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10 febbraio 2020 – Terza puntata: “Una seconda opportunità” di Araldo Gennaro Caparco

10 febbraio 2020…

Terza puntata: “Una seconda opportunità”.

…un mio nuovo “romanzo spontaneo sgrammaticato” in diretta web ogni settimana, cinque pagine da condividere con voi!!

Prossima puntata il 17 febbraio 2020.

.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-….segue dalla seconda puntata del 3 febbraio 2020.

…non mi uscì del sangue, non vedevo nulla di appuntito, tastai bene con la mano e trovai una tasca minuscola nascosta nel trolley in fondo a sinistra, c’era una chiave, la presi e con il pezzettino di carta la riposi nel portafoglio.

Quella mattinata fu frenetica, non ci fermammo per un minuto e forse per la prima volta ruscii ad avere un incasso record e come sempre a fine lavoro, mi recai allo sportello della banca, distante pochi centinaia di metri per depositare la somma, si, non volevo avere soldi in contanti nel camper, spesso lo lasciavo per andare in ospedale e chiunque poteva entrare e rubare quello che c’era, all’ingresso notai la fila e mi misi in coda, nel prendere il portafoglio vidi la chiave e quel pezzettino di carta, fui distolto da un ragazzo che faceva volantinaggio, mi diede un foglio, lo ringraziai.

E tutto mi fu più chiaro!

Il volantino era la pubblicità delle poste italiane che promuovevano i prodotti postali, quella che mi colpì di più le cassette postali ubicate presso la stazione centrale, c’erano degli esempi con delle foto delle chiavi per accedere e tutto combaciava, ecco cosa erano quelle due cose che avevo trovato nel trolley, avevo due ore prima di andare in ospedale, mi allungai alla stazione e…

…tutto cambiò!

Non c’era nessuno davanti alle cassette postali, erano una marea, non so nemmeno il perché, ma la mano mi tremava mentre cercavo di aprire la 1254, c’era una busta formato A4 dentro, la presi e dopo aver chiuso la cassetta, mi allontanai per fermarmi in un bar poco distante della stazione ma non feci in tempo ad aprirla, squillò il mio cellulare, guardai era il numero della caposala

– Pronto?

Mi mancava il respiro, ma dopo un attimo fui preso dal panico

– Ivvy non c’è più in reparto e non si trova in tutto l’ospedale, abbiamo avvertito i carabinieri!

E chiuse la telefonata! Si scatenò il putiferio!

Quando raggiunsi l’ospedale, fui subito bloccato dai carabinieri, mi interrogarono come se fossi stato un delinquente, era presente una persona in abiti borghesi, ascoltava seduto senza battere ciglio, per fortuna vennero in mio soccorso la caposala e Nico che raccontarono la verità, quelle persone l’avevano già sentita da me, ma erano increduli, venne un agente che raccontò che dai filmati, Ivvy era scomparsa nel cambio turno e sempre dal filmato del retro dell’ospedale si vedeva chiaramente una grossa auto nera che aspettava per poi partire sgommando verso l’autostrada nell’alba.

Ero senza parole, solo poche ore prima l’avevo lasciata, non dava segni di ripresa, immobile e con gli occhi chiusi, e adesso? Scappata su un’auto con delle persone, in perfetta salute, ma allora stava bene!

Non capivo come poteva essere possibile, ma stranamente questo mi tranquillizzò un attimo sul suo stato di salute, ma fu solo per un attimo, prima che mi montasse la rabbia, perché fingere? A che pro?

Disorientato, dopo essere stato rilasciato dai carabinieri, mi avviai verso la metropolitana, stavo per scendere i primi gradini, quando una persona in salita mi diede uno strattone e disse in inglese

“Se fossi in te non scenderei, lascerei perdere, sei seguito!”

E scomparve!

Immediatamente feci dietrofront e mi imbattei in due grossi omoni con degli occhiali scuri e senza fermarsi sacramentando scesero i gradini della metro, aumentai il passo e ogni tanto mi fermavo per vedere se fossi ancora inseguito da qualcuno, fu proprio nei pressi di un bar e per una necessità biologica impellente, riuscii nell’angusta toilette maleodorante di quel bar ad aprire quella busta, per poco non mi veniva un accidenti, era un passaporto, era il suo, ma il suo nome non era Ivvy, ma Robin Write con un tesserino con la sua foto, era della FBI.

Iniziai a sudare freddo, ecco questo spiegava perché mi stavano seguendo, e ora?

Cosa mi dovevo aspettare?

Non ci volle molto per capirlo, arrivai affannato e senza fiato di corsa al camper, avevo ancora la borsa con gli indumenti di Ivvy/Robin,  Liam stava servendo dei clienti, mi avviai alla porta del camper senza farmi vedere da lui, ma mi bloccai all’improvviso, mi stavano aspettando, c’era quell’uomo in borghese dell’ospedale quando ero stato interrogato dai carabinieri  e quei due omoni della metro in attesa, non appena mi videro, mi sbarrarono la strada di fuga e quasi contemporaneamente mostrarono dei tesserini, erano dei servizi segreti italiani, l’uomo taciturno dell’ospedale, stranamente sorrise

– Non si preoccupi, non siamo venuti per lei, abbiamo fatto i nostri riscontri e tutto quello che ci ha raccontato combacia, siamo venuti solo per ritirare il trolley che le è stato dato dall’espositore Nico, quello della sua addetta alle vendite alla Fiera di Parma, ce l’ha lei, vero?

