticcini, tant’è che rivolto a Nino
– Ma…
Sorrise
– Domani Rino, domani, ora riposa!
E se ne andò!
Dormii come un sasso, fui svegliato dal trillo di un messaggio sul cellulare, lo presi al volo e una lacrima scese senza far rumore, sulla mia posta certificata era arrivata una notifica di una denuncia di diffida per l’episodio davanti la mia ex casa e di seguito una convocazione a trenta giorni al Tribunale della Sacra Rota per l’inizio della procedura per l’annullamento del matrimonio, non era possibile, mi sembrava di impazzire, ero stato proprio io a chiedere che si facesse la doppia funzione, civile e religiosa e Nina era d’accordo, e ora?
Non era bastato il divorzio civile, anche l’annullamento, ma perché?
Iniziai a singhiozzare piano, poi sempre più forte, presi un cuscino e tamponai la bocca per poter urlare senza essere sentito da nessuno, avrei perso tutto, anche mia figlia!
Alla fine, cercai di ricompormi e scesi giù in sala, guardai l’ora, era quasi mezzogiorno, tutti erano impegnati a preparare il servizio per il pranzo, ma quando Rosa mi vide
– Madonna santa, sei bianco come un cencio, Nino vieni adesso!
Mi trascinò verso un tavolo al lato opposto dalla cucina, Nino arrivò affannato, ma il fiato si fermò non appena mi vide
– Che ti è successo?…
Raccontai tutto, feci vedere il messaggio e poi li misi al corrente delle ultime notizie, erano a bocca aperta e Rosa ogni tanto cercava di tranquillizzarmi con la sua mano sulla spalla, ero arrabbiato, deluso, frastornato, oramai sconfitto.
Rosa e Nino, nei giorni successivi, avevano cercato in ogni modo di tranquillizzarmi, lei mi offrì un posto di lavoro in cucina, ma non volli accettare, cercai di mettermi in contatto con Nina, ma non rispondeva alle mie chiamate o per meglio dire il suo numero di cellulare e quello di casa, non erano più attivi, chiamai Didier, più volte, lasciai un messaggio sulla segreteria, ma non ebbi risposta, mi allontanai dalla trattoria, non perché mi dava fastidio, Nino e Rosa si comportavano come dei genitori per me, ma avevo bisogno di stare da solo, trovai un monolocale al lato opposto della città, per dieci giorni provai e riprovai, chiamando anche al ristorante dove ero stato il direttore, ma la risposta fu sempre la stessa
“Non sappiamo nulla, il proprietario è in viaggio con la famiglia.”
Prima di andar via Nino mi chiese se avesse potuto fare qualcosa per me, e io
– Trovami un lavoro!
Rosa
– Ma tu puoi rimanere qui, un lavoro c’è per te lo sai!
L’abbracciai
– No Rosa, non ci riesco oggi, forse un domani, ma oggi no, grazie.
Tramite Nino diedi l’incarico ad un avvocato di patrocinarmi alla Sacra Rota, solo per accettare l’incarico versai cinquemila euro, per fortuna avevo ancora da parte i soldi dell’assicurazione del camper e del food truck, senza mi sarei visto perso, per ora stavo utilizzando i risparmi che avevo sul conto corrente a Marsiglia, frutto del lavoro come direttore del ristorante, accarezzai l’idea di recarmi di persona a casa, ma il viaggio per Marsiglia sarebbe costato e quindi dovetti desistere, poi un giorno
– Pronto.
– Rino sei tu?
Era Didier riconobbi la voce, non riuscivo a parlare
– Rino?
Ispirai tanto fiato da gonfiare un pallone
– Si, finalmente!
– Come stai?
Non risposi
– Scusami se non ci siamo sentiti prima, ma solo oggi ho potuto chiamarti…
– Perché?
Silenzio
– Didier, perché? Ho chiamato Nina, l’ho chiamata a casa, sul cellulare, ho chiamato te e nessuno rispondeva, perché? Come sta mia figlia, lo sai che tra dieci giorni devo presentarmi per la causa di annullamento del matrimonio davanti ai giudici della Sacra Rota? Ma cosa sta succedendo, perché tanto accanimento? Non bastava il divorzio?
Sentivo solo il respiro lievemente affannato
– Parla, ti prego!
Solo allora
– Denis.
Stupito
– Cosa Denis?
– Ha fatto tutto lui e se potesse farebbe in modo di mandarti in galera pur di non vederti più…
Urlai
– M perché’ ? Cosa gli ho fatto io?
Non mi rispondeva
– Didier?
– Stamattina è partito per tornare a Marsiglia, noi siamo ancora a Stoccolma, dopo il tuo ultimo gesto a Marsiglia per contattare Nina siamo partiti per una crociera nei Mari del Nord, l’altro ieri siamo arrivati qui e lui aveva già programmato di acquistare un locale per un ristorante e ha coinvolto Nina in questa ricerca, lei ora non è in albergo in giro per vistare dei locali con la tata e Nives con un agente immobiliare…
Lui parlava ma io non lo sentivo, solo quando parò di lei e di Nives
– Come stanno?
– Nives chiede spesso di te tra l’amore della mamma e la disperazione del nonno, Nina spesso è assente, non riesce ancora a credere che tu possa averla tradita, è provata, ma suo padre riesce sempre in qualche modo a tenerla impegnata, più d’una volta mi ha chiesto se fossi a conoscenza di qualcosa su di te, le ho detto quello che sapevo…
Ero contento, stava pensando a me allora
– Lo sa che sono in Italia?
Silenzio
– No!
– Perché non glielo hai detto?
– Non ho avuto la possibilità!
Stava dicendo una bugia lo sentivo
– Didier cosa devo fare?
Sentii un sospiro
– Ecco, questa è la domanda giusta, ascolta mi hai raccontato tutto quello che è successo e se le cose sono andate veramente così, devi dimostrarlo…
Ecco dove voleva arrivare!
– …lo so che è difficile, ma è l’unico modo.
Piangevo in silenzio!
In sede del tribunale Nina nemmeno era presente, c’era solo il suo avvocato per procura, l’avvocato della famiglia, ma venni lo stesso a conoscenza tramite Didier che non aveva avuto modo di vedere le foto, vietate dal padre e la sentenza emessa fu il definitivo tagliarmi fuori dalla famiglia, non ero mai esistito e non avevo il permesso di vedere mia figlia, feci subito opposizione al Tribunale presso la Commissione Europea, entro sessanta giorni avrei ricevuto la risposta, mi sembrava di impazzire, come poteva essere che non ricordavo nulla?
Dopo il consiglio del mio avvocato di non essere presente alla Sacra Rota, caddi in depressione, la sentenza per annullamento fu confermata, l’avvocato mi disse che c’erano delle prove schiaccianti della mia infedeltà chiesi e ottenni, dietro il pagamento degli oneri di norma, notevoli, tra l’altro di ricevere copia delle prove, quando le vidi, 10 fotografie, rimasi senza parole, ritraevano quello che non riuscivo a ricordare e c’eravamo solo noi due, io e Sima, due corpi nudi, ma guardando meglio mi resi conto che su sette fotografie delle dieci, erano false, non ero io, galvanizzato dalla scoperta tentai di mettermi in contatto con Nina, con Didier, ma nulla, i numeri di telefono risultavano liberi o sconosciuto quello di Nina.
Misi al corrente il mio avvocato, ma fu lapidario
“E’ la vostra parola sulla sua, dovete dimostrarlo per poter richiedere il rifacimento del processo!”
Non era possibile che accadesse tutto ciò, non riuscivo a farmene una ragione e più volte tentai di mettermi in contatto con mia figlia, ma inutilmente, ero sull’orlo di fare una sciocchezza, volevo scomparire dalla faccia della terra, suicidarmi forse era l’unica soluzione, avevo perso tutto, cosa mi rimaneva?
Ma la provvidenza non si era dimenticata di me!
Nino riuscì a trovarmi un lavoro, Rosa continuava a pregarmi di lavorare con lei, ma non volli, accettai il lavoro, era a tempo determinato come operatore ecologico per tre mesi, quello che mi spinse ad accettare fu il mio aggrapparmi alla vita e l’amore per mia figlia Nives, dovevo tenermi impegnato e così accettai i turni più faticosi e meno appetibili per gli altri, lavoravo dalle due di notte alle dieci di mattina, riposavo solo due ore per poi andare a cucinare alla mensa dei poveri all’altro lato della città di Parma, preparavo pranzo e cena e servivo ai tavoli quando c’era bisogno, tornavo a casa distrutto, poche ore e ritornavo al lavoro, al Mercato Generale, si proprio quello dove avevo iniziato la mia attività con il food truck.
Nei primi giorni nessuno si accorse di me, poi qualcuno iniziò a farmi domande,
“Sai assomigli molto….”
“Ma tu sei già stato qui…”
Ero imbarazzante, ma dopo qualche perplessità accettai di rispondere alle domande senza entrare in ulteriori particolari, ma evidentemente le mie risposte non avevano esaudito la curiosità di qualcuno dei miei vecchi compagni di mercato, si informarono e mi resi conto dopo qualche giorno che sapevano tutto di me e della mia storia sfortunata, furono gentili con me, mai una parola sul passato, mi “adottarono” senza mai lasciarmi da solo, così dimostrarono il loro affetto nei miei confronti.
Non avevo più notizie da due mesi da Marsiglia, provai a chiamare Didier, ma non rispose, ma il giorno del mio compleanno, venni chiamato nel pomeriggio dal capo turno
– Ho un grosso problema.
– Ditemi?
– Potresti anticipare il turno di stanotte?
– Perché?
Era stato sempre gentile con me, era lui che mi aveva assunto
– C’è stata una manifestazione presso il Pro Consolato inglese in Corso Stati Uniti, ho bisogno di personale per ripulire, ci sono solo due addetti sul luogo, so che oggi è il tuo compleanno, ma….
– Vado!
Era contento
– Grazie, avrai il doppio della paga per questa giornata.
– Grazie…..
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…la prossima puntata il 4 maggio 2020…buona lettura…

