Archivio mensile giugno 2024

23 Giugno 2024 – Il “Principe”.

…da pag.54…

…Avevo avuto una serata molto lavorata, ero tornato giusto in tempo alle ventiquattro per dare il cambio a Rodolfo, giusto il tempo di controllare se tutto era in ordine, mi sedetti sulla poltroncina e tenendo la sua mano appoggiai la testa e mi ero addormentato, ma una flebile flessione di un suo dito mi aveva svegliato all’alba, stavo ammirandola e…
…i ricordi mi assalirono…
…di dieci anni prima!
Cercai di scacciali, ma non potevo, tutto era nato da lì…
…ero in vacanza dai miei nonni, per un puro caso ci incontrammo nell’unico negozio di alimentari del paese, mia nonna mi aveva chiesto di comprarle del sapone di Marsiglia, non aveva la lavatrice all’epoca ed era così che lavava i panni sporchi e si era accorta di averlo finito, mentre guardavo sugli scaffali per trovare quello che cercavo, lo vidi, era un pezzo molto grande e …
…stesi la mano ed alla fine mi ritrovai con un’altra mano sopra…sorpreso ritirai la mia mano e il sapone scomparve
– L’ho visto prima io!
Sentii esclamare, non riuscivo a capire chi era, il suo viso era nascosto dalle altre scatole, a mia volta
– Nemmeno per sogno…
Ma le parole morirono quasi immediatamente, dalla fine dello scaffale uscì una ragazza che poteva avere qualche anno in meno di me, all’epoca avevo diciotto anni, due occhi celesti, una cascata di capelli neri e un sorriso sulle labbra e…mi persi
– Non è vero!
La raggiunsi, dopo aver realizzato che ero rimasto a bocca aperta, era arrivata al bancone per pagare, lei mi vide, aspettava, guardai il negoziante
– Non ne ha un altro?
E lui
– No, mi dispiace…
Stavo per fare dietrofront, non volevo litigare con lei, ma sentii chiaramente
– …Anna ma sai chi è quello…
Pausa
-…è Dino il nipote di zia Elvira, sai quello che abita in città è il figlio di Franco il maggiore dei suoi figli!
Ero quasi all’uscita
– Aspetta!
Mi girai e c’era lei con un pacchetto in mano
– L’ho diviso in due, salutami zia Elvira!
E sparì nel negozio.
Giorni dopo ci incontrammo in chiesa e mi avvicinai
– Grazie.
Era stupita
– Mia nonna ti manda a salutare.
– Ah ecco!
Presi coraggio, sudavo a più non posso e di sicuro non era perché era estate con più di trenta gradi
– Verresti con me a bere dell’acqua fresca al lavatoio.
Mi guardò strano, poi
– Perché no!
E così per tutta la stagione estiva divenne il nostro posto dove ci incontravamo nella controra quando tutti dormivano o restavano in casa, disse
– E’ meglio così, qui la gente parla e sparla e io non voglio.
Accettai.
Fu un colpo di fulmine per entrambi e come disse il Marlowe
“Chi mai ha amato davvero se non ha amato a prima vista”
Forse non ne eravamo pienamente consci ma eravamo attratti e quando in una sera d’estate, lei con un vestitino di pizzo leggerissimo e trasparente, azzardai e fui ricompensato, ci baciammo per molto, molto tempo.
Eravamo felici.
Ma, un giorno all’improvviso venne mia madre, disse che dovevo tornare a casa perché il mio fratellino non si sentiva bene, sbiancai, ma non era solo per quella notizia e quando alla fermata della corriera, vidi Anna, le corsi incontro e le bisbigliai nell’orecchio
“ Stai tranquilla, te lo prometto, tornerò!”
Aveva gli occhi lucidi, mi strinse in un abbraccio, cosa che fu notata da mia madre e mentre salivo sulla corriera la vidi che le disse qualcosa.
Ero talmente frastornato che non le chiesi nulla, ma quando arrivammo in città, a casa
– Mamma che hai detto a quella ragazza?

E lei distrattamente mi disse
“ Fa sempre così, promette e non mantiene”
E mi rintanai nella mia stanza e piansi tanto!
Non ho mai perdonato mia madre per quella frase, ma era mia madre e di certo non potevo cancellarla dalla mia vita.
Ecco perché non volevo ricordare…
..fu un attimo e sentii un lamento…mi girai era Anna si stava finalmente per svegliare.
.-.-.-.-.-.-.-.-.-
Mi sentivo leggera,aprii gli occhi, di fronte al mio letto c’era la finestra, vedevo l’alba che stava nascendo, pensai che stavo vivendo in un sogno, quella scena era stata la mia sveglia quando andavo a trovare zia Francesca, era dolce, testarda ma mi voleva un bene dell’anima, era la sorella di mia madre e non avendo figli quando poteva d’estate chiedeva a mia madre di farmi rimanere qualche giorno con lei, ero contenta, insieme facevamo tantissime cose e mi aveva insegnato a cucinare come sua madre, già, mia nonna volata troppo presto in cielo, me la ricordavo appena, avevo solo sei anni, solo al ricordo mi imposi di uscire da quel sogno, ma chiusi gli occhi, li riaprii e …tutto era come prima, avevo la testa annebbiata, dovevo alzarmi, rinfrescarmi, ma cercai di spostare il mio corpo e una fitta sul braccio
– Se fossi in te, non lo farei!
Oddio, chi aveva parlato, non ero sola nella stanza, girai il viso verso l’ingresso, e c’era lui, si proprio lui, Dino, saltai dal cuscino
– Che ci fai tu qui?
Si stava avvicinando
– Fermati lì e rispondi, che ci fai qui nella mia stanza…
Sorrise, era impacciato
– Come ti senti?
Avevo confusione nella testa, ma poi all’improvviso
– Non era un sogno, sono veramente nella mia stanza, a casa di zia Francesca…
E mi portai le mani sul viso e fu in quel momento che mi resi conto che avevo la camicia da notte di mia madre, rossa in viso, poi alzai la testa e con gli occhi che facevano scintille
– Sei stato tu? E perché? Perché sono qui e non a Cassino…
Stavo per continuare, quando un apparecchio alle mie spalle iniziò a trillare
– Non fare così Anna, cerca di calmarti, no, non sono stato io a cambiarti…
E chi?
– Leda!…

…segue…

Non sono uno scrittore ma un “sognatore narrante” e questi sono i miei sogni riportati sotto forma di E-Book.
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22 Giugno 2024 – Iole.