Non era una domanda, ma un’affermazione, deglutivo, giuro le parole non mi uscivano, sentivo il passaporto di lei sul torace, poi presi coraggio

– Certo, ma non posso darglielo!

Dissi con foga guardandolo fisso negli occhi, l’avevo stupito

– Perché?

– Perché non è mio!

Prese un foglio dalla tasca e me lo diede, c’erano solo tre frasi e lo stemma dei servizi segreti in alto, firmato dal Generale Caprì, comandante dei servizi segreti italiani, era una ricevuta per me dell’avvenuta consegna di un “elemento importante per una indagine internazionale”

– E ora?

Capitolai, entrò con me nel camper, agguantò con soddisfazione il trolley e la borsa che avevo in mano e scomparvero

Liam

– Che vi succede?

Sentivo la sua voce lontana

– Perché?

– Siete bianco pallido, vi sentite bene?

– No! Continua tu per piacere.

– Va bene!

Avevo paura!

Ecco quello che sentivo, una paura incontrollata, quale mistero c’era sotto, avevo con me due cose non mie e non avevo detto nulla, perché? Guardavo sul tavolo del camper il passaporto e la macchina fotografica, avevo timore a toccarla, perché Ivvy/Robin era scappata? Perché fingere di stare male? Perché prendermi in giro così?

Una sola cosa mi era chiara, quelle due cose non potevo certo tenerle per me, preparai un pacchetto e per paura che qualcuno mi stesse controllando, chiamai Liam, era in procinto di portare le cene a domicilio

– Ditemi?

– Tra le consegne, c’è anche la fornitura per la Trattoria “Da Rosa”?

Annuì

– Bene! Allora quando farai la prima consegna, porta anche questo pacco da parte mia e dille di metterlo da parte come sa lei.

– Va bene!

Aveva due grosse ceste in mano, ripose il pacco nella prima, sotto le ordinazioni e si avviò, solo allora, tirai un sospiro di sollievo. Quando tutto fu buio, un’ora dopo, uscii dal camper e mi avviai verso quella trattoria, la titolare Rosa, era una donna sulla cinquantina, ma ne dimostrava dieci anni di meno, era bella e molto corteggiata da tutti gli ambulanti del mercato, era vedova e non aveva figli, ci incontrammo una sera mentre stava per andare ad aprire la trattoria, ero da solo impegnato a preparare i piatti d’asporto, ero impegnato e non la notai, ma lei si mise in disparte e osservò tutto quello che facevo, alla fine mi chiese di acquistare uno dei piatti pronti fumanti, era una nuova potenziale cliente non volli essere pagato “Un omaggio ad una bella signore” fu sorpresa.

Si fermò di lato e gustò la pietanza, alla fine, acquistò dieci confezioni e notando la mia meraviglia mi disse che aveva una trattoria poco distante e quella sera li avrebbe fatti assaggiare ai suoi clienti abituali, invitandomi alla trattoria, quando avevo terminato di lavorare, cosa che feci e da allora ogni sera partivano delle pietanze per lei e i suoi clienti, visto il gradimento dei suoi clienti per quello che preparavo, mi iniziòa corteggiare per andare a lavorare da lei.

La ringraziai contento e le raccontai anche il perché non potevo lavorare per lei, di Ivvy e di quello che mi era capitato fino ad allora, alla fine aveva gli occhi che le lacrimavano, ma da allora nacque un rapporto bellissimo di reciproca fiducia e collaborazione, spesso le mandavo il ricavato della serata e lei lo custodiva nella cassaforte in modo che al mattino potessi versarlo in banca.

Ma non arrivai mai!

Ero a metà strada, nessuno passeggiava, il silenzio era totale, quando si sentì l’ululato di una sirena dei vigili del fuoco e quasi contemporaneamente squillò il mio cellulare, era Liam

– Dove sei, sta bruciando il tuo food truck!

.-.-.-.-.-.-.-.–.–.–.-.-.

– Liam ma Rino dov’è?

Era Rosa

– Nella cella frigorifero!

– Benedetto figlio, si starà congelando.

Da un po’ di tempo mi assalivano dei momenti di panico e capitavano quasi sempre quando avevo già preparato tutto e finito di lavorare, iniziavo a pensare a tutto quello che era succcesso in così breve tempo e l’unica via d’uscita era la cella frigorifero

– Ma che stai facendo?

La guardai, aveva una rosa in mano, non mi nascosi, avevo il fazzoletto pieno di lacrime, mi venne vicino

– Stai bene?

Con lei non mi vergognavo di essere sincero

– No!

Appoggiò la rosa su un piano di lavoro e venne ad abbracciarmi

– Sei gelato, vieni andiamo fuori da questa cella, vuoi?

Così dicendo, mi prese sottobraccio e uscimmo, il calore di quel contatto mi fece bene, cercai di sdrammatizzare

– Quella rosa è per me?

Ci riuscii, le strappai una risata

– Sciocco, c’è di là Nico che ti vuole parlare.

Ecco chi era stato a darle la rosa, la fissai negli occhi

– Ti piace?

Voltando la testa

– Chi?

– Quello che ti ha portato la rosa, scommetto che è stato un certo Nico che mi aspetta in sala.

Arrossì

– Ma dai!

– E’ un brav’uomo, oramai è quasi un mese che viene qui tutte le sere e certo non viene per me, questo l’hai capito vero?

Sorrise, ma non mi rispose.