 

20 Aprile 2020 – Tredicesima puntata: “Una seconda opportunità” di Araldo Gennaro Caparco

20 Aprile 2020…

Tredicesima puntata: “Una seconda opportunità”.

…un mio nuovo “romanzo spontaneo sgrammaticato” in diretta web ogni settimana, cinque pagine da condividere con voi!!

Prossima puntata il 27 aprile 2020.

Araldo Gennaro Caparco
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…quindici contratti per altrettanti matrimoni da eseguire entro la fine dell’anno
Ero su di giri, avevo telefonato a Nina per raccontarle l’andamento, inviato fotografie e quando le avevo detto della chiusura dei nuovi contratti mi passò suo padre
– Hai fatto proprio un bel lavoro figlio mio.
Rimasi di sasso, era la prima volta che mi chiamava così, mi sentii orgoglioso… e per l’ennesima volta sbagliai a credergli, recita un proverbio del mio Paese “Chi nasce tondo, non potrà mai morire quadro”!
Sima era stata efficientissima, sapevo che l’indomani sarebbe dovuta partire per la Thailandia e quindi quando venne a salutare in cucina, non mi meravigliai di nulla
– Ti ringrazio, senza di te questa settimana me la sarei vista di brutto!
Mi guardò interrogativamente, sorrisi, rispose al sorriso
– Senza di te, mi sarei trovato a disagio nel coordinare tante etnie e relativi menu, sei un’interprete fantastica, mi dispiace doverti salutare.
Mi abbracciò, nell’orecchio
– Lo faremo più tardi!
E sparì!
Come un’ebete la vidi scomparire in quella nuvola bianca di vestito svolazzante
– Signore noi andiamo!
Mi girai, erano gli avventisti, aspettavano la paga e questo mi distolse, quando finalmente spensi l’ultima serie di luce, su un ristorante, già ripulito e pronto per la domenica mattina, con i tavoli già preparati, guardai l’orologio, erano le quattro e mezzo, avevo tanta energia positiva, uscii fuori sulla terrazza del locale di fronte al mare e inalai tanta aria per quanto ne potevano contenere i miei polmoni e mi avviai verso l’albergo per il meritato riposo di alcune ore.
Appena entrai nella hall, il portiere di notte
– Signore è atteso nella sala grande.
Era sovrappensiero, continuai per la mia strada verso l’ascensore, mi richiamò
– Signore!
– Dica?
Sorrise, stranamente era uscito dalla sua postazione, mi prese un braccio e strinse
– E’ atteso…
Ero stupito, lo guardai bene, mi rimase impresso un neo piccolo nero sul sopraciglio dell’occhio di sinistra, mi guardai intorno
– Dove?
– Nella sala grande!
Indicandola, aprii la porta e…
…tutto era buio, poi si illuminò, sul palco in fondo c’erano i ballerini indiani che avevano allietato uno dei momenti del matrimonio, una musica dolcissima e martellante, iniziò e con essa loro a muoversi, il ritmo aumentava sempre di più, meravigliato mi accomodai e in quel momento entro in scena Sima, ogni ballo in India racconta una storia, fui affascinato da lei, era con degli abiti che mettevano in evidenza tutto il suo corpo con generosi spacchi laterali che lasciavano intravedere nascondendo, non stava ballando, ma con i gesti e le movenze, la storia raccontava di un Amore che era nato, più d’una volta si avvicinò e potevo sentire il suo profumo, gli occhi penetranti e gli sguardi ammiccanti, ero estasiato.
E fu la mia fine! E che cavolo, mica ero fatto di pietra!
I ballerini scomparvero, l’alba era prossima ad arrivare, vedevo il suo corpo di riflesso, mi prese per mano e dopo poco ci ritrovammo nella mia stanza, opposi una flebile resistenza, quasi impercettibile la sua voce
– Ora ti posso salutare come voglio e desidero io, vuoi?
La mia stanza era una suite all’ultimo piano dell’albergo, era composta di una stanza all’ingresso con due porte per i bagni e poi la stanza da letto, sul tavolino in quella stanza c’erano dei bicchieri e una bottiglia di spumante
– Vengo subito!
Disse stampandomi un bacio sulla bocca, oramai ero rapito e rosso dal desiderio
– Ti aspetto!
E scomparve in bagno per riapparire dopo un poco con i capelli bagnati e completamente nuda, mi portò lo spumante, lo stappai e lei mi diede le spalle conscia di quello che faceva vedere, versò e venne verso di me con i calici dopo aver stampato un bacio sul mio bicchiere, brindammo e non volle spegnere le luci, la sua pelle, il suo profumo invase tutto il mio corpo e…
…fu la mia fine!
Sentivo tuoni in lontananza, strano pensai, aprii gli occhi e non riuscivo a vedere nulla, c’era uno slip sulle mie orecchie e copriva i miei occhi, era rosa, in un attimo cercai di realizzare cosa stesse succedendo, qualcuno alla porta bussava con vigore, mi guardai intorno, tutto era in subbuglio, il reggiseno di Sima era sul mio bicchiere, il suo vestito per terra, il lenzuolo era disseminato dal rosso porpora del rossetto, la testa mi ronzava, vidi l’ora, mezzogiorno, i colpi alla porta aumentarono, cercai di trovare il mio slip ma non lo trovavo, presi la prima cosa che trovai sulla sponda del letto, un telo da doccia
– Vengo, arrivo!
Urlai, aprii la porta, era Nina con suo padre!
E come una tragedia, tutto da quel momento, andò a rotoli!
In pochi giorni, mi ritrovai, senza figlia, senza famiglia, senza lavoro, quello stesso giorno fui buttato letteralmente fuori casa, a nulla valse raccontarle la verità, le dissi che ad un certo punto non mi ricordavo più nulla, le mie ricerche per trovare Sima furono inutili, era partita la mattina stessa per la Thailandia e poi si era dissolta, sparita nel nulla, non volle sentire ragioni, era rabbiosa spalleggiata dal padre, riuscì ad avere in un tempo record anche l’affido esclusivo di Nives e mi era stato permesso di vederla una sola volta al mese con la sua governante per poche ore!