– Non se ne parla proprio…
Pausa
-…ma siete impazziti, cinquemila euro…ma è una miseria…
Pausa
– …ma che vuol dire che è piccolo…è un monolocale…si capisce che
è piccolo…o no…lo dice la parola…incredibile…
Pausa
-…basta!…la mia richiesta era di quindicimila euro, più che onesta,
ma visto che fate così i simpatici, se trovo qualcuno, mi
accontenterò anche di diecimila euro subito, addio.
Non avrei dovuto ascoltare, ma non potevo evitarlo, ero entrato in
quel bar solo perché avevo freddo, un bar molto grazioso, un
bancone pieno di dolciumi sulla destra entrando, poi subito dopo la
cassa e di fronte cinque piccoli separé con due sedie e un tavolino,
erano quasi tutti occupati e prima che qualcuno potesse
guadagnare il quinto separé mi fiondai, il tempo di sedermi un
cameriere sorridente
– Siete stato fortunato!
Lo guardai stupito, ma il suo sorriso mi disarmò, in un altro
momento mi sarei arrabbiato, invece
– Grazie.
La mia espressione stupita diceva altro, capì di essere stato
inopportuno e con aria professionale
– Gradisce qualcosa?
Mi rilassai
– Si, per cortesia una cioccolata calda e una cialda, grazie.
– Subito!

 

Con un perfetto dietrofront sparì!
Ero di pessimo umore, sradicato dalla mia città in ventiquattro ore,
nemmeno l’auto mi avevano fatto prendere “E’ la tua occasione,
vedrai”, solo una valigia con il necessario e poi imbarcato su un
aereo, destinazione “Aeroporto Orio al Serio di Bergamo”, quasi
svenivo, ero a millecinquecento chilometri da casa!
Ma chi me l’aveva fatto fare?
Figlio di un siciliano e di una toscana, mio padre era il proprietario
di un ristorante a Ragusa, mia madre una giornalista e fu proprio lei
ad inculcarmi le prime nozioni per il giornalismo e mio padre quello
della ristorazione, mia madre ci tenne particolarmente che non
prendesi l’accento siciliano d’accordo con mio padre, solo con gli
amici parlavo il siciliano che conoscevo molto bene, ma con gli altri
parlavo un perfetto italiano.
Da poco avevo festeggiato i miei trenta anni, ero un giornalista
investigativo e usavo uno pseudonimo “Lince”, con quello firmavo
gli articoli, ma uno di questi fu la causa del mio allontanamento
precoce dalla mia amata isola, alla ricerca di uno scoop, tanto
desiderato e voluto dal mio Direttore del giornale, era euforico, per
la prima volta avevano dovuto far ristampare le copie del giornale
perché terminato in tutte le edicole dell’isola.
La ragione?
Avevo scoperto un bidone di immondizia, una commistione, tra
politici e mafia con ramificazioni in tutto il territorio italiano, ed era
proprio per questo che mi trovavo all’altro capo della nazione,
dovevo ricercare, trovare e raccontare, il ramo sporco dei colletti
bianchi sul continente con l’aiuto dei servizi segreti italiani, solo loro
conoscevano la mia vera identità..
Come da istruzioni prima della partenza, all’arrivo seguii le persone
verso l’uscita, non eravamo in molti quella sera, una decina forse,
mi avevano detto che all’arrivo mi attendeva un auto e guardando

 

all’uscita vidi una persona con un cartello con solo un nome ”Alfio”,
mi avvicinai
– Sono io!
Mi squadrò, prese un tablet e dopo essersi rassicurato che ero
proprio io quella persona in fotografia
– Mi segua!
In auto, lui davanti e io dietro
– Sul sedile troverà una valigetta, dentro ci sono le istruzioni per la
sua permanenza qui, alloggerà per il momento in un appartamento
residence “La corte dell’angelo”, poi verrà contattato da un nostro
agente, buona permanenza.
Fine comunicazioni!
La sera dopo vennero, uno dei due era l’autista del giorno prima, mi
diedero nuovi documenti, mi chiamavo Vieri, nato a Firenze, era un
diminutivo di Oliviero “colui che possiede uliveti”, avevo un lavoro
presso la Gazzetta di………., come giornalista gastronomico e
trentamila euro in contanti, potevo utilizzarli come volevo, un tablet
per il resoconto giornaliero e due numeri di telefono cellulare per i
contatti con loro con un nuovo cellulare certamente intercettato da
loro, ci tennero a precisare che avevo carta bianca per le mie
ricerche, ma volevano essere messi al corrente di tutto quello che
poteva essere importante per l’indagini.
Erano di poche parole e nella mia mente li battezzai Flick e Flock!
Dai documenti nella valigetta venni a conoscenza che il soggetto
che stavamo cercando, per molto tempo era stato localizzato nei
paraggi di un quartiere della Bergamo alta ed era proprio lì che mi
diressi quella mattina ed entrai in quel bar.
Ero alla ricerca di un alloggio nelle vicinanze, ad onor del vero lo
cercavo in locazione, ma non mi sembrò vero ascoltare quella
telefonata, detto e fatto, con il giornale in mano mi affacciai al
separé e vidi una signora sulla sessantina che stava sbuffando….