E già, è passato quasi un mese, quella sera quando raggiunsi il mio furgone, non potetti fare nulla, c’erano i vigili del fuoco, tentavano di spegnere l’incendio, ma era quasi tutto distrutto, di corsa eludendo la loro sorveglianza mi fiondai verso il camper dietro, c’era tanto fumo, lo trovai vandalizzato, riuscii a recuperare solo una valigetta con i documenti, avevano messo tutto a soqquadro, dopo rimasi paralizzato all’ingresso, fino a quando due robuste braccia mi allontanarono, ma mai, dico mai, potrò dimenticare quella scena, tutto quello che avevo creato, distrutto in così poco tempo.

I carabinieri dopo le indagini sul caso, mi consigliarono di fare una denuncia contro ignoti, i vigili del fuoco, avevano trovato due taniche di benzina collegate ad un timer, l’incendio era stato procurato, quindi depositai la denuncia all’assicurazione corredata dalle fotografie dei resti carbonizzati, in poco tempo si formò una piccola folla, ma la prima ad arrivare fu Rosa, ero distrutto, dentro e fuori, mi stette accanto con Nico e Liam, alla fine singhiozzando

– Mi hanno ucciso, non so dove andare!

Parlavo da solo e ripetevo sempre la stessa frase

– Non sei solo!

Mi girai, era lei che aveva parlato…

…il prossimo appuntamento per la quarta puntata il 17 febbraio 2020…buona lettura

3 febbraio 2020 – Seconda puntata: “Una seconda opportunità” di Araldo Gennaro Caparco

3 febbraio 2020…

Seconda puntata: “Una seconda opportunità”.

…un mio nuovo “romanzo spontaneo sgrammaticato” in diretta web ogni settimana, cinque pagine da condividere con voi!!

Prossima puntata il 10 febbraio 2020.