L’unico che mi diede una mano fu Didier di nascosto da Nina, riuscì a trovarmi una sistemazione in un affittacamere in un paesino vicino Marsiglia, i loro avvocati chiesero con urgenza una seduta della magistratura per la sentenza di divorzio e con una velocità impressionante, mentre ero assistito da un avvocato d’ufficio, mi ritrovai divorziato.
Nei mesi successivi, cercai in ogni modo di vedere mia figlia Nives, al di la delle visite programmate, ma vi riuscii solo due volte di sfuggita, mi sembrava di vivere in un incubo, non dormivo, non mangiavo e spesso a piedi facevo quei tre chilometri per arrivare nei pressi del ristorante con l’assurda speranza di poterla vedere, di parlarle, ma più d’una volta mi ritrovai a terra, malmenato da buttafuori del locale, arrivai ad incatenarmi davanti alla villetta dove erano, ma fui allontanato dalla polizia e mi beccai tre denunce per molestie.
Ero diventato l’ombra di me stesso!
Ogni notte rivivevo quel momento, come un film si srotolava nei miei ricordi, la notte prima di andare davanti alla scuola di Nives, dopo aver pianto per l’ennesima volta per tutta la notte, mi svegliai spossato ma deciso a cercare una soluzione, non poteva andare a finire così, volevo la mia famiglia, mia figlia ed ero certo di non aver fatto nulla di male e di essere caduto in una trappola, ne ero convinto, ma dovevo dimostrarlo e non era certo facile.
Fu Nives che mi vide per prima e incurante del grido della tata corse verso di me
– Papà!
Se avessi avuto le ali, in quel momento sarei volato verso il Cielo con lei, ci abbracciammo forte, con la coda dell’occhio vidi arrivare la tata
– Buon primo giorno di scuola piccola mia, papà ti vuole tanto, ma tanto bene!
Mi guardò sorridendo
– Anch’io!
Un attimo dopo era stata presa in braccio dalla tata e fu allontanata da me!
Vederla andar via così senza nemmeno poterla salutare, fu una sferzata che mi colpì profondamente e non so ancora oggi come capitò, ma dopo una corsa folle, mi ritrovai davanti alla mia ex casa, bussai il campanello una decina di volte, sentivo del trambusto al di la della porta, ma nessuno mi apriva
– Nina so, che stai dietro la porta,aprimi….
Nulla
-…ascoltami bene, quello che ti ho raccontato è la pura verità, sono stato raggirato, ma non ce la faccio da solo, ho bisogno di te, ti amo, ho bisogno di mia figlia, il mio grande amore dopo di te e ho deciso di dimostrarti che ho ragione, non so ancora come, ma da questo momento in poi, lavorerò per farlo, non riesco ad odiarti, ti amo troppo, dammi una seconda opportunità!
Nel silenzio irreale di una situazione irreale, i sensi si acuiscono, la sentivo, stava piangendo, il mio primo impulso fu quello di scagliarmi contro quella porta e abbatterla, ma avrei sbagliato un’altra volta, sentii la sirena di un auto della gendarmeria in avvicinamento, qualcuno evidentemente aveva avvertito suo padre della mia presenza lì
– Abbi fede in me!
E mi allontanai velocemente!
Non potevo restare inattivo, non avevo mai perso i contatti con Ines e avevo telefonato ad Alfio spesso, era arrivato il momento di partire da zero, dovevo combattere se volevo raggiungere il mio obbiettivo, quindi mi avviai a piedi verso il garage dove avevo ancora l’attrezzatura acquistata anni prima, quella degli eventi, volevo vedere in che condizioni erano e se potevo utilizzarle ancora, ma con mia somma sorpresa, trovai il garage vuoto, telefonai al proprietario e mi disse che molti mesi prima, erano arrivati dei traslocatori con un ordine firmato da Denis per portare via tutto.
Non avevo più nulla!
Nei giorni successivi, cercai di trovare lavoro nei ristoranti, ma era stata fatta terra bruciata intorno a me, ne ebbi a certezza quando mi avviai verso la pescheria di Alfio, appena mi vide mi venne incontro abbracciandomi, sua figlia Ines non c’era, aspettava un bambino, si era sposata con Andrè e fu lì che venni a sapere che Denis aveva velatamente minacciato chiunque mi avesse offerto un lavoro, lui non aveva paura e mi disse che se volevo potevo restare come dipendente nella sua pescheria
– Ti ringrazio, ma non è il caso.
Meravigliato
– Che farai?
Di getto
– Parto!
– Per dove?
– Torno in Italia!
Era la prima volta in assoluto, mai e poi mai mi sarebbe sfiorata l’idea di tornare a Parma e inconsciamente decisi di farlo, il tempo di arrivare all’affittacamere, raccattare in un borsone le mie cose, telefonai a Didier per avvertirlo, era stato l’unico a darmi una mano, stranamente non disse nulla augurandomi buon viaggio e partii con la mia auto destinazione Parma.
Furono otto ore via Monaco, Genova e poi Parma, terribili, ogni tanto dovevo fermarmi per riprendermi, non dalla stanchezza, ma perché le lacrime mi annebbiavano la vista, arrivai alle prime luci della sera nei pressi della trattoria da Rosa, a fatica uscii dall’auto, avevo tutti i muscoli indolenziti, mai e poi mai mi sarei aspettato di tornare, spesso in quegli anni di lontananza ci eravamo sentiti, sapevo che si erano sposati civilmente, non avevano voluto …