(Totale 113 pagine)

(Ogni riferimento a persone, luoghi è frutto solo di fantasia)

…segue…
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21 Giugno 2024 – L’uomo con il cappello.

La graduatoria generale per la Medicina di base, da quell’anno, divenne Nazionale e non più Regionale, partecipai con pochissime speranze di poter essere collocato in alto nella graduatoria.

Dopo la laurea, avevo sostenuto e superato le specializzazioni in pediatria e chirurgia d’urgenza e in attesa dei bandi di concorso, sostenni un altro corso per la medicina generale, avevo  trent’anni senza un lavoro, ma solo studio e studio, ero stufo!

Per fortuna, la famiglia poteva aiutarmi, iniziai a fare delle sostituzioni dei medici di base di ruolo e alla fine del mese riuscivo a portare a casa un piccolo stipendio, ma ora la mia aspettativa e il mio obbiettivo, era trovare un lavoro stabile, uno stipendio decente e poi la possibilità di formarmi una famiglia ed essere gratificato professionalmente.

Qual’era l’alternativa?

Espatriare!

Ma non ci volevo pensare, Aldo un mio collega, aveva fatto questa scelta, era espatriato in Danimarca, non passava mese che non ci sentivamo per telefono e cercava sempre di convincermi a fare questo passo, mi diceva, “…i pediatri scarseggiavano, non hai problemi con la lingua, conosci l’inglese a perfezione, qui si parla solo inglese in ospedale ed anche fuori, tutti conoscono l’inglese e il norvegese non è difficile da imparare…”, lui con la specializzazione in geriatria, aveva già trovato una buona sistemazione in ospedale e di pomeriggio teneva un ambulatorio a casa sua

– Nino non perdere tempo in Italia, vieni.

– Ti ringrazio, ma per il momento è no.

Era la mia risposta ogni volta!

Quando uscì la graduatoria nazionale definitiva, in base ai punteggi, mi ero posizionato al 298esimo posto, su circa seimila partecipanti non era poco, le sedi erano però 250, quindi ero tagliato fuori!

Dovevo attendere un altro anno, prima di riprovarci, grande era la delusione, avevo prodotto oltre alla laurea, alle specializzazioni, dei Master pagati profumatamente per acquisire punteggio, ma evidentemente non era il momento, chiesi alla Presidententessa dell’Ordine dei Medici di farmi sapere se c’era qualche medico da sostituire, quindi quel fatidico venerdì diciassette, non mi meravigliai della sua telefonata, convocato per le undici, alle dieci e trenta ero già da lei

– L’ho convocato per darle una buona notizia!

La guardai, era molto più grande di me, molto severa, ma il suo sguardo stavolta era dolce

– Grazie, c’è qualche medico da sostituire?

Sorrise

– No, è stata assegnata una sede di medico di medicina generale a tempo indeterminato per lei.

In un primo momento non capii, poi realizzai

– E’ uno scherzo?

Ma poi la guardai, era seria e stava sorridendo

– Non è uno scherzo, abbiamo ricevuto stamattina dal Ministero la sua nomina, se dovesse accettare, ha ventiquattro ore per raggiungere la sede.

Finalmente realizzai e al diavolo l’etica, mi alzai per abbracciarla, lei diventò rossa come il pomodoro, quando la lasciai

– Scusatemi, ma non potete immaginare la gioia che provo in questo momento.

Lei cercò di ricomporsi, in effetti l’avevo stropicciata e non poco, dopo essersi aggiustata la gonna, rossa ancora in viso

– Grazie, potresti essere mio figlio, l’abbraccio non me l’aspettavo, ma ti capisco, non mi hai chiesto nulla della sede e ne dei tuoi giovani pazienti?

Immediatamente

– Accetto!

Lei stavolta seria

– Ne sei certo?

– Si

– Sarai ad ottocento chilometri da qui…

– Accetto!

– …sono dodici frazioni e duecento bambini al di sotto dei dodici anni…

– Accetto!

– …che si sommano alle ottocento persone residenti…

– Dottoressa, fosse stato pure in capo al mondo, avrei accettato, sono stufo di studiare solo o di fare sostituzioni fino alla fine dei miei giorni, ditemi dove devo firmare e lo farò.

Mi vide così determinato, girò la cartellina sulla tavola e solo allora venni a conoscenza di Cassone, un comune della provincia di Torino, situato a mille ottocento metri sul livello del mare

– Grazie.

Con la nomina in tasca, non vedevo l’ora di farla vedere ai miei genitori e così fu, ma la loro reazione non fu proprio quella che mi aspettavo, ero figlio unico e loro erano molto dispiaciuti per la mia partenza, nonostante ciò li coinvolsi con la mia gioia e dopo una giornata di preparativi, salutai e presi l’autostrada per Torino, destinazione Cassone!

.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-

Cinque, solo cinque visite in una mese!

Non ci potevo pensare!

Quando arrivai, dopo aver cercato una sistemazione in una pensione al centro del paese, mi recai al Comune per portare la nomina del Ministero, il sindaco l’aveva già ricevuta, ma non mi sembrò molto contento, chissà, forse aspettavano una persona di una certa età, pensai, invece era proprio così, di poche parole, mi accompagnò al piano terra e mi disse che era a mia disposizione l’ambulatorio del vecchio medico, avevo non solo la funzione di medico di base, ma anche quella di ufficiale sanitario e dopo di lui, ero l’autorità sanitaria riconosciuta nella valle.

Ero talmente scombussolato, non mi passò proprio per la mente di presentarmi al medico anziano in pensione e ne chiesi notizia di lui, grande errore, ma si sa, spesso da giovani, gli errori non si contano e ce ne accorgiamo solo, quando la frittata è fatta!

