Archivio annuale 2024

4 Marzo 2024 – Tutta colpa di un’anatra! – Romanzo originale di Araldo Gennaro Caparco

Aosta

– Dott.ssa ho una bella notizia per lei.

Il cellulare iniziò a tremare

– Quale?

Quel silenzio non finiva mai

– Allora?

Si sentì un sorriso

– Sono uscite le graduatorie del Concorso Nazionale, lei è tra le prime venti…

Lanciai un urlo, poi recuperai il cellulare volato sul divano

– E…

– Le è stato assegnato l’incarico nella sua regione, l’aspetto per la firma di accettazione nel mio ufficio.

Non riuscivo a crederci

– Grazie Direttore, ci vediamo in ufficio.

Questo era successo una settimana prima, ora mi trovo sull’autostrada per Reggio Calabria, finalmente ritorno nella mia regione, dopo una gavetta durata dieci anni, tra le montagne della Valle d’Aosta e Trentino.

In ufficio fu prima festa grande per me, non avevo mai nascosto il mio desiderio di tornare a casa, poi venne il momento commovente ed emozionante degli addii, non so quanto ho pianto, volevo essere forte, ma alla fine, crollai.

Tutti, si erano affezionati a me e tutti mi diedero una mano a svuotare la mia villetta, con me avevo solo una valigia e un trolley, il resto era stato già inviato presso uno spedizioniere a Ragusa in attesa del mio arrivo tre giorni prima, un mio cugino Alfio mi avvertì che tutto era stato trasferito in un locale della ditta.

Gradualmente scendendo per l’autostrada mi liberai dei vestiti pesanti, eravamo in primavera e quando arrivai a Reggio Calabria, per imbarcarmi sul traghetto per Messina, avevo un vestito leggero a maniche corte con solo un foulard al collo, quello di mia madre, finalmente sentivo il caldo dopo per anni aver sofferto il freddo, per un’anima mediterranea come me, avevo sofferto tanto, ma mai, dico mai, avevo abbandonata l’idea di ritornare nella mia Sicilia.

Appena laureata, per un moto di ribellione verso la mia famiglia, partecipai ad un concorso, avevo 23 anni e non sopportavo l’idea che mio padre si risposasse dopo la morte di mia madre avvenuta solo due anni prima, non era un astio nei confronti di quella donna, ma, avrei desiderato che mio padre non avesse fatto una cosa così affrettata, non mi ero ancora ripresa da allora e i nostri contatti furono irrimediabilmente troncati, non avevo più nessun padre mi ripetevo e alla fine mi convinse che così fosse, onestamente lui cercò in tutti i modi di riallacciare il rapporto, più di una volta, nonostante il suo carattere  e la sua indole, venne a trovarmi, ma furono momenti di imbarazzo totale, il tempo di un caffè insieme e nulla più.

Eravamo simili, troppo simili e distanti!

Al contrario i parenti di mia madre, erano costantemente al corrente di quello che facevo, in particolare una sorella di mia madre non mi lasciò mai da sola, per diverse stagioni estive venne in montagna a farmi compagnia, accampò la scusa che i medici le avevano prescritto aria di montagna, per una sua malattia, non ho mai saputo di quale malattia e non l’ho mai chiesto, sapevo era tutta una scusa per stare con me e tanto mi bastava.

Fu proprio a farmi arrivare la notizia del primo concorso e fu sempre lei che mi esortò a partecipare, dieci anni non sono pochi e quasi mi stavo abituando a quello stile di vita, è vero, non sopportavo tante cose, ma tutto passava in secondo ordine, quando vedevo che il mio lavoro era gratificato.

Amavo il mio lavoro e tutti mi chiamavano Dott.ssa Emy, per loro era difficile accettare il mio nome, Emilia, quindi lo troncavano per fare prima.

Si mi chiamavo Emilia, come la mia nonna materna, mio padre mal sopportava sua madre, l’accusava di aver fatto delle preferenze nei confronti dei fratelli a suo discapito e quindi quando venne il momento, disse a mia madre di scegliere lei il mio nome e lei dopo aver tentato inutilmente di convincerlo che non era giusto nei confronti della suocera, restò irremovibile sulla sua decisione e lei volle donarmi il nome di mia nonna.

L’ho portato fin da piccola con fierezza, anche se non riuscivo a capire, perché l’altra nonna, non mi chiamasse mai per nome, poi venni a conoscenza della verità, avevo quindici anni, il giorno dopo all’uscita della scuola, non ritornai a casa mia, ma mi presentai da nonna Emilia

– Piccina, che ci fai qui a quest’ora?

Non le risposi, l’abbracciai

– Solo ieri sono venuta a conoscenza…

La guardai, aveva le lacrime agli occhi, con una mano sulle mie labbra

– Ne ero certa…

– Di cosa?

– Ieri sera mi ha telefonato tua madre raccontandomi tutto…

Ero meravigliata, volle farmi sedere sulle sue gambe

-…alla fine le ho detto di stare tranquilla, sapevo che saresti venuta da me oggi, ne ero certa, vedi Emilia, anche se non porti il mio nome, hai parte del mio sangue nelle tue vene e in questi anni ho notato anche parte del mio carattere, sono io che ho sbagliato, quindi…

Non la feci terminare

– Grazie nonna, che bello sentirmi chiamare da te per la prima volta con il mio nome.

Ci abbracciammo e rimasi a pranzo da lei, dopo aver avvertito mamma che non fu per nulla meravigliata, mia zia morì poco prima della laurea e mia nonna Emilia due anni prima e dopo circa un mese dalla laurea in veterinaria fui chiamata dal Notaio, mi accompagnò mio cugino Alfio, all’epoca già io e mio padre non ci parlavamo più, vivevo da sola a Palermo in una casa condivisa con altri studenti di veterinaria a Palermo, vicino all’Università fin da quando avevo iniziato il corso di laurea

– Alfio, ma che vuol dire questa raccomandata

Non mi rispondeva

– Alfio, sai qualcosa?

Eravamo sulle scale dal notaio, si fermò

– Si, ma non posso dirti nulla.

Sbigottita

– Perché?

E lui serio, avevamo la stessa età

– L’ho promesso a suo tempo a nonna Emilia e a mia madre.

Non chiesi più nulla, ma quando uscimmo, dovette sostenermi, piangevo a dirotto e cercava di calmarmi

– Non fare così, ti prego, farai piangere anche me, mamma mi aveva già avvertito del gesto di nonna Emilia, era stata lei a chiamarla per avvertirla “vorrei lasciare un mio ricordo ad Emilia, ma l’avrà dopo la laurea” e mi chiese di non dirti nulla.

Non disse altro, restammo abbracciati per lungo tempo, alla fine riuscii a dire solo

– Grazie, non me l’aspettavo.

E lui, stavolta piangendo

– Sono contento per te!

Ecco quello che pensavo sul traghetto per Messina, non smettevo mai di ringraziare lei e vinsi il successivo concorso nazionale proprio in quella provincia Ragusa, quindi avevo deciso di abitare quella casa, quella che lei mi aveva donato a Pozzallo.

Per tutti gli anni della mia lontananza fu Alfio ad amministrare quella casa per me e io gli volli riconoscere per il suo impegno il cinquanta per cento del fitto mensile durante i mesi estivi, lui non voleva, ma alla fine mi ringraziò, disse che quei soldi avevano contribuito all’acquisto della sua casa quando finalmente coronò il suo sogno di