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…la prossima puntata il 27 aprile 2020…
Buona lettura

13 Aprile 2020 – Dodicesima puntata: “Una seconda opportunità” di Araldo Gennaro Caparco

13 Aprile 2020…

Dodicesima puntata: “Una seconda opportunità”.

…un mio nuovo “romanzo spontaneo sgrammaticato” in diretta web ogni settimana, cinque pagine da condividere con voi!!

Prossima puntata il 20 aprile 2020.

Araldo Gennaro Caparco

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– Votre hôte est également le bienvenu avec M. Didier. (Anche il vostro ospite e gradito con il signor Didier)
Didier tradusse.
Ero meravigliato, Nina mi guardò e sorrise
– Merci d’accord. (Grazie, va bene)
– Nous viendrons vous chercher à dix heures, au revoir et merci. (Verremo a prendervi alle dieci, arrivederci e grazie)
E ripartirono!
Tre anni dopo.
Eccomi qui come un mendicante in attesa dell’elemosina, non sono i soldi che mi interessano, sono fuori la scuola di mia figlia Nives, oggi è il suo primo giorno di scuola all’asilo, sono due mesi che non la vedo, lei e la madre sono andate in vacanza in Inghilterra in estate con Denis suo padre.
Non sono andato a casa stanotte dopo aver lavorato, volevo trovare il posto giusto almeno per vederla e non farmi vedere, perché… ho combinato un casino ed ora mi trovo in queste condizioni.
Le luci dell’alba sono ancora lontane, ho freddo!
Eppure tutto andava a meraviglia o almeno era questo che pensavo, iniziando da quella sera in Corsica, mi ricordo bene dopo la partenza della corvetta
Didier rivolta a Nina
– Hai fatto bene ad accettare, lo sai che non potevi rifiutarti.
Lei
– Lo so! Sono certa che è stato papà ad avvertirli che ero in zona.
Li guardavo stupiti, si girarono
– Rino te la senti di venire con noi?
Era stato Didier, guardai lei, aspettava
– Nina se non ti dispiace, vorrei rimanere qui, non mi sentirei a mio agio, sarei impacciato per le fasciature e poi se ho ben capito è un invito che non puoi non accettare, ti accompagnerà Didier e io nel frattempo cercherò di recuperare le forze riposando.
Era dispiaciuta, lo vedevo, lo sentivo e questo mi piaceva, si avvicinò e accarezzandomi una guancia
– Grazie, anche se mi dispiace di doverti lasciare da solo.
Sorrisi
– Me la caverò, stai tranquilla!
E così si avviarono, dopo essersi preparati, vedevo quel puntino bianco del motoscafo allontanarsi e già sentivo la sua mancanza, decisi che quelle fasciature erano troppo ingombranti e quindi dopo aver tolto quella del torace, medicai la ferita alla testa e applicai un semplice cerotto piuttosto largo, impiegai quasi un’ora da solo, ecco, ora andava meglio, respiravo!
Ero in procinto di mettermi a letto nella mia cuccetta, quando sentii un motore in avvicinamento, diavolo era già finito il galà, sentii i passi di qualcuno che scendeva, il motore si allontanava, mi avviai sul ponte e…
…eccola, era lei, meravigliato
– Siete già tornati?
La vedevo sulla scaletta, il corpo fasciato in un abito lungo celeste, ma per un gioco di luci si intravedeva tutto il suo corpo, sorrideva, aveva qualcosa di strano nei suoi occhi, anche loro sorridevano e scendeva lentamente facendomi arretrare
– Non potevo stare lì… Didier è rimasto, sono solo io…per te.
E la natura fece il suo corso!
Fu una settimana meravigliosa, navigavamo ed era più il tempo che eravamo sottocoperta che fuori al ponte, era stupenda, eravamo felici e innamorati pazzi, l’uno dell’altra.
Ma l’incanto finì quando ritornammo a Marsiglia, solo allora mi resi conto che non sarebbe stato facile far accettare al padre la nostra relazione, furono mesi tormentati, il padre non riusciva ad accettare che sua figlia fosse innamorata di uno spiantato, si, così mi chiamava, lui che aveva fondato un impero, due alberghi, quattro ristoranti.
Ci vedevamo di nascosto con l’aiuto di Didier, avevo provato in tutti i modi a farmi accettare da lui, ma non ne voleva sapere, fino a quando…
Didier
– Rino ti vengo a prendere a casa alle tredici.
Guardavo il cellulare incredulo, solo la sera prima c’eravamo incontrati in uno degli eventi che avevo organizzato, era venuto per avvertirmi che Nina era stata bloccata dal padre per una cena con l’Ambasciatore inglese
– Perchè?
– Denis ti vuole parlare!
Mi cadde il cellulare da mano, Denis era il padre di Nina
– Cosa vuole?
Lo dissi urlando, non era la prima volta che ci incontravamo e alla fine tutte le volte doveva intervenire Nina per dividerci, ero stanco di vederlo, ero arrivato al punto di chiederle di scappare con me pur sapendo che non l’avrebbe mai fatto, voleva troppo bene a suo padre e mi mortificai quando piangendo disse
– Ti amo Rino, ma non posso lasciarlo da solo è tutta la mia famiglia, lo capisci?
Didier
– Te lo dirà lui!
Eravamo nel suo appartamento, una suite all’ultimo piano di uno dei suoi alberghi, il più prestigioso, da lì si poteva intravedere tutta Marsiglia, seduti l’uno di fronte all’altro, mi aveva accolto freddamente, ci divideva solo una scrivania con la copertura di una lastra di cristallo, muoveva ritmicamente una penna sul cristallo, ero sul punto di scoppiare, ma non volevo dargli la soddisfazione di parlare per primo
– Tu sai cosa penso di te!
Mi alzai di scatto
– Certo! Era questo che volevate dirmi, allora posso andare.
E mi girai per andarmene, ma lui
– Quanto vuoi?
Dovetti contare fino a dieci prima di girarmi, il sangue affluì violentemente alla testa, ero rosso come un pomodoro
– Mi state offendendo!
Avrei voluto dire ben altro, ma non volevo provocarlo, lentamente dalla tasca interna della giacca prese un libretto d’assegni, scarabocchiò qualcosa, lo staccò
– Penso che questo ti possa convincere.
E spostò l’assegno verso di me, non lo guardai nemmeno
– State sbagliando, io….
Non riuscii a terminare di parlare, entrò Nina, strano non era preoccupata, anzi, era luminosa, Didier era dietro di lei