Guardavo dalla finestra, quelle nuvole bianche, si rincorrevano tra le vette dei monti circostanti, io, uomo di mare in mezzo alle montagne, non mi restava che fare buon viso a cattivo gioco, quelle settimane furono da incubo, nessuno mi chiamava e in ambulatorio in un mese vennero solo cinque giovani per il certificato di sana e robusta costituzione per iscriversi in piscina.

Eravamo alla fine dell’inverno, chiesi e ottenni dall’ASL di pertinenza l’elenco dei miei assistiti e che cavolo?

Erano mille tra giovani e anziani, tutti in perfetta salute?

In auto visitai tutte le frazioni, dodici, nelle bacheche comunali, notai un laconico messaggio che più o meno recitava:

“Il nuovo medico è disponibile per le visite, sia in ambulatorio che presso il comune o a chiamata del paziente, questi sono i numeri di telefono”

E amen!

Questo era tutto!

Non dormivo la notte, mi sfogai con l’unico che mi potesse ascoltare Aldo tramite skype, ed è altrettanto inutile riportare la sua risposta, “…vieni qui, diceva…” ma non volevo, ci doveva essere un modo per farmi conoscere.

Era domenica, dopo una notte insonne, l’ennesima, ascoltando il suono delle campane, mi affacciai alla finestra, vedevo gruppi di persone che si avviavano in chiesa, era poco distante dalla pensione, mi vestii in fretta… dovevo farmi conoscere, farmi vedere, dovevo andare, inventarmi qualcosa!

Ma non arrivai mai in chiesa!

.-.-.-.-.-.-.-.-.-

Avevo gli occhi chiusi, sentivo un profumo invitante, il mio olfatto stava registrando dei profumi intensi, un misto di cannella, farina e olio, non volevo svegliarmi, volevo bearmi ancora di questo sogno, immaginavo una cucina, il vapore dalla padella, un cestino immacolato per le frittelle, una tavola imbandita per la colazione, del latte fresco, e…

…provai a girarmi!

-Oddio!

Lanciai un urlo e aprii gli occhi

– Ma dove sono?

Un dolore lancinante annebbiò la vista, in quei pochi secondi di lucidità, prima di tornare nel buio, vidi accorrere due persone, erano indistinte, solo una cosa riuscii forse a distinguere, una delle due ombre, era un uomo con un cappello nero a falde larghe.

Tutto buio quando mi risvegliai, l’unica fonte di luce, era un piccolo lumino elettrico sotto l’effige di una Madonna, stentai a realizzare, poi lentamente con le mani, accarezzai la coperta, era di una morbidezza assoluta, una finestra di fronte al mio letto ammiravo la luna tra due vette montagnose, con la sinistra, scostai la coperta, gli occhi si erano abituati al buio, ora distinguevo quasi tutto della stanza, strano, ma dove mi trovavo, la casa era immersa nel silenzio, c’era un armadio a due ante con uno specchio al centro, solo allora riflessa nello specchio, vidi di fianco una poltrona con qualcosa sopra, tentai di girare la testa, ma lo feci talmente bruscamente, la stanza iniziò a roteare, mi imposi la calma, toccai la fronte, avevo un grosso cerotto sopra all’occhio destro, ecco perché avevo la vista a senso unico, cercai di muovere le gambe, la sinistra rispose alle mie sollecitazioni, ma la destra…gran dolore!

Urlai e chiusi gli occhi

– Ma dove sono!

Sentii un trambusto, poi una mano sul petto

– Stai fermo!

Era una voce maschile, ferma e autoritaria, la sua pressione sul torace era forte

– Stai fermo! Non ti muovere, sei caduto e ti sei procurato una forte distorsione del piede destro e nel perdere l’equilibrio hai battuto la testa, fermo, stai tranquillo!

Tutto questo detto con fermezza, ma anche con calma e dolcezza, produsse il risultato che voleva, il mio respiro da affannato iniziò a diventare regolare, non potevo vederlo in viso, ma percepivo da una lunga barba, un sentore di tabacco, forte ma per nulla sgradevole, finalmente riuscii ad articolare una frase

– Grazie.

Allentò la presa sul torace, mi rimboccò la coperta

– Sei a casa mia, stai tranquillo, domani vedrai ti sentirai meglio, ma per il momento dobbiamo attendere…

– Cosa?

– Che si assorba l’ematoma sull’occhio, se così non fosse domani ti porto in ospedale.

– C’è una lacerazione?

– No.

– Ecco perché!

– Si.

La sua voce era un tranquillante, chiusi gli occhi e ricordai una reminescenza della lezione di chirurgia d’urgenza, il nostro caro professore:

“Gli ematomi sono la difesa dell’organismo, non sono deleteri, ma se passate ventiquattro ore la ferita inizia a pulsare e diventa dolorosa, bisogna intervenire chirurgicamente onde escludere che possa procurare altri danni…”

e mi addormentai.

Ma prima che il mondo dei sogni si impadronisse di me, ascoltai

“Papà tutto bene?”

“Si Lea, il tranquillante sta facendo il suo effetto”

“Ti do il cambio, stenditi!”

“Ma no, tranquilla”

“Insisto, domani sono certa, non mi permetterai di portarlo da sola in ospedale, io sono abituata a stare sveglia la notte, ti prego stenditi vicino a Licia, sta riposando sul tuo lettone”

“Hai ragione, vado! Però se si dovesse svegliare chiamami, devo controllare l’occhio e se fosse necessario somministrargli un calmante”

“Certamente!”

Chi era?

Chi erano?

E mi addormentai!

.-.-.-.–.-.–.-.-.–.

“Aldo ma tutta questa gente?

Tranquillo sono qua per te, sai è da tempo che aspettavano un pediatra da queste parti.

Non ci posso credere .

Credici, credici, vedrai la villetta che ti hanno procurato.

Sul serio?…”

Aprii gli occhi

– Ma come fa freddo qui…

– Tranquillo, non ti preoccupare è l’effetto del sedativo.