Araldo Gennaro Caparco


– Scusami, sono stato impegnato, ma ce l’ho fatta!
Ero contento, mi aspettava, stranamente nel rivederla mi sembrava che avesse un’aria familiare, mi ripresi immediatamente pensando ad una sciocchezza, fui distratto dall’avvicinarsi di una persona alle sue spalle, lei seguì il mio sguardo e lo vide, mi prese immediatamente per mano
– Venga le faccio vedere il food truck.
E mi trascinò verso l’automezzo, l’uomo
– Ivvy, non è possibile, tra poco suona la sirena di chiusura della fiera e dobbiamo andare.
Ma lei incurante delle sue parole
– Venga, le faccio vedere.
E così entrammo nell’automezzo
– Scusami, ma non potevo fare in altro modo, oggi è l’ultimo giorno della fiera, almeno qui non entrerà nessuno.
Non ascoltavo nulla, guardavo solo la sua bocca, era bella e a forma di cuore, rimasi incantato, mi venne un’idea
– Se vuoi ti aspetto fuori, nulla di impegnativo, mi farebbe piacere, andiamo a mangiare una pizza come due vecchi amici, conosco un posticino poco distante, è carino, è confortevole….
Mi fermò, con la sua mano appoggiandola sulla bocca, inalai tutto il profumo che potevo, chiusi gli occhi per poi riaprirli immediatamente, annuì contenta e uscimmo, mi feci da parte per farla uscire per prima e…
…tutto accadde in un attimo, un pannello radiante si staccò dalla cupola e la colpì di striscio, feci appena in tempo a rientrare nell’automezzo e la vidi lì per terra con il sangue che le usciva dalla testa.
Urlai e non si capì più nulla, dopo poco si sentì la sirena dell’autoambulanza!
Mentii spudoratamente in ospedale, seguivo l’autoambulanza in modo spericolato, entrò in pronto soccorso e in codice rosso in sala operatoria, volevo seguirla, ma mi fermarono
– Lei è?
Immediatamente
– Il suo… fidanzato, fatemi andare, voglio vederla…
Ma fui bloccato da due agenti della sicurezza, mi portarono di peso nella sala d’aspetto
– Stia qui!
Ecco quello che successe in quella giornata indimenticabile, paonazzo mi guardai intorno, c’era quell’uomo che mi fissava, era quello della fiera, si avvicinò
– Non sapevo che avesse un fidanzato qui in Italia, ora capisco, perché ha accettato, ecco tenga.
E mi diede il suo cappotto e la sua borsa, non dissi nulla
– Non si preoccupi, vedrà si riprenderà!
Singhiozzavo, se solo non l’avessi raggiunta in serata, nulla sarebbe accaduto, ma ora? Chissà colpito dalla mia reazione, abbracciavo con forza quello che mi aveva dato, disse con una voce dolce
– Stia tranquillo, vedrà tra poco avremo buone notizie.
Ma così non fu!
Arrivò un agente, mi scortò dal medico di servizio, dalla borsa presi i suoi documenti per la registrazione e mentre lui digitava al computer
– Dottore?
E lui scuotendo la testa si alzò e con fare premuroso e preoccupato mi strinse la spalla con la mano
– E’ in coma!
Ero sul punto di sentirmi male, mi cadde il mondo addosso!
Lui continuava a parlare ed io ascoltavo come se fosse stato lontano chilometri, il pannello aveva colpito la parte superiore del cranio, era stata operata per rimuovere un edema, ma aveva perso i sensi ed era nello stato incosciente del coma.
I primi cinque giorni furono terribili, Nico, quell’uomo che l’aveva assunta faceva la spola tutti i giorni ed io non mi spostai dall’ospedale, era nel reparto di rianimazione e aspettavo con ansia il momento di entrare e starle vicino, ma era…
…difficile esprimere a parole quello che sentivo, ero vuoto dentro, non mangiavo da giorni, tant’è che il personale del reparto con dolcezza mi obbligarono dopo un poco a mangiare qualcosa
– Se non stai bene, lei come farà a riconoscerti?
Li accontentai di malavoglia, fu allora che presi quella decisione, non mi sarei allontanato da lei!
Nico mi assicurò che tutte le spese mediche sarebbero state coperte dall’assicurazione, la dirigenza della fiera stava valutando il risarcimento dopo aver appurato che il pannello non era stato posizionato correttamente, mi portò il trolley con le sue cose prese dall’albergo dove pernottava, ero pallido, gli occhi fuori dalle orbite, scavati, non dormivo da ore e raccontai realmente come stavano le cose, lui era stupito e colpito dalle mie parole con aria più dolce
– Posso fare qualcosa per te?
– Si, voglio acquistare quell’automezzo, mi puoi aiutare a trovare un camper per trasportarlo, lo userò come casa in attesa che lei si sveglia, perché lei si sveglierà, ne sono certo!
Con le lacrime agli occhi, disse di si.
In un sol giorno, perfezionai i passaggi di proprietà, presi le mie cose a Lecco e mi trasferii nella mia casa mobile alla periferia di Parma, ancora non sapevo bene cosa stessi facendo, ma allontanarmi da lei no, mi sembrava di tradirla, quella notte tenendo la sua mano nella mia, decisi cosa fare.
Avrei utilizzato il food truck e mi sarei posizionato dopo essermi organizzato con il mio automezzo nei giorni della settimana in prossimità del Tribunale di Parma e nei fine settimana in trasferta a San Pellegrino Terme, non ero un grande Chef, ma avevo la qualifica per le fritture e la griglie, dovevo decidere cosa fare e la scelta fu improvvisa, in questo mi aiutò il ricordo di mia nonna, si divertiva con me quando ero piccolo in una gara sulle polpette, ecco cosa avrei fatto, avrei proposto dei piatti pronti d’asporto in tutte le sue variazioni regionali con un contorno di verdura polpette fritte o al sugo.
Nico mi aiutò con le autorizzazioni amministrative per la qualifica di ambulante, ero eccitato, non vedevo l’ora di iniziare, in questo modo potevo essere vicino a lei, passai la settimana successiva a studiare le pietanze e al quindicesimo giorno, iniziai la mia avventura e ogni volta che entravo nel camper guardavo quel trolley, ma non osavo aprirlo.
Mentalmente troppo impegnato a pensare ad Ivvy e purtroppo in ospedale ogni giorno ricevevo la stessa risposta
– Nessuna novità, mi dispiace!
…mi diceva Patrizia la caposala senza guardarmi negli occhi, era gentile e affettuosa con me e non mi piaceva mentirle e dopo poco le raccontai la verità, le dissi che non ero il suo fidanzato e cosa era successo veramente, lei capì e non raccontò nulla a nessuno, contenta della mia confessione, mi fece entrare nella stanza e come sempre mi sedevo vicino a lei e le prendevo la mano, raccontando tutto quello che avevo fatto in quella giornata, poi nei giorni successivi iniziai a raccontarle la mia vita, portavo con me il registratore e spesso le facevo ascoltare le nostre canzoni, quelle del nostro gruppo musicale di un tempo, iniziando sempre con il nostro cavallo di battaglia “Sognando California”, era la canzone che avevamo utilizzato per il primo provino, quella che ci aveva portato fortuna.
Dentro di me continuavo a chiedermi il perché di quello che stavo facendo, una follia, stavo rimodulando la mia vita su una persona che nemmeno conoscevo, mi ero auto assunto una responsabilità che non mi competeva, avevo quasi ridotto al lumicino le mie finanze in questo assurdo progetto culinario, perché?
Poi la guardavo, era lì inerme, senza nessuno vicino, con gli occhi chiusi, era molto bella, forse era per questo che stavo facendo tutto questo mi dicevo e pregavo che si risvegliasse, il personale medico era abituato alla mia presenza e facevo finta di non vedere la loro commiserazione quando mi trovavano al suo capezzale, qualcuno più coraggioso, dopo aver fatto i rilievi quotidiani su di lei, mi accarezzava la spalla per incoraggiarmi, ed io senza guardare
– Si riprenderà, lo so!
Il primo mese del nuovo lavoro fu un disastro, dopo il primo impatto positivo e gratuito, le vendite scemarono notevolmente, non riuscivano nemmeno a compensare le mie trasferte a San Pellegrino Terme, tant’è che decisi di cambiare luogo e mi posizionai stabilmente nella zona mercato, il food truck l’avevo modificato con fornelli ad induzione e creai una griglia esterna con un camino ad assorbimento per non affumicare i vicini, dopo l’intervento di Nico e del Sindaco avvertito da lui della mia situazione, mi trovarono un posto periferico del mercato, ero posizionato sotto due grossi alberi, lì avevo la fortuna di non dare fastidio a nessuno, di spalle, posizionai il camper e avevo tutto il necessario, acqua e luce, raggiungevo l’ospedale con la metropolitana e avevo dovuto vendere anche l’auto per andare avanti.
Avevo organizzato il lavoro, in modo da preparare la sera prima la carne per le polpette, le conciavo e poi restavano a frollare nel frigorifero tutta la notte, la mattina preparavo le prime dieci vaschette pronte con vari contorni, insalata, riso in bianco, al pomodoro, con i fagioli, con i ceci e alle spezie, ne lasciavo una parte pronta per prepararle al momento, il mercato solitamente si affollava la mattina ed era quello il momento della vendita, ma a fine giornata, i miei conti erano sempre in rosso, non usavo la plastica per i contenitori, ma quelle vaschette riciclabili che avevo notato sul mercato inglese.
Il pomeriggio andavo in ospedale e la sera ero l’unico in attività in un mercato vuoto, cercavo così di raggiungere quelle persone che tornavano a casa dall’ufficio e da me potevano trovare qualcosa di pronto da riscaldare una volta a casa, i commenti erano positivi, ma mi mancava quella spinta iniziale che avrebbe potuto far decollare l’attività, stampai volantini, li consegnai personalmente a tutti i venditori del mercato, ai negozi vicini ma…una mattina…alla fine del secondo mese, un colpo di fortuna.
La provvidenza non si era dimenticata di me!
Quella notte, ero agitato e contento ma non per il vento che fuori infuriava, ma perchè la sera prima mi avevano telefonato dall’ospedale per darmi una piccola buona notizia, sembrava che Ivvy iniziasse leggermente a respirare quando le staccavano il tubo dell’ossigeno, insonne ed elettrizzato mi alzai, erano le tre di mattina e pur di tenere impegnata la mia mente in altro iniziai a preparare i piatti di quella giornata, per le cinque ero già pronto, sentivo le squadre del comune che stavano pulendo l’area del mercato dalle foglie, decisi di iniziare a lavorare, saranno stati i fumi delle fritture, sarà stata l’aria fredda intorno, qualcuno sbirciò quello che stavo facendo, poi senza accorgermene mi resi conto, erano incuriositi, ma notai dalla loro espressione che forse il costo era troppo alto, e qui, mi venne l’idea, presi un cartone bianco e con un pennarello rosso
“Eccezionalmente e per tutte le mattine, siamo lieti di proporre le nostre prelibatezze calde al cinquanta per cento fino alle ore 08.00 – Le FrittuRino!”
Fu la molla e feci centro!
Per le otto avevo finito tutto quello che avevo già preparato, ma non solo, quelle persone con il passa parola, raccontarono tutto agli altri esercenti del mercato e da allora tutto iniziò ad andare per il suo verso, tant’è che dopo quindici giorni, trovai un giovane che voleva lavorare con me e lo presi come apprendista, Liam.
Ivvy, ancora non si era svegliata, ma c’erano delle buone probabilità di uscire dal coma, pregavo di poter assistere al miracolo e quando la caposala mi chiese di portarle delle altre vestaglie e camicie da notte sorridendo in modo complice
– Tutto può avvenire da un momento all’altro!
Volai verso casa, senza nemmeno prendere la metropolitana, ero sul punto di acquistarle quello che le serviva ma spostando una coperta nel camper, vidi il trolley, forse era arrivato il momento di aprirlo, di certo sarebbe stata più contenta di indossare i suoi capi di vestiario pensai e d’istinto la poggiai delicatamente sul letto e…
…aperto, mi venne quasi un mancamento, il suo profumo mi investì, iniziai a lacrimare, tutto era in ordine, piegate con una grande meticolosità e con molta delicatezza spostai i capi di abbigliamento intimo e presi una borsa per riporre due vestaglie e tre camicie da notte, strano, c’erano delle iniziali, ma non erano con la I, ma una R, non mi soffermai molto, in fondo sulla destra c’era una scatola, piuttosto grande, la presi e trovai una macchina fotografica di ultima generazione elettronica, togliendo la custodia vidi svolazzare un minuscolo pezzo di carta, lo presi e sopra veniva riportato “C.P.1254”, riposi tutto di nuovo nel trolley, tranne il pezzettino di carta, sentii bussare alla porta del camper
– Rino, ci sei?
Era Liam
– Si, dimmi?
– Inizio ad aprire, fuori ci sono le persone che aspettano.
Cavolo, non mi ero reso conto dell’ora
– Certo, vengo subito!
E quindi con una certa fretta stavo riponendo le ultime cose e non so nemmeno il perché, presi la macchina fotografica e la misi nell’ultimo cassettone della dinetta matrimoniale del camper, poi riponendo il resto qualcosa mi graffio la mano destra…