– Finalmente, i miei due uomini insieme…
Prima di andarle incontro, mi girai verso di lui, sulla scrivania l’assegno non c’era più
– Nina, come sei radiosa!
L’abbracciai, era eccitata
– Sediamoci!
E mi portò verso uno dei divani della stanza
– Vieni papà.
Didier rimase all’ingresso
– Cosa c’è di tanto importante bambina mia.
Lei non lo curò proprio, mi fissò negli occhi
– Sono felice Rino, ti amo e so che anche tu provi la stessa cosa, non so proprio come dirtelo…
Mi prese le mani e le stringeva a più non posso
-… aspettiamo un bambino e…
L’abbracciai forte
– Ma è meraviglioso, che bello!
Si sentì un tonfo, Denis, suo padre, era svenuto!
Didier chiamò il 118, Nina piangeva sul viso del padre, ricovero, lieve infarto e quando si riprese fu deciso che ci saremmo sposati e contemporaneamente avremmo fatto il battesimo del bambino, nella stessa funzione, non stavo nella pelle, io padre, era meraviglioso, andammo a convivere in una villetta acquistata dal padre per noi e Denis voleva che lavorassi nel più grande ristorante dei quattro, ma i rapporti tra noi non erano cambiati, era livido di rabbia, ma per amore della figlia evitava di farsi scoprire, non accettai, decisi di lavorare nel più piccolo, il quarto in ordine e grado, settanta posti, alla periferia di Marsiglia, accettò di buon grado, almeno così sembrava e così fu per tutta la gravidanza.
Poi nacque Nives!
Descrivere la nostra gioia è difficile, ero un padre molto ansioso e preso in giro da lei, sempre più bella, la gravidanza l’aveva ancora di più fatta diventare donna e spesso ringraziavo Dio di avermela fatta conoscere, due mesi dopo ci sposammo, fu una festa meravigliosa, in piena estate con quasi duecento invitati, suo padre volle che firmassimo un accordo pre matrimoniale, voleva tentare un’altra carta, nonostante fosse felice di essere nonno, c’era una postilla “in caso di divorzio nulla del patrimonio mi era dovuto”, gli diedi l’ulteriore schiaffo, firmando senza battere ciglia.
Se avessi intuito, se non fossi stato così accecato dalla felicità, forse… sarei stato più attento!
Ma così non fu!
Durò due anni, Nives iniziava allora a camminare, per stare più vicino alla famiglia, accettai di diventare il direttore del più grande dei quattro ristoranti, era ad un isolato da casa nostra, non appena potevo lasciavo il lavoro e correvo a casa
– Che bello averti qui!
Nina aveva deciso di non lavorare fino ai tre anni d’età della piccola, era una perfetta mamma e moglie, sempre contenta delle mie improvvise apparizioni
– Ti amo.
Più d’una volta, complice il riposino della bimba, passavamo delle ore nella nostra stanza da letto.
Il lavoro per me era bellissimo da quando Denis, dopo i primi mesi, perennemente presente, non si faceva più vedere nel locale, avevo dodici dipendenti, due uomini e dieci donne al servizio in sala, tra cameriere e sommelier e il ristorante andava alla grande, avevo stravolto i menu, inserendo pietanze italiane, gradite dai nostri clienti, ma…la fine era dietro l’angolo!
E io fui un coglione!
Quella settimana fu terribile, uno sceicco aveva deciso di sposarsi a Marsiglia e la futura moglie di origini locali, aveva scelto il nostro ristorante per il ricevimento del matrimonio, le sue richieste furono precise e dovetti assumere temporaneamente altro personale, gli invitati erano una marea e i menu, per il rispetto delle varie religioni dei partecipanti, erano complessi, sudai sette camicie per metterli insieme e farli accettare, per cinque giorni preparammo ogni giorno un menu diverso per essere certi della buona riuscita e fu proprio colpa delle diverse etnie che dovetti assumere un interprete.
E che interprete!
Si chiamava Simi, era di una bellezza straordinaria, parlava dodici lingue, le sue origini erano indiane, alta quasi due metri, un corpo statuario, due occhi verdi e una folta capigliatura liscia nera come la pece, vestiva sempre con sari multicolore, stravolse tutti, fu inviata da un agenzia dove Denis si rivolgeva in Inghilterra, era la mia ombra e fu la mia rovina.
Denis aveva invitato Nina per una settimana alle Baleari, lei non voleva lasciarmi solo, ma quell’impegno con lo sceicco era troppo importante per noi per rinunciare , ero certo, bastava che dicessi una parola e lei non sarebbe partita con Nives e Didier, non la dissi, anche perché ascoltai senza essere notato una telefonata con suo padre e da lì venni a sapere che era felicissima di accettare
Quindi non avendo la necessità di tornare a casa, per poter seguire da vicino tutti i preparativi, Denis mi fece mettere a disposizione una camera nell’albergo poco distante di sua proprietà, sarei dovuto essere più attento, ma l’impegno che mi ero assunto e la necessità di far fare una buona figura alla società, annebbiarono i miei cinque sensi.
Inizialmente non me ne resi conto, ma Sima sul lavoro era costantemente presente con me e così dopo i primi tre giorni, anche stupito dalla sua poliedrica esperienza non solo nelle lingue straniere, ma anche competenza sui cibi e gli ingredienti che dovevamo preparare e servire, diventammo una “coppia fissa”, anche per il pranzo e la cena.
Più volte al giorno sentivo la piccola al telefono e Nina, mi raccontò che il posto era bellissimo e suo padre aveva deciso di prolungare di due giorni la loro permanenza perché intenzionato ad acquistare un ristorante sul mare ed aveva chiesto consiglio a lei.
Era contenta, non me la sentii di protestare!
Il matrimonio si svolse il sabato e fu una giornata infernale, 600 invitati, 60 camerieri, dieci cuochi in cucina con le varie brigate, Sima sembrava un angelo con un sari bianco e una collana di topazio al collo, non ci fermammo un minuto dalle quattordici alle due di notte, quando finalmente tutto finì, con i ringraziamenti pubblici della coppia felice, gli apprezzamenti degli invitati e …