Una voce di donna e sentii una mano calda, tutto era ancora buio

– Ho freddo!

Avevo sognato, ero ancora in quella stanza sconosciuta, vidi l’ombra che mi aveva trattenuto, alzarsi per poi ritornare con una coperta, bella sensazione, quando il corpo si sente protetto

– Chi sei?

– Devi cercare di riposare.

– Chi sei? Cosa mi è successo, ti prego, ho la testa annebbiata, non capisco, ma dove mi trovo, perché sono qui?

La voce si addolcì

– Se mi prometti di stare tranquillo, te lo racconto.

Non risposi, cercavo di vederla, ma non ci riuscivo, sentivo solo il fruscio dei capelli che si muovevano

– Si.

Complice la luna, intravidi i tratti del suo viso, era molto giovane, un viso allungato, degli occhi quasi a mandorla, tutto era proporzionato, mi sembrava una dea scolpita, ammutolii, lei iniziò a parlare ma non ascoltavo, la stavo ammirando, ad un tratto

– Ma non mi ascolti?

Mi uscì spontaneo

– No

Stupita

– Ma allora…

-Sei bellissima!

Si stava allontanando, feci appena in tempo a prenderle la mano

– Non andartene, ti prego, ho freddo!

Non disse nulla, ma lasciò la sua mano nella mia e il tranquillante fece di nuovo il suo effetto, caddi in un sonno profondo.

.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.

Quando il pomeriggio successivo mi svegliai completamente, la ragazza che mi aveva fatto compagnia quella notte, non c’era più, tant’è che pensai di aver sognato, ma poi un foulard dimenticato bianco con orchidee colorate sopra, mi diedero la prova della sua esistenza, non dovetti nemmeno chiamare, perché non avendo più dolore alla gamba destra provai a scendere dal letto con cautela e iniziai a fare dei passi, era si dolorante, ma era sopportabile, mi avvicinai allo specchio per controllare la medicazione sopra l’occhio e con grande piacere, mi accorsi che l’ematoma si stava assorbendo, ero talmente intento a guardarlo da non rendermi conto che qualcuno era entrato

– Allora figliolo, come va?

Mi girai e c’era un signore sulla settantina, vestito accuratamente con una barba bianca folta e lunga e un paio di occhiali cerchiati in oro

– Meglio, grazie signore.

Si avvicinò

– Fammi vedere!

Con molta competenza osservò l’ematoma, poi mi fece sedere su una poltroncina e esplorò dal ginocchio in giù la mia gamba destra

– Bene, bene, questi medicinali d’oggi, fanno miracoli e quel gel che ti ho cambiato più volte sull’ematoma, mentre dormivi ha avuto l’effetto che doveva, prova di un buon prodotto.

La sua meticolosità, nel lavarsi le mani, dopo aver versato dell’acqua nel lavabo di fronte al letto, mi illuminò la mente

– Ma lei è un medico?

Quando si girò sorrise

– Ebbene si, sono il Dott. Ascanio Brà e tu sei il Nino il medico che è stato chiamato per sostituirmi per limiti d’età!

Per la meraviglia, spalancai la bocca e non riuscivo a chiuderla, mi sembrava opportuno dargli la mano

– Sono onorato, mi chiamo Nino.

La sua stretta era forte e sincera

– Lo so, ovvero, non sapevo quando ti hanno portato chi eri, ma stamattina quando la governante è venuta a chiamarmi per una visita, ero qui a cambiarti la medicazione, e lei ti ha riconosciuto, sono stato sorpreso, sapevo della tua venuta da parte dei mie ex pazienti, ma non avevamo ancora avuto modo di conoscerci e invece per un caso fortuito, adesso eri nel letto di mia figlia…

Di tutto quello che aveva detto, l’unica cosa che mi era rimasta impressa, “mia figlia”, ecco, allora chi era quella ragazza

– …mi devo scusare con lei, ma non sapevo di voi, ovvero, ho sbagliato a non venire prima da lei, nessuno qui mi vede come un medico, anzi, per dirla tutta, sto passando un brutto momento.

Si stupì

– Lascia stare, dimmi come ti senti adesso?

Feci dei movimenti

– Bene signore.

– Se vuoi puoi rimanere ancora qui.

– No, la ringrazio, domani ho ambulatorio e non vorrei fare un torto a quell’unico paziente presente e poi vorrei togliere il disturbo, di certo sua figlia vorrà dormire nel suo letto stanotte.

Dissi tutto d’un fiato

– Come vuoi! Ti aspetto di la, la mia governante ha chiesto di poter prendere un cambio nel tuo albergo ed è la sulla sedia, il pantalone di prima era lacerato, l’ha messo in quella borsa con il resto, fai con calma, hai tutto il tempo.

– Posso sapere cos’è successo?

E lui uscendo

– Certo! Stasera sei a cena con me, ne parleremo a tavola.

E uscì!

Mi rivestii con calma, riposi il pigiama prestato nella borsa e senza un perché infilai anche il foulard, poi iniziai ad avere una strana sensazione, realizzai, forse avrei incontrato quella ragazza che mi aveva assistito nella notte e solo al pensiero, sentivo un disagio e nel contempo ero contento, tesi e antitesi, la mia vita, sarei venuto a sapere cosa era successo, avrei conosciuto di più l’uomo che mi aveva curato e perché no, avrei potuto chiedergli dei consigli.

Ero quasi pronto, quando sentii bussare discretamente alla porta

– Dottore, tutto bene?

Voce di donna, pensai che fosse lei, mi alzai per aprire, ma c’era una signora, sulla cinquantina

– Sono Delia la governante, tutto bene?

– Si grazie.

– La cena è pronta, se vuole venire?

Imbarazzato e rosso come un pomodoro

– Arrivo!