…segue…la terza puntata il 10 febbraio 2020…buona lettura.

27 gennaio 2020 – Prima puntata: “Una seconda opportunità” di Araldo Gennaro Caparco

Una seconda opportunità.

Le strade erano deserte, finalmente riuscivamo a tornare a casa alle quattro e mezzo, il vento soffiava forte e la temperatura era sui due gradi, ma noi tre, liberi dal lavoro, eravamo spensierati e tra una battuta e un’altra, venivo accompagnato perche ero il più piccolo e poi loro due raggiungevano le loro case poco distanti dalla mia, avevamo solo due passioni all’epoca, la musica e la cucina.

Mi chiamo Rino e sono con i miei due amici Dino e Ludo, già Ludo, nome imprecisato, un dono dei suoi genitori, convinti della nascita di una femminuccia per tutta la durata della gravidanza avevano illusa la nonna paterna promettendo la continuità del suo nome, Ludovica, quindi quando tra lo stupore di tutti, nacque un bel maschietto, per non deluderla lo vollero chiamare Ludo, un nome da lui mai accettato e divenne un marchio per tutta la vita.

Eravamo di ritorno dopo esserci esibiti in un pub, Dino era compositore e la voce solista e suonava la chitarra, Ludo si alternava al basso e al pianoforte ed infine io ero il batterista e alle volte sassofonista, suonavamo delle canzoni degli anni ’70/80, arrangiate a modo nostro.