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…la prossima puntata il 20 aprile 2020…
Buona lettura

6 Aprile 2020 – Undicesima puntata: “Una seconda opportunità” di Araldo Gennaro Caparco

6 Aprile 2020…

Undicesima puntata: “Una seconda opportunità”.

…un mio nuovo “romanzo spontaneo sgrammaticato” in diretta web ogni settimana, cinque pagine da condividere con voi!!

Prossima puntata il 13 aprile 2020.

Araldo Gennaro Caparco

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Dopo un attimo di smarrimento, realizzai, sapevo bene cosa potesse significare, detto e fatto, presi un giubbotto, una cintura con dei pesi, lui intuì quello che volevo fare
– Ma non può farlo lei è infortunato!
Gridò, urlai
– Vado io!
Con una mano feci cenno di mettermi sulle spalle la bombola piccola di ossigeno, strinsi la cinghia, inserii il boccaglio e dopo aver messo le pinne un salto in acqua, l’impatto non fu proprio da manuale, ero scoordinato, quando risalii in superficie localizzai la boa e nonostante i dolori, a bracciate la raggiunsi, per poi immergermi, non vedevo nulla, seguivo la corda, ogni tanto davo uno strappo, sperando in una risposta, ma nulla, furono secondi interminabili e quando raggiunsi la fine mi spaventai, lei non c’era, il gancio si era impigliato in un cespuglio di corallo, lo strattonai e lo inserii nella cintura, pregavo di vederla, girai a 360 gradi intorno a me stesso, furono delle bollicine che mi diedero la direzione, provenivano da una cavità poco distante, le bollicine stavano diminuendo, l’ossigeno era quasi terminato, come una furia con le pinne in modalità motore, inserii la mano nella cavità, presi una gamba, recalcitrava, la tenni stretta e tirai, era semi incosciente, staccai il mio boccaglio e il suo facendo inalare l’ossigeno, solo allora aprì gli occhi, mi riconobbe, velocemente, le staccai le due bombole e abbracciandola, tirai il sondino del giubbotto, sganciando la cintura che avevo sui fianchi, si gonfio e con forti pinnate stavamo volando verso l’alto.
Era svenuta!
Ero talmente intento nello sforzo verso l’alto che non mi resi conto di un’ombra in superficie, feci giusto in tempo a spostarla ma non potetti fare a meno di colpire la vetroresina, in un attimo un dolore violento alla testa e dopo poco una chiazza di sangue intorno a me
– Lasciate, la prendo io!
Furono le parole che sentii appena fuori dall’acqua e due poderose mani la issavano a bordo, solo allora la lasciai andare, la stessa mano dopo poco agguantò il mio braccio e riuscii anch’io a salire
– Siete ferito!
Urlò, la guardavo non si era ancora ripresa, sembrava morta, a mia volta
– Andiamo alla barca!
Le slacciai la tuta fino all’inguine, il cuore batteva ma era flebile, il viso cereo, iniziai a insufflare ossigeno dalla bocca alternando ritmicamente con le mani sul torace, ero senza fiato, ma non mi fermavo, lanciai un urlo e continuai, vedevo avvicinarsi la barca, continuai , diventò rossa all’improvviso e un getto d’acqua annebbiò la mia vista, ero seduto, l’abbracciai per consentire di cacciare l’acqua
– Vivaddio!
Tossiva!
Agganciata la barca, attaccai la scaletta con lei sulle spalle, l’uomo salì velocemente dopo di me, la posai con delicatezza su un gavone
– Nina, Nina…
Non rispondeva, sentii solo la sua mano che cercava di stringere il braccio
– Tenga questo, a lei provvedo io.
Era un asciugamano per tamponare il sangue, come un fuscello, la prese e la portò giù sotto coperta, finalmente mi sfogai piangendo!
Ero disorientato, lentamente iniziavo a ricordare e a pormi delle domande, ma ora il mio pensiero era per lei, non so quanto tempo ho passato su quel ponte, il sangue cessò di uscire, avevo solo un gran mal di testa e il torace dolorante
– Venga che l’aiuto a togliere e a farle la medicazione.
Mi girai
– Ma lei è?
– Didier, questo è il mio nome.
– Come sta?
Sorrise finalmente
– Lei è arrivato giusto in tempo, era molto agitata, le ho fatto un’iniezione calmante e l’ho messa a letto, continuava a chiedere di lei, quando le ho detto che stava bene, ha acconsentito a mettersi a letto, ora venga le tolgo le bende.
Meravigliato
– L’ha messa a letto?
Iniziando con le forbici a togliere la fasciatura al torace
– Non è mica la prima volta, sono vent’anni che la conosco l’ho vista crescere…
Sgranai gli occhi
– …lei per me è come una figlia e io per lei il vice padre.
– Mi chiamo Rino, sarei onorato se mi deste del tu!
– Anche tu Rino.
Con una precisione e senza parlare, mi medicò la ferita alla testa e rifece la fasciatura al torace
– Grazie.
Si spostò verso il timone
– Ecco, adesso vai, guido la barca nel porto più vicino, scendi, sono certo che la vuoi vedere.
Nonostante tutto, scattai in piedi e scesi giù, la porta era aperta della cabina, respirava bene, com’era bella, mi accoccolai ai piedi della cuccetta in silenzio, ma evidentemente lei aveva avvertito qualcosa, cercava con la mano, la presi
– Sono qua Nina, riposa.
E tutto mi ritornò alla mente!
Spossato mi addormentai ricordando, non so per quanto tempo dormimmo, non sentivo più la mia mano si era addormentata, poi all’improvviso iniziai a respirare male, avevo mancanza d’aria, strinsi più forte la mano, si svegliò
– Che succede Rino?
Non riuscivo a rispondere, con l’altra mano battevo sul petto, la bocca aperta e gli occhi fuori dalle orbite
– Aiuto, Didier presto!
Arrivò e mi alzò come un fuscello per portarmi in coperta, Nina piangeva
– Che è successo?
– Una crisi respiratoria, aspetta lo libero dalle fasciature al torace.
– Cosa devo fare?
– Vai al timone, vai a manetta verso Bastia, siamo a pochi chilometri.
Era tutto ovattato, ascoltavo senza poter rispondere, l’aria fredda della sera aveva avuto un effetto benefico, Didier non perse tempo, con il coltello che aveva nella cintura, con un taglio netto lacerò la fascia che mi teneva stretto il torace, alla fine, iniziai a respirare, sentii urlare Nina
– Allora?
– Tutto tranquillo Nina, sta respirando, vieni.
Pochi secondi e una massa di capelli mi coprì il viso
– Mi farai morire!
Rimanemmo in silenzio, arrivammo con le prime ombre della sera, eravamo in rada, da lontano si vedevano le luci della città, il respiro fino ad allora affannato stava diminuendo, lei sonnecchiava, accarezzai i suoi capelli
– Grazie.
Alzò la testa e forse solo allora si rese conto che non avevo più l’aria smarrita e disorientata di prima
– Come stai?
Invece di risponderle
– Chi l’avrebbe mai detto, da un autobus ad una barca.
Le strappai un sorriso, era raggiante
– Ti sei ripreso allora?
Si avvicinò Didier
– Sarà stato il colpo di testa che hai dato sotto il barchino di vetroresina.
Lo guardai
– Si certamente…
Poi guardando lei
-… ma cos’è successo Nina, il mio ultimo ricordo è quando ho colpito qualcosa al porto e…
Contenta con la mano sulla mia bocca
– Inizia a fare freddo quassù scendiamo e ti racconto tutto.
Didier aveva preparato la cena e mentre Nina raccontava cosa era accaduto, non riuscivo a mangiare
– E’ venuto Giosef?
Ero meravigliato
– Si, ma è dovuto andare via perché avevano fermato quelle auto alla stazione dell’eurostar…
– E poi cos’è successo?
Era diventata rossa all’improvviso
– Sono stata nel tuo appartamento.
E mi guardò, rimasi a bocca aperta
– Perché?
Si girò dall’altra parte
– Non potevo lasciarti solo, sapevo che qui non conoscevi nessuno, i medici avevano detto che potevi andare a casa e ho deciso, è venuto mio padre…
E saltò il mio primo boccone
– Cosa?
Divertita, stava per rispondermi, quando una sirena ululò, Didier
– E’ una corvetta della Capitaneria.
E si avviò all’esterno, guardai Nina
– Sarà per un controllo…
Ma non riuscì a proseguire, Didier l’aveva chiamata sul ponte, ci alzammo e quando uscimmo in coperta, un fascio di luce la illuminò, c’era un ufficiale della marina con un megafono
– Mlle Legroxe, le directeur du capitaine m’a envoyé pour vous inviter au dîner de gala ce soir. (Signorina Legroxe il Direttore della capitaneria mi ha inviato per invitarvi stasera alla Cena di Gala)
Non avevo capito nulla, Didier lo capì
– E’ stata invitata stasera ad un galà in Capitaneria…
Nina
– Je le remercie, mais je suis avec un invité. (Lo ringrazio, ma sono con un ospite)….
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Buona lettura la dodicesima puntata sarà pubblicata il 13 aprile 2020