Tirai un gran respiro e… ahimè lei non c’era!

Mi trovavo in un saloncino, molto ben curato, il camino era acceso e il dottore mi aspettava a tavola, forse fu la mia espressione, oppure il mio silenzio, guardava tutte le mie espressioni

– Siamo solo noi!

E con questo mi aveva detto tutto e niente, cenammo quasi in silenzio, poi

– Perché mi trattano così?

Lui

– Non ti trattano in nessun modo, devi dare il tempo e poi capiranno.

Sorpreso

– Ma non mi danno l’opportunità, mi evitano, sono inesistente.

Con un cenno della mano mi fece accomodare su una poltrona nei pressi del camino, lentamente iniziò a preparare il suo sigaro ed io ebbi il tempo di guardare sopra la mensola, c’erano delle foto, alcuni ritraevano lui con una bella signora, poi lui con una ragazza, aguzzai la vista, poteva avere la mia stessa età, capelli neri come la pece, un sorriso smagliante incorniciato in un viso ovale, era bella!…”….

…segue…
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19 Giugno 2024 – Alba e il Castello dei sogni.

Una favola moderna di Araldo Gennaro Caparco.

Buona lettura.

http://ebook.simpliweb.it/prodotto/alba-e-il-castello-dei-sogni/

18 Giugno 2024 – A.G.M. – Affetto Geneticamente Modificato.

2022, otto anni dopo.

Sono all’aeroporto di Capodichino, devo fare solo due fermate, il tempo di passare a via Posillipo dal Notaio e al Cimitero Monumentale di Poggioreale.

Chi l’avrebbe mai detto?

Tornare a Napoli dopo otto anni passati negli Stati Uniti, mai avrei immaginato di trovarmi qui adesso, esco e l’afa del mese di giugno mi coglie impreparato…

già…

… oramai sono abituato a vivere in ambienti con l’aria condizionata a palla e tra un trasferimento e un altro in aerei dove bisogna indossare il golfino anche d’estate per le temperature basse nell’abitacolo.

Mi avvio verso la postazione dei tassì e dopo un attimo mi trovo a guardare con occhi diversi la mia città, già quella da cui mi sono allontanato dopo la morte della mamma, il cuore si stringe al suo ricordo, era una mattina di fine giugno, prossimo alla fine dell’anno scolastico e lei professoressa nel Liceo più conosciuto e invidiato di Napoli, la mattina mi aveva salutato dicendo

– Allora, nel fine settimana andiamo a Sorrento, sei con noi?

Disse rivolta verso mio padre, immerso nella lettura del giornale

– Alfio, mi hai sentito?

Spostò la pagina degli esteri

– Ma certo cara, andiamo a Sorrento!

Soddisfatta si rivolse verso di me

– E tu?

L’adoravo e nonostante la mia età, quasi ventidue anni, ero innamorato di quella donna, forte e energica quando ci voleva, dolce e mamma sempre

– Si mamma!

Venne per darmi un bacio sulla fronte

– Oggi…

– Vado a ritirare la tesi rilegata a Portici e la deposito in segreteria per la seduta di laurea, la prossima settimana.

Mi abbracciò

– Non posso crederci, hai bruciato tutte le tappe, e poi…

La guardai contento e riposi

-…si vedrà!

Solo allora mio padre spostò il giornale

– Lo sai che potrei darti una mano, vero!

Già, mio padre lavorava presso l’Ambasciata Americana a Napoli come addetto stampa, più volte mi aveva esortato a fare domanda per uno stage all’estero ed io gli avevo sempre risposto

“ Dopo la laurea.”

Ma adesso era il momento, ero prossima alla seduta di laurea, non potevo rimandare oltre

– Farò domanda papà!

Soddisfatto, si alzò e si diresse verso la sua scrivania, prese un foglio e me lo portò

– Se vuoi firma qui.

Lo guardai sorpreso e lui

– Ero certo che avresti accettato!

Vidi la mia richiesta già pronta e senza tentennamenti firmai.

Lui soddisfatto

– Verrà registrata oggi, auguri figlio mio.

Guardai mamma interrogativamente

– Sapevo già tutto!

Mi alzai per abbracciarli e poi come i grani del rosario uscimmo di casa in tre…

…non sapevo quella mattina che a fine della giornata…

… saremmo rimasti in due!

Nascosi il viso, le lacrime scendevano senza che io potessi fermarle, il tassista se ne accorse

– E’ da tanto tempo che manca da Napoli?

Era l’anima dei napoletani, il loto istinto, il desiderio di confortare una persona che sta piangendo seppur sconosciuta, annuii e lui soddisfatto

– E’ bella la nostra città, unica al mondo.

Non poteva sapere cosa mi stesse passando per la testa, ma era contento delle sue parole, lo lasciai fare, la prima fermata fu dal Notaio, chiesi di attendermi al tassista, il tempo di salire e ritirare delle chiavi e scesi, appena entrato

– Al Cimitero di Poggioreale per favore.

La sua faccia lasciva trasparire tutto il suo stupore, ma poi riprendendosi con una certa riverenza

– Subito, signore!

Quando arrivammo, guardai l’orologio non appena uscii dall’auto, avevo solo mezzora prima di prendere il prossimo aereo

– Potrebbe attendermi, ho un volo tra poco.

Stupito

– Già riparte?

Era leggermente deluso

– Si, mi attendono a Bari stamattina.

Aveva gli occhi stralunati

– Certo!

Volevo pagare in anticipo la corsa già effettuata, ma lui

– Mi offendete signore, ci vediamo dopo.

E mi aprì il cofano.

Presi una sacca delle due che avevo con me e non potetti fare a meno di guardarlo

– Posso aiutarla?

– No grazie, devo depositare una cosa e torno.