Durante la settimana, di giorno studiavamo e la sera lavoravamo in un ristorante, io e Ludo come lavapiatti e Dino invece alle fritture, ci pagavano a giornate e con quella paghetta io e Dino riuscivamo a comprarci qualcosa di vestiario, Ludo non ne aveva bisogno, ma volentieri, tra le discussioni con la sua famiglia, ci accompagnava, all’epoca ero sedicenne, mentre Ludo era diciottenne e Dino ventenne.

Un sabato sera, la nostra fortuna, non ne eravamo a conoscenza, ma tra il pubblico era presente una persona in cerca di talenti e il giorno successivo, mi ricordo molto bene, come se fosse oggi, Dino

– Ti passiamo a prendere tra poco!

Ancora assonnato, guardai la sveglia sul comodino, erano le dieci del mattino

– Per cosa?

– Dobbiamo andare al locale, vogliono farci un provino, passo al garage di Ludo, prendo la nostra attrezzatura e ti passiamo a prendere tra un’ora, vestiti!

Ero meravigliato, un provino? A noi?

Nemmeno il tempo di rispondere riattaccò, mio padre mi vide come una meteora correre in bagno

– Ma dove vai a quest’ora?

Non risposi, il tempo di farmi una doccia, vestirmi, raccontare della telefonata a mio padre, suonò il campanello, erano loro!

E questo fu l’inizio della fine!

Fummo travolti dal successo, quella persona in questione era proprietario di un’etichetta musicale la SingSong, ci scritturò e con le canzoni scritte da Dino fummo lanciati nel mondo della musica, il nostro complesso in pochi mesi raggiunse un successo insperato, il nostro nome:

The boys band!

I soldi arrivarono in breve tempo, i nostri dischi andavano a ruba ed anche la nostra vita cambiò in un amen, nel bene e nel male, furono cinque anni di continui tour, presenza nelle radio principali e poi anche in televisione, eravamo giovani, incoscienti,  increduli …

…e così, ci perdemmo!

Imparai la lingua inglese, ma quando si dice che il successo da alla testa, non è un modo di dire, ma verità assoluta, oltre ai soldi, alle ragazze che ci saltavano addosso, arrivarono anche le droghe, prima leggere, poi sempre più pesanti, eravamo sottoposti a stress incalzante, dormivamo poco e male, fui l’unico a rimanere con i piedi ben piantati a terra, anche perché dopo due anni circa di quella vita, persi mio padre per un tumore che raggiunse mia madre, morta dandomi alla luce.

Fu il suo ultimo triste regalo!

Con un aereo dall’Inghilterra, messo a disposizione dalla produzione, lo raggiunsi prima di morire in ospedale tra le mie lacrime e con un filo di voce mi disse

“Ricordati quello che eri prima e cerca di non perderti!”

Mai parole furono più profetiche!

Rimasero così impresse nella mia mente e da allora tutto cambiò, ma per Ludo e Dino purtroppo non andò così, nell’ultimo periodo Dino dovette essere ricoverato più volte per disintossicarsi dalla droga e Ludo subì la sua stessa sorte per l’alcol, la nostra avventura durò otto anni e poi?

Ci perdemmo di vista!

Da allora sono passati cinque anni, venni a conoscenza che Dino lavorava in Inghilterra come Chef in un ristorante di Plymouth e Ludo a Berlino oramai era parte integrante di una comunità di gay, queste furono le ultime notizie dei miei amici.

Quando il complesso si sciolse, mi ritrovai da solo, impiegai molto tempo per disintossicarmi da quell’incredibile successo improvviso e decisi di iscrivermi ad una scuola alberghiera, diventai Chef di partita addetto alla griglia e alle fritture, ero taciturno, mi stavo rinchiudendo sempre di più.

Di quell’incredibile avventura mi rimase solo un anello, era in oro con una placchetta nera in superficie con le nostre iniziali a forma di cuore incrociate, fu un regalo che ci facemmo il primo anno, pezzi unici forgiati da un artigiano olandese, promettendoci di non toglierlo e non cederlo mai a nessuno.

Ed eccomi oggi, quasi trent’enne, con un camper come casa e la mia attività al seguito, un food truck, grande come una roulotte per sei persone, modificato e acquistato a Parma.

Mi ero trasferito a Lecco, avevo lavorato in diversi ristoranti a Novara, Varese e Como, mi volevano bene tutti, ma non mi sentivo soddisfatto, mi piaceva far parte di una brigata, ma non mi piaceva essere un sottoposto, troppe pressioni in cucina e poi non sopportavo l’arroganza degli Chef, avevo messo da parte i soldi guadagnati con la musica e furono quelli che mi salvarono e mi diedero l’opportunità di finire gli studi e…altro!

Una sera uscendo dal ristorante di Como, una folata di vento a mulinello mi travolse,  riuscii a mettermi al riparo e mi ritrovai tra le mani un volantino, era la pubblicità di una Fiera a Parma dove venivano presentati modelli di automezzi adatti per la ristorazione mobile, nuovi e usati, quella notte non riuscii a dormire, ma ero alla ricerca di trovare la mia strada di vita, decisi di visitarla.

E il giorno dopo…

fu la giornata che cambiò la mia vita!

– Come va oggi?

Ero in ospedale, pregavo e la guardavo, com’era bella, nonostante le ecchimosi sul viso diventate viola, se avessi chiuso gli occhi per un attimo, la rivedevo come la prima volta, solare.

Adesso i suoi capelli biondi lunghi scendevano sulla copertina inerti, gli occhi erano chiusi, ma conoscevo bene il loro colore, celesti come il mare, dai documenti della cartella clinica, ero venuto a conoscenza della sua età, trentuno anni, la mia stessa età, era in coma, respira solo con una mascherina e il suo corpo era avvolto in un vestaglia bianca come la neve attaccato a delle macchine che controllavono il suo stato di salute, avevo gli occhi velati dalle lacrime, sentii dei passi, alzai lo sguardo, era Nico il suo datore di lavoro, aveva un’agenzia pubblicitaria e lei aveva accettato di fare da promoter per un food truck di una compagnia inglese, era un brav’uomo, sui sessanta anni, venne alle mie spalle

– Non è stata colpa tua!

Era già passato un mese da allora, ma non riuscivo ancora a capacitarmi, quel giorno mi ero avvicinato a quel padiglione…

… c’era tanta gente alla fiera, bambini urlanti, venditori di ogni cosa, dai food truck fuoriuscivano profumi deliziosi, panini, patatine, sfogliatine, frittelle a ripetizione, fino a quel momento nulla mi aveva colpito, anche perché confesso non ero pienamente cosciente del perché fossi venuto, la giornata era fredda e nonostante i numerosi pannelli radianti accesi per emanare calore sia in basso che in alto, non si poteva passeggiare senza essere ben protetti tra i padiglioni.

La giornata era passata senza nessuna emozione, nulla mi aveva attratto veramente, ero in procinto di allontanarmi dalla fiera, verso una delle uscite, notai un padiglione con i colori inglesi e una doppia bandiera enorme, quella inglese e quella americana, mi era di strada, mi incuriosì e quando mi avvicinai, la prima cosa che mi colpì, fu una ragazza, disinvoltamente vestita solo con una gonna e una camicetta invogliava le persone a visitare lo stand, la vidi batteva i denti, ma nonostante questo aveva un sorriso per tutti, anche per quelli che non rispondevano al suo invito, non so proprio perché lo feci, ma poco distante, c’era un piccolo bar montato su un automezzo, presi due cioccolate bollenti e

– Posso?

Era di spalle, si girò meravigliata

– Cosa?

Poi vide il boccale bollente, colmo di cioccolata con panna che le stavo offrendo

– Ma?

Le sorrisi

– Scusami, ti ho visto che battevi i denti…

Rispose al sorriso, prendendo il boccale

– Grazie, ma ci conosciamo?

– No, ma se è solo per questo, io mi chiamo Rino e tu?

Mi persi nei suoi occhi celesti, mi guardava incuriosita, mi stava analizzando

– Solitamente non sono mai così diretto, ma mi è venuto spontaneo, io qui bardato con cappotto, sciarpa e cappello come tutti qua dentro e tu…

Diventò rossa all’improvviso

– Spogliata?

Abbassai la testa, mi vergognavo, si è vero, l’avevo immaginata così

– …disinvolta!

Risposi…

…e sorridemmo, seguirono dei minuti imbarazzanti, sorseggiammo la bibita calda, mi ringraziò e ci sedemmo nei pressi dell’automezzo

– Mi chiamo Ivvy.

Un perfetto italiano con una inflessione straniera, spontaneamente

– Non sei italiana?

– No, sono irlandese e studio a Londra, il mese scorso ho risposto ad un annuncio di un’agenzia italiana per questo lavoro, il colloquio l’ho fatto a Londra, cercavano una ragazza inglese che conoscesse bene l’italiano, sai, questa Fiera è internazionale e la società produttrice di questi automezzi, voleva essere certa di raggiungere il maggior numero di persone di tutte le nazionalità, amo l’Italia e quindi ho colto l’occasione, mi veniva pagato alloggio e vitto per due settimane da trascorrere in Italia, oltre la Fiera, e tu?

Preso alla sprovvista con un grumo di cioccolata alla gola bollente

– Cosa?

Ero goffo, rosso dallo sforzo di ingollare quel grumo bollente

– Come mai sei qui?

Riacquistato un minimo di normalità mi resi conto che aspettava, ma non avevo la risposta e così sinceramente

– Non lo so!

Non dimenticherò mai la sua espressione, era sbigottita, ma non aggiunse nulla, fummo distolti da una sirena

– La fiera sta per chiudere, riapre domani, devo andare, mettere in ordine, scusami, grazie per la cioccolata.

E si alzò, feci appena in tempo

– Ci vediamo domani?

Si girò contenta

– Se vuoi, io sarò qui!

Sorrisi

– A domani allora!

Quella notte non riuscivo a chiudere gli occhi, senza vederla, dormii pochissimo in attesa dell’alba, il giorno dopo non potetti andare di mattina, fui chiamato da un avvocato per chiudere il rapporto di lavoro con l’ultimo ristorante, non potevo non andare, dovevano liquidarmi e quei soldi mi servivano, solo nel pomeriggio inoltrato riuscii a definire la situazione con il mio ex datore di lavoro e accettai pur di andarmene via una somma lievemente inferiore a quella che mi doveva, dopo due ore d’auto finalmente entrai nella fiera e mi recai immediatamente a quel padiglione, eccola, era la, stava parlando con una persona, mi vide, sorrise e i suoi occhi si illuminarono, aspettai poco distante e poi quando si allontanarono

– Pensavo che non saresti più venuto!

Fu sincera e io stupito e contento, aveva una sciarpa bianca al collo…

…segue il 3 febbraio 2020…

Sogni.

“Qualunque fiore tu sia,
quando verrà il tuo tempo, sboccerai.
Prima di allora
una lunga e fredda notte potrà passare.
Anche dai sogni della notte trarrai forza e nutrimento.
Perciò sii paziente verso quanto ti accade
e curati e amati
senza paragonarti
o voler essere un altro fiore,
perché non esiste fiore migliore di quello
che si apre nella pienezza di ciò che è.
E quando ciò accadrà,
potrai scoprire
che andavi sognando
di essere un fiore
che aveva da fiorire.”

DAISAKU IKEDA

(scrittore, studioso (studioso del buddismo))

Sogni.

Sognare è un atto di pura immaginazione, che attesta in tutti gli uomini un potere creativo, che se fosse disponibile in veglia, farebbe di ogni uomo un Dante o Shakespeare.
(HF Hedge)

Sogni.

“…Se tu puoi sognare e non abbandonarti ai sogni;

se tu puoi pensare e non perderti nei pensieri…

Se riesci a occupare il minuto inesorabile dando valore a ogni istante che passa, tua è la terra e tutto ciò che è in essa…”

Rudyard Kipling

Sogni d’Oro.

Perché auguriamo “Sogni d’Oro”?

Perché si dice “sogni d’oro” prima di andare a dormire?

Ci sono diverse risposte alla domanda, ma ne abbiamo scelte due che ci sembravano le più sensate:

  • potrebbe essere la traduzione non proprio alla lettera di un modo di dire latino, che augurava di “fare sogni preziosi”;
  • altri ritengono sia invece un’usanza che arriva dall’Oriente, dalla Corea in particolare, dove i monaci auguravano “sogni d’oro” alle coppie appena sposate perché l’oro, simbolo di prosperità, potesse portare loro dei figli in salute.
  • Quel che è certo è che resta tuttora un augurio a trascorrere una notte serena, allietata da sogni piacevoli. In senso ironico, invece, “sogni d’oro!” si utilizza come esclamazione nei confronti di una persona distratta, lenta, con la testa… tra le nuvole.

Sogni.

Ho sognato di volare
tante volte in una
una volta in tante,
leggera sopra i tetti
con un sospiro di gioia nera
posandomi sui cornicioni
seduta in bilico su un comignolo
quanto quanto quanto
ho camminato sulle vie
ariose dell’orizzonte
fra nuvole salate e raggi di sole
un gabbiano dal becco aguzzo
un passero dalle piume amare
erano le sole compagnie
di una coscienza addormentata
vorrei sapere volare
ancora in sogno e ancora,
come una rondine,
da una tegola all’altra
e poi sputare sulle teste
dei passanti e ridere
della loro sorpresa, piove?
O sono lagrime di un dio ammalato?
volo ancora, ma nelle tregue del sonno
il piede non più leggero
scivola via, una mano si aggrappa
alla grondaia che scappa
vorrei volando volare
e riempire di allegrie
le spine del buio»

Dacia Maraini, “ho sognato di volare”, da “Notti e sogni”, in “Se amando troppo – Poesie”, Rizzoli, Piccola Biblioteca LA SCALA, 1998

Sogni – Buon Anno 2020

30 dicembre 2019

Vivere una storia è diventare parte integrante della stessa, è partecipare, è condividere, è emozionarsi, è commuoversi, è gioire, è arrabbiarsi e tanto, tanto altro ancora.

Sognare!

Alla fine, non è importante come finisce una storia, è importante averla vissuta insieme!

Auguri di Buon Anno a tutti, diamo il benvenuto al Nuovo Anno 2020, che sia portatore di salute e serenità per tutti.

Araldo Gennaro Caparco

#iosonounsognatore

 

Non sono uno scrittore, solo un “sognatore”!

Siamo quasi alla fine dell’anno 2019, ed è tempo di bilanci!

Il mio bilancio su questa mia avventura?

Sono soddisfatto!

Diverse persone hanno apprezzato i miei “romanzi spontanei sgrammaticati”, potrei riportare i loro commenti a fine lettura dei miei romanzi, ma non hanno importanza per gli altri, li riserbo solo per me!

Al contrario, i giudizi di quelle persone che li hanno “criticati” e “bocciati”, hanno per me, molta importanza!

Più volte ho scritto dei post in proposito,  sul social network,  alla pagina dedicata e sul mio sito web:

https://www.facebook.com/groups/105295520095369/

www.isognidiaraldo.it

…dove ho spiegato l’origine di questi miei romanzi e come si dice oggi la “mission” che mi ero dato, il loro costo insignificante 9.90 euro non è certo frutto di un operazione commerciale e per me hanno un valore di molto superiore, ma ho dato questa opportunità per raggiungere la “mission”, che è tutt’ora valida!

Non ho mai affermato di essere uno scrittore, perchè non lo sono!?!

Sono solo un “sognatore che non molla”!

Un “cantastorie” e come tale ho dato più importanza  riportando i miei “sogni” per iscritto e sotto forma di EBook,  in modo istintivo e solo una stesura “quella del cuore” e… non “quella della testa”!!

La forma, l’italiano perfetto, la mancanza d’errori, sono certamente importanti, ma per me e forse non solo per me, è importante riportare una “storia originale” descritta con tutto il cuore e non studiata a tavolino con la testa o con l’aiuto di un editor (a pagamento) per correggerli!

Quindi un grazie è doveroso da parte mia a chi mi ha gratificato acquistando i miei romanzi, non sono ancora arrivato alla cifra per raggiungere la mia”mission”, autoprodurre il mio secondo audiolibro, ma ho pazienza e confido di poterci riuscire, non ha importanza il tempo, ma ha importanza farvi commuovere, emozionare, affezionarvi ai personaggi che ho creato nei miei racconti, grazie a chi ha creduto e continua a credere in me!

E per gli altri?

Liberi di non seguirmi!!

Araldo Gennaro Caparco

https://www.facebook.com/araldo.gennaro

#iosonounsognatore