30 Marzo 2020 – Decima puntata: “Una seconda opportunità” di Araldo Gennaro Caparco

30 Marzo 2020…

Decima puntata: “Una seconda opportunità”.

…un mio nuovo “romanzo spontaneo sgrammaticato” in diretta web ogni settimana, cinque pagine da condividere con voi!!

Prossima puntata il 6 aprile 2020.

Araldo Gennaro Caparco

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Immediatamente, rossa come un peperone
– Certamente!
Ci salutarono e rimanemmo solo noi due
– Che storia incredibile!
Mio padre parlava da solo, nel prendere un fazzoletto nella borsa, avvertii il gonfiore del portafoglio, lo presi e stavo dando uno sguardo, c’era l’indirizzo della casa a Marsiglia, stavo continuando a sbirciare nel portafoglio ma fui distolta
– Si è svegliato, venga signorina!
Era un infermiere inviato dai medici, mi alzai di scatto
– Dove vai?
– Da lui!
– Vengo anch’io?
Lo bloccai con la mano
– Fammi un piacere, aspettami qui se vuoi!
Rimase di sasso!
All’inizio del corridoio c’era l’accettazione del pronto soccorso, l’infermiere mi fermò per chiedere le generalità del paziente per le dimissioni, presi il documento d’identità di Rino dal portafoglio e dopo averlo registrato, finalmente entrai nella camera, era rannicchiato su se stesso in posizione quasi fetale, un infermiere cercava di convincerlo a girarsi, ma lui scuoteva solo la testa in senso negativo, mi avvicinai, provavo un misto di tenerezza e paura per la sua reazione, feci un cenno all’infermiere, si allontanò un poco, con la sinistra presi il suo braccio
– Dobbiamo andare!
Iniziò a tremare, con l’altra mano accarezzai le sue spalle
– Rino, dobbiamo andare, girati!
Non potrò, finche vivo dimenticarmi il suo volto quando si girò, era terrorizzato
– Dove?
Feci uno sforzo immenso per sorridere poi con decisione
– A casa…
Si dovette convincere, i suoi occhi mi fissavano, solo allora si tranquillizzò, con l’aiuto dell’infermiere lo rivestimmo, era molto debole e a tratti il dolore al torace lo lasciava senza fiato, si appoggiò in uno di quei momenti sul mio seno, poi si rese conto, si alzò all’improvviso
– Scusami!
Ero diventata di fuoco, quel contatto mi aveva procurato una grande emozione e gioia nello stesso tempo, come un bambino ubbidiente terminò di vestirsi, cercava di mettersi le scarpe, ma non ci riusciva
– Faccio io!
E lui fermandomi
– No, grazie, ce la farò da solo!
Cento contorcimenti, ma alla fine ce l’aveva fatta, si aggrappò al mio braccio, guardava la porta della stanza, una lacrima iniziò a scendere sul viso, riprese la sua paura e il panico
– Aiutami, non ricordo nulla, non so chi sei, non so chi sono, ho paura!
Le mie gambe stavano per cedere, la sua era l’espressione di un disagio interiore che non aveva limiti, ed io finii di domandarvi perché stavo lì, con lui, tutto mi era più chiaro, con voce ferma
– Ci sono io!
Fuori c’era mio padre che aspettava, quando uscimmo
– Salve.
Rino sobbalzò, guardava a terra cercando di non inciampare
– Salve signore.
Poi rivolto a me
– Dove vai?
– Lo porto a casa sua.
– E…
Stizzita, sapevo bene quello che voleva dire, ma non ero in animo di litigare con qualcuno e non era proprio il caso di farlo con Rino aggrappato a me come una cozza
– Ci vediamo stasera al locale!
Troncai così la conversazione e mi avviai all’uscita, lasciandolo a bocca aperta, in auto, finalmente iniziò a prendere colore il viso, guardava fuori e quando era sicuro che non lo guardassi, si girava
– Ho una casa?
Per poco non scoppiai a ridere, ma non era il caso
– Si.
Si fermò un attimo, evidentemente aveva presa coscienza
– Grazie.
Lo disse quasi sottovoce, mi fermai nei pressi di un supermercato, mi girai
– Di cosa?
Abbassò la testa
– Tutto questo è irreale, scusami, non so chi sei e nessuno ad oggi si era preso così cura di me…
Fece una pausa per prendere fiato
– … i medici hanno detto che sono caduto ed è per questo che non ricordo nulla, poi sei arrivata tu…sono confuso e disorientato, non so chi sono, cosa faccio, ma quando sono con te sono tranquillo, sereno, grazie.
Ma come diavolo può succedere…
… la sua voce scendeva ai minimi livelli e invece il mio cuore innalzava il ritmo, quasi mi vergognavo, ma che mi sta succedendo, mai mi ero sentita così, per fortuna lui non se ne accorse, mi sentivo il viso in fiamme, prima di scendere
– E’ momentaneo, stai tranquillo, ora faccio la spesa e poi ti accompagno a casa.
Scesi dall’auto come una furia, prima che potesse dire qualcosa, ero turbata per la prima volta in vita mia, si avevo conosciuto altri della mia età, ma mai, avevo sentito quel trasporto che adesso mi incuteva paura e timore, di cosa? Non lo so!
Quasi meccanicamente, presi il carrello e lo riempii delle cose essenziali che potevano essere utili, giunta alla cassa, guardai verso la mia auto nel parcheggio, lo vedevo da lontano, teneva la testa tra le sue mani scuotendola
– Ti ha trovato poi il tuo amico?
Feci un salto, mi girai era Andrè
– Chi?
Meravigliato
– Qualche sera fa è venuto al mio ristorante, Rino, quel tuo amico era in compagnia di Alfio, sai quello che ha una grande pescheria al centro città…
Fece una pausa
– …c’era anche Ines.
E si fermò!
Ines, quella cavallona bionda? Si, eravamo amiche, ma sempre mi aveva soffiato i ragazzi che si interessavano a me, a scuola, eravamo l’una diversa dall’altra e fra noi due, sceglievano lei.
Cosa ci faceva con lui?
Poi Alfio? Certo che lo conoscevo, dovevo tagliare corto, ero preoccupata per Rino nell’auto
– Si, grazie, ci siamo sentiti!
Pagai, salutandolo frettolosamente
– Ciao, buona giornata.
Appena entrai nell’auto, dopo aver depositato la spesa nel cofano
– Ho avuto paura che non venissi più!
Era spaesato
– Andiamo!
Quando arrivammo a casa sua, sgranai gli occhi, era tutto sottosopra e mi resi subito conto che pur mettendo a posto, era troppo piccola per ospitare due persone, si è vero, avevo pensato di restare con lui, il tempo necessario, ma era evidente che non potevo farlo, si guardava intorno come se l’avesse vista per la prima volta e per nulla sorpreso dal disordine
– Sono stanco!
– Mettiti qui sul divano, vado a prendere la roba in auto.
Quando ritornai sopra, lui era disteso sul divano, era nel mondo dei sogni, solo allora mi resi conto di quanto fosse diventato importante per me, l’osservavo così inerme, avrei voluto accarezzare quel viso, mi sentivo strana, era la prima volta che succedeva, si avevo avuto delle storie, l’ultima era stata disastrosa, ma oramai era un ricordo lontano, e ora, questa sensazione quasi opprimente, questo desiderio di non lasciarlo da solo, mi lasciava senza fiato e dopo averlo coperto con uno scialle, uscii fuori al balconcino che dava sul porto, avevo preso una decisione, digitai un numero sul cellulare
– Papà…
Iniziò a fare una raffica di domande, non mi lasciava parlare, lo bloccai quasi urlando
– …ascoltami, l’appartamento e invivibile, non posso lasciarlo qui…
Silenzio, lo immaginavo a bocca aperta
– Che vuoi fare?
La voce era tremolante, mi conosceva bene e sapeva che se avessi deciso qualcosa era difficile farmi cambiare idea
– Non voglio portarlo a casa..
Un sibilo era niente in confronto al sospiro di mio padre in quel momento
– …armo la barca e lo porto lontano da qui!
Silenzio totale o era svenuto oppure era sul punto di farlo
– Papà?
Finalmente
– Perché?
E subito dopo
– Sola con lui? Con uno sconosciuto? Ma ti rendi conto…
Ecco la vera ragione, per tranquillizzarlo
-C’è Didier con te?
Era la mia carta vincente, lui per me era come un vice padre, era l’uomo di fiducia di papà e mi aveva visto crescere dopo la morte della mamma, una presenza costante e discreta, ero la figlia che non aveva mai potuto avere non essendosi mai sposato
– Si
– Passamelo!
Un attimo dopo
– Piccola dimmi?
Mi svegliai e mi preoccupai!
Avevo appena aperto gli occhi e il lampadario sopra di me ondeggiava ritmicamente, mi guardai intorno, tutto mi era sconosciuto, la cuccetta dove mi trovavo era incassata sotto ad un piccolo armadio di noce, tutto profumava di mare, chiusi gli occhi e iniziai a fantasticare, ero in cielo?
Mi domandavo, allora ero morto!
Riaprii immediatamente gli occhi, toccai il bordo del letto e mi resi conto della morbidezza del legno, allora ero vivo, con una mano tastai la testa, avevo come un cerchio, c’era una fasciatura, con l’altra esplorai il torace, identica fasciatura, ma dove mi trovavo, mi sporsi dalla cuccetta, inforcai le pantofole e mi guardai nello specchio di fronte, ero in tuta, un colore che mi era sempre piaciuto, un celeste mare e sulla maglietta un timone di una nave, in basso a sinistra, una scritta “Nina”!
Oddio ero su una barca!
Come se avessi ricevuto una scossa elettrica, nonostante la testa che ronzava e il dolore fisso al torace, mi fiondai per il corridoio e dopo pochi istanti, salita la scaletta, vidi il cielo azzurro che si fondeva all’orizzonte con il mare, visione celestiale per me e improvvisa, guardai la parte inferiore, non c’era nessuno sul ponte, mi girai verso la prua e vidi un signore, era curvo e stava cercando di mettersi una tuta
– Dove sono? Lei chi è? Nina dov’è?
Sorpreso di ascoltare la mia voce si girò in malo modo e finì per cadere su un rotolo di corde
– Nina è in acqua!
Esclamò e con la mano indicava una boa
– Da qualche minuto la boa non si muove…
Pausa, poi abbassando la testa
-…sono preoccupato!….
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prossima puntata il 6 aprile 2020…buona lettura

23 Marzo 2020 – Nona puntata: “Una seconda opportunità” di Araldo Gennaro Caparco

Nona puntata: “Una seconda opportunità”.

…un mio nuovo “romanzo spontaneo sgrammaticato” in diretta web ogni settimana, cinque pagine da condividere con voi!!

Prossima puntata il 30 marzo 2020.