Quando arrivai alla Cappella della mia famiglia, non avevo più saliva, aprii con le chiavi e tolsi dalla sacca l’ulna con le ceneri di mio padre depositandole nella cripta di fianco a quella di mia madre, tutto era già stato scritto sulla lapide, cercavo di non guardare la tomba di lato, avevo paura di sentirmi male, poi mi feci coraggio e ad alta voce

– Ecco, era quello che avevi desiderato, riposare in pace vicino a lei!

Baciai le due lapidi, e

– Mi raccomando da lassù proteggetemi, adesso sono proprio solo!

Il ritorno verso l’aeroporto fu silenzioso e il tassista nulla mi chiese, ma quando fu il momento di pagare

– Dottore, pagatemi solo la prima corsa…

Rimasi stupito

-…quell’andata al Cimitero la offro io.

Ero senza parole, lo pagai e gli lasciai una mancia notevole

– Grazie.

Ci abbracciamo come fanno due persone che si conoscono da tanto, mi lasciò scivolare un biglietto da vista in tasca e

– Vi ho seguito alla Cappella, ero preoccupato con quella borsa in mano, poi ho capito, per qualsiasi cosa, che so, un fiore, una messa, contate su di me!

Ci stringemmo la mano vigorosamente, avevo le lacrime che scendevano, non mi aspettavo tanta attenzione da uno sconosciuto, per un attimo mi ero dimenticato di essere in un luogo dove tutto può accadere…

…Napoli…

– Grazie per tutto, ci risentiremo presto.

E mi avviai all’imbarco…

… destinazione Bari!…

…segue…

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13 Giugno 2024 – Tutta colpa di un’anatra!

Aosta

– Dott.ssa ho una bella notizia per lei.

Il cellulare iniziò a tremare

– Quale?

Quel silenzio non finiva mai

– Allora?

Si sentì un sorriso

– Sono uscite le graduatorie del Concorso Nazionale, lei è tra le prime venti…

Lanciai un urlo, poi recuperai il cellulare volato sul divano

– E…

– Le è stato assegnato l’incarico nella sua regione, l’aspetto per la firma di accettazione nel mio ufficio.

Non riuscivo a crederci

– Grazie Direttore, ci vediamo in ufficio.

Questo era successo una settimana prima, ora mi trovo sull’autostrada per Reggio Calabria, finalmente ritorno nella mia regione, dopo una gavetta durata dieci anni, tra le montagne della Valle d’Aosta e Trentino.

In ufficio fu prima festa grande per me, non avevo mai nascosto il mio desiderio di tornare a casa, poi venne il momento commovente ed emozionante degli addii, non so quanto ho pianto, volevo essere forte, ma alla fine, crollai.

Tutti, si erano affezionati a me e tutti mi diedero una mano a svuotare la mia villetta, con me avevo solo una valigia e un trolley, il resto era stato già inviato presso uno spedizioniere a Ragusa in attesa del mio arrivo tre giorni prima, un mio cugino Alfio mi avvertì che tutto era stato trasferito in un locale della ditta.

Gradualmente scendendo per l’autostrada mi liberai dei vestiti pesanti, eravamo in primavera e quando arrivai a Reggio Calabria, per imbarcarmi sul traghetto per Messina, avevo un vestito leggero a maniche corte con solo un foulard al collo, quello di mia madre, finalmente sentivo il caldo dopo per anni aver sofferto il freddo, per un’anima mediterranea come me, avevo sofferto tanto, ma mai, dico mai, avevo abbandonata l’idea di ritornare nella mia Sicilia.

Appena laureata, per un moto di ribellione verso la mia famiglia, partecipai ad un concorso, avevo 23 anni e non sopportavo l’idea che mio padre si risposasse dopo la morte di mia madre avvenuta solo due anni prima, non era un astio nei confronti di quella donna, ma, avrei desiderato che mio padre non avesse fatto una cosa così affrettata, non mi ero ancora ripresa da allora e i nostri contatti furono irrimediabilmente troncati, non avevo più nessun padre mi ripetevo e alla fine mi convinse che così fosse, onestamente lui cercò in tutti i modi di riallacciare il rapporto, più di una volta, nonostante il suo carattere  e la sua indole, venne a trovarmi, ma furono momenti di imbarazzo totale, il tempo di un caffè insieme e nulla più.

Eravamo simili, troppo simili e distanti!

Al contrario i parenti di mia madre, erano costantemente al corrente di quello che facevo, in particolare una sorella di mia madre non mi lasciò mai da sola, per diverse stagioni estive venne in montagna a farmi compagnia, accampò la scusa che i medici le avevano prescritto aria di montagna, per una sua malattia, non ho mai saputo di quale malattia e non l’ho mai chiesto, sapevo era tutta una scusa per stare con me e tanto mi bastava.

Fu proprio a farmi arrivare la notizia del primo concorso e fu sempre lei che mi esortò a partecipare, dieci anni non sono pochi e quasi mi stavo abituando a quello stile di vita, è vero, non sopportavo tante cose, ma tutto passava in secondo ordine, quando vedevo che il mio lavoro era gratificato.

Amavo il mio lavoro e tutti mi chiamavano Dott.ssa Emy, per loro era difficile accettare il mio nome, Emilia, quindi lo troncavano per fare prima.

Si mi chiamavo Emilia, come la mia nonna materna, mio padre mal sopportava sua madre, l’accusava di aver fatto delle preferenze nei confronti dei fratelli a suo discapito e quindi quando venne il momento, disse a mia madre di scegliere lei il mio nome e lei dopo aver tentato inutilmente di convincerlo che non era giusto nei confronti della suocera, restò irremovibile sulla sua decisione e lei volle donarmi il nome di mia nonna.

L’ho portato fin da piccola con fierezza, anche se non riuscivo a capire, perché l’altra nonna, non mi chiamasse mai per nome, poi venni a conoscenza della verità, avevo quindici anni, il giorno dopo all’uscita della scuola, non ritornai a casa mia, ma mi presentai da nonna Emilia

– Piccina, che ci fai qui a quest’ora?

Non le risposi, l’abbracciai

– Solo ieri sono venuta a conoscenza…

La guardai, aveva le lacrime agli occhi, con una mano sulle mie labbra

– Ne ero certa…

– Di cosa?

– Ieri sera mi ha telefonato tua madre raccontandomi tutto…

Ero meravigliata, volle farmi sedere sulle sue gambe

-…alla fine le ho detto di stare tranquilla, sapevo che saresti venuta da me oggi, ne ero certa, vedi Emilia, anche se non porti il mio nome, hai parte del mio sangue nelle tue vene e in questi anni ho notato anche parte del mio carattere, sono io che ho sbagliato, quindi…

Non la feci terminare

– Grazie nonna, che bello sentirmi chiamare da te per la prima volta con il mio nome.

Ci abbracciammo e rimasi a pranzo da lei, dopo aver avvertito mamma che non fu per nulla meravigliata, mia zia morì poco prima della laurea e mia nonna Emilia due anni prima e dopo circa un mese dalla laurea in veterinaria fui chiamata dal Notaio, mi accompagnò mio cugino Alfio, all’epoca già io e mio padre non ci parlavamo più, vivevo da sola a Palermo in una casa condivisa con altri studenti di veterinaria a Palermo, vicino all’Università fin da quando avevo iniziato il corso di laurea

– Alfio, ma che vuol dire questa raccomandata

Non mi rispondeva

– Alfio, sai qualcosa?

Eravamo sulle scale dal notaio, si fermò

– Si, ma non posso dirti nulla.

Sbigottita

– Perché?

E lui serio, avevamo la stessa età

– L’ho promesso a suo tempo a nonna Emilia e a mia madre.

Non chiesi più nulla, ma quando uscimmo, dovette sostenermi, piangevo a dirotto e cercava di calmarmi

– Non fare così, ti prego, farai piangere anche me, mamma mi aveva già avvertito del gesto di nonna Emilia, era stata lei a chiamarla per avvertirla “vorrei lasciare un mio ricordo ad Emilia, ma l’avrà dopo la laurea” e mi chiese di non dirti nulla.

Non disse altro, restammo abbracciati per lungo tempo, alla fine riuscii a dire solo

– Grazie, non me l’aspettavo.

E lui, stavolta piangendo

– Sono contento per te!

Ecco quello che pensavo sul traghetto per Messina…

…segue…su…

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12 Giugno 2024 – Una seconda opportunità.

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Erano le quattro e mezza del mattino e a quell’ora le strade erano deserte, il vento soffiava forte e la temperatura era intorno ai due gradi, ma noi tre, liberi dal lavoro, eravamo spensierati e tra una battuta e un’altra mi accompagnavano a casa perche ero il più giovane del gruppo, poi loro due raggiungevano le loro abitazioni poco distanti dalla mia.

Eravamo tre amici inseparabili e avevamo solo due passioni all’epoca, la musica e la cucina!

Mi chiamo Rino e i miei due amici Dino e Ludo, già Ludo, nome criptico, un dono dei suoi genitori, convinti della nascita di una femminuccia per tutta la durata della gravidanza avevano illusa la nonna paterna promettendo la continuità del suo nome, Ludovica, quindi quando tra lo stupore di tutti, nacque un bel maschietto, per non deluderla lo vollero chiamare Ludo, un nome da lui mai accettato e lo marchiò per tutta la vita.

Ci eravamo esibiti in un pub, Dino era compositore, voce solista e suonava la chitarra, Ludo si alternava al basso e al pianoforte ed infine io ero il batterista e alle volte sassofonista, suonavamo canzoni degli anni ’70/80, arrangiate a modo nostro.

Durante la settimana studiavamo e la sera lavoravamo in un ristorante, io e Ludo come lavapiatti e Dino invece alle fritture, ci pagavano a giornate e con quella paghetta io e Dino riuscivamo a comprarci qualcosa di vestiario, Ludo non ne aveva bisogno, ma volentieri, incurante delle discussioni con la sua famiglia ci accompagnava, all’epoca io ero sedicenne, mentre Ludo era diciottenne e Dino ventenne.

Il nostro momento fortunato capitò un sabato sera e non ne eravamo a conoscenza ma tra il pubblico era presente una persona in cerca di talenti e il giorno successivo, lo ricordo molto bene, come se fosse oggi, Dino mi chiamò al telefono

– Rino, ti passiamo a prendere tra poco!

Ancora assonnato, guardai la sveglia sul comodino, erano le dieci del mattino

– Per cosa?

– Dobbiamo andare al locale, vogliono farci un provino, passo al garage di Ludo, prendo la nostra attrezzatura e ti passiamo a prendere tra un’ora, vestiti!

Ero meravigliato, un provino? A noi?

Non mi diede nemmeno il tempo di rispondere riattaccò, e io?

Ancora assonnato corsi come una meteora in bagno, mio padre notò tutto dalla cucina

– Ma dove vai a quest’ora?

Non risposi, il tempo di farmi una doccia, vestirmi, raccontare della telefonata a mio padre…

…suonò il campanello, erano loro!

E questo fu l’inizio della fine!

Con una velocità impressionante, fummo travolti dal successo, quella persona in questione, il talent scout era proprietario di un’etichetta musicale la SingSong, ci scritturò e con le canzoni scritte da Dino fummo lanciati nel mondo della musica, il nostro complesso in pochi mesi raggiunse un successo insperato, il nostro nome:

“The boys band”

I soldi, tanti soldi, arrivarono in breve tempo…

…segue su…

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11 Giugno 2024 – Un evento indimenticabile.

Dedicato ad una persona che non c’è più, un abbraccio ovunque tu sia!

Araldo Gennaro Caparco

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