Araldo Gennaro Caparco
.-.–.-.-.–.–.-.-.-.-.
…La luce scomparve all’improvviso e l’uomo con una scarpa premeva forte sul torace
– Non ce l’ho più!
La stretta della scarpa si allentò
– Menti!
Sentivo il sangue in bocca, gridai
– No!
Sempre in inglese
– A chi l’hai data?
Stavo per perdere i sensi, non riuscivo a ricordare, la scarpa continuava ad affondare, mi toglieva il respiro, annaspavo, cercai di allontanarla con l’altra mano, senza nessun esito
– Parla, a chi?
Non riuscivo a ricordare, poi un lampo, un ricordo all’improvviso
– Caprì, il generale Caprì!
Un’imprecazione e poi…
… tutto successe in un attimo, ricevetti un calcio nel torace mentre si sentiva il rombo dell’avvicinarsi di un elicottero, un faro di luce illuminò a giorno l’auto, fui catapultato fuori dalla macchina e finii direttamente sbattendo la testa su un pilastro di cemento, quello per evitare che le auto potessero parcheggiare, sentii lo sgommare di ruote delle auto e l’elicottero che le seguiva, un dolore violento alla fronte e sangue che continuava a colare dal naso, sirene in lontananza, la vista si annebbiò e tutto fu buio.
– Posso entrare?
– Lei chi è? Lo conosce?
– Sono la sua fidanzata e…
– E’ in uno stato confusionale, l’abbiamo medicato, ha due costole incrinate e il colpo che ha preso in testa ha procurato un vuoto di memoria, continua solo a ripetere “Nina, Nina” e null’altro.
– Oddio, sono io Nina!
Una mano sulla fronte, sensazione di freddo, testa fasciata, torace fasciato, apro gli occhi…
…una visione, una ragazza, una montagna di capelli rossi arruffati, mi sta accarezzando, com’è bella, sorride, ma il viso esprime altro, preoccupazione, incrocio i suoi occhi, scende una lacrima
– Chi sei?
Stupore, apprensione,meraviglia si fondono in un attimo, il volto si rattrista
– Nina!
Cerco di sollevarmi, non ci riesco, quel nome è l’unico che ho in testa, ma non so chi è, mi volto dall’altra parte, mi vergogno, mi sento svuotato, lei continua
– Sono io, Rino sono Nina!
Dolcemente con l’altra mano mi fa girare, stavolta sono io che ho le lacrime che scendono copiose
– Non ricordo nulla!
Il cuore iniziò a pulsare all’impazzata, la macchina segnalava il mio disagio, mi martella, non lo sopporto, sento il sangue sale, sale, chiudo gli occhi, sento il suo urlo
– Aiuto!
E nulla più!
-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-
– Oddio!
Vedevo quelle persone che lo manipolavano, prima di svenire era riuscito a prendere la mia mano e la teneva stretta, mi mancava l’aria, ma che ci facevo qui?
– Si sposti signorina.
Era un medico, mi guardava strano
– Non posso, la sua mano!
Esclamai ad alta voce, immediatamente mi sciolse da quella stretta micidiale, mi allontanai di qualche metro, quando l’avevo visto poco prima nel ristorante all’improvviso, il cuore era salito in gola, tante volte ero sul punto di chiamarlo, ma mio padre mi teneva sotto osservazione, qualcuno, la sera in cui lo lasciai di punto in bianco al ristorante la Costa D’Oro, mi aveva visto a Parigi con il suo fidatissimo cliente e glielo aveva detto, quella sera ci fu una scenata epica, urla e grida da parte sua, terminata con una telefonata bollente, al suo cliente ed io…reclusa in casa e guardata a vista.
Dopo molti giorni, solo quella sera, mi diede il permesso di uscire, era addolorato, ero l’unica figlia, mia madre era morta pochi anni prima e lui non riusciva a credere che avessi fatto quella cosa alle sue spalle, tradendo la sua fiducia, conoscendolo avevo accettato dopo proteste e pianti, di essere reclusa a casa, lo avevo fatto per affetto, vedendolo sconvolto e proprio in quei giorni pensavo a quella persona incontrata per caso su un autobus e forte era il desiderio di chiamarlo, ma non ci riuscivo per due ragioni, la prima che non potevo vederlo e la seconda che lui non poteva venire a casa da me, pena l’ira di mio padre.
Quando mi chiese aiuto, non mi domandai nulla, non appena fu uscito dal retro del locale, chiamai quel numero
– Pronto
– Sono Nina, il numero me l’ha dato un mio amico Rino, mi ha detto di dirvi che è in pericolo.
Dall’altro lato, nessuna sorpresa, ma solo due domande
– Dove? Mi dia l’indirizzo!
E riagganciò!
Da lontano notai tutta la scena, c’erano delle persone che l’avevano preso sottobraccio, fu portato in un auto, avevo paura per lui senza sapere il perché, ero sul punto di uscire fuori per raggiungerlo ma dovevo avvertire mio padre, non riuscivo a trovarlo, era con dei clienti, stravolta tornai in cucina, le auto erano sempre lì, dopo poco il rumore di un elicottero che arrivava e quasi contemporaneamente lui fu scaraventato fuori dall’auto centrale, uscii fuori, le auto scomparvero sgommando e con il cellulare in mano, vedendo da lontano che non si muoveva, chiamai il servizio d’emergenza, arrivammo quasi in contemporanea io e l’autoambulanza, lo misero su una lettiga, volevo salire, ma non mi diedero il permesso, ritornando verso il locale, un cameriere mi disse che lo aveva visto scendere da un furgone lì vicino, mi avvicinai, c’erano ancora le chiavi nel cruscotto, una busta con dei soldi sul sedile di guida e un portafogli con altre chiavi, automaticamente li presi e mi avviai alla mia auto per andare in ospedale, mettendo tutto al sicuro nella mia borsa.
Arrivammo quasi contemporaneamente, non ascoltando le proteste l’auto era dietro l’autoambulanza raggiunsi la lettiga, fui bloccata da un agente di guardia
– Lei chi è?
Senza pensarci due volte
– E’ il mio fidanzato, lasciatemi passare!
Urlai, si fece da parte, c’era una porta che si stava chiudendo , l’aprii…
…ed ora sono qui in un angolino, squilla il cellulare
– Pronto, Nina dove sei?
Era mio padre, non potevo dirgli una bugia erano le quattro del mattino, certamente qualcuno l’aveva avvertito di quello che era successo fuori dal ristorante, no, non potevo inventarmi una scusa
– In ospedale…
Silenzio
– Arrivo!
Oddio!
Vedo i medici indaffarati, ma lui non si sveglia, un infermiera, risponde al telefono della stanza, mi fa cenno di uscire dalla stanza, non vorrei, esco, e…
…ci sono tre uomini sulla porta, il più anziano, mi prende per mano
– Venga!
Siamo nella sala d’aspetto completamente vuota, uno dei tre si avvia alla macchinetta per il caffè, la mano di quell’uomo è ghiacciata
– Chi siete?
– Sono Giosef quella persona a cui ha telefonato!
Mi portano il caffè, non solo per me, quei due si spostano, uno all’ingresso e l’altro fuori la porta dove è stato portato Rino, in silenzio sollecitata da quell’uomo, sorseggio il caffè, ogni tanto guardo verso quella porta, vorrei stare lì
– Non si preoccupi, verrò avvertito appena si riprenderà…
Aveva seguito il mio sguardo
– Ho paura per lui, i medici mi hanno detto che ha un vuoto di memoria ma che continuava a gridare un nome, il mio…
Con fare paterno, la voce si è addolcita
– Evidentemente è stato l’ultimo ricordo impresso nella mente, mi vuole raccontare come ha fatto ad avere il mio numero di telefono?
Ero meravigliata, ma mi sentivo più tranquilla e così iniziai a raccontare, ero quasi alla fine, sento un vociare all’ingresso, mi girai, era mio padre e quell’uomo non lo faceva passare
– Papà!
Solo un cenno della testa e
– Nina, ma che cosa è successo? Chi è quest’uomo? Come stai?
Era preoccupato, l’abbracciai
– Sto bene, non ti preoccupare, questa persona è un amico di Rino…
Meravigliato
– E chi è Rino?
E lui
– Mi chiamo Giosef e sono un capitano dei carabinieri, ecco il tesserino.
Sgranò gli occhi
– Mia figlia?
– Stia tranquillo, non siamo qui per lei, ovvero, è stata proprio lei che ci ha chiamato…
La situazione era tragicomica, vedevo mio padre guardare alternando me e lui e poi l’uomo che aveva impedito l’ingresso, si mise le mani in faccia
– Non capisco più nulla!
Arrivo un medico, ci alzammo, rivolto a me
– Signorina, siamo riusciti a risvegliarlo, ma era troppo agitato, ha detto frasi sconnesse e chiesto più volte di lei, abbiamo detto che eravate assente per la deposizione dai carabinieri, solo allora si è calmato, ma abbiamo deciso di fargli un tranquillante, ora riposa, tra qualche ora potrà lasciare l’ospedale al suo risveglio.
Non riuscivo a crederci
– Grazie dottore!
Mi lasciai andare pesantemente sulla sedia
– Allora?
Era mio padre, squillò il cellulare del capitano, si spostò per rispondere
– Ora ti racconto!
Nell’ascoltare il racconto, mio padre rimase senza parole, mi fermò solo quando raccontai dell’autobus
– Come senza soldi?
Lo guardai stizzita ora per allora
– Ti sei dimenticato che avevi bloccato tutte le mie carte di credito per farmi ritornare il prima possibile da Parigi?
Abbassò la testa, alla fine
– Quindi lui non sa chi sei?
– No
– E tu che sai di lui? Cosa fa qui a Marsiglia? Te l’ha detto?
Mio scappò una risata nervosa, se ne accorse, stavo per scoppiare, in quel momento si avvicinò il capitano
– Devo andare, sembra che quei delinquenti siano stati bloccati al confine, alla stazione dell’Eurostar per l’Inghilterra e si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, mi dispiace, vorrei esserci quando si risveglierà.
Mio padre
– Ma è un delinquente?
E guardò verso il corridoio dove si trovava l’altro uomo di guardia, si girò e ammutolì, il capitano serissimo lo fissò negli occhi
– Assolutamente no! Ne avessi di persone come lui…
E in modo conciso raccontò quello che era successo a Parma, rivelando delle cose che Rino non mi aveva detto, concluse con
– Ha perso tutto a Parma!
Eravamo allibiti
– Signorina può farmi la cortesia di avvertirmi del suo stato di salute?….
.-.-.-.-.-.-.-
prossima puntata il 30 marzo 2020…buona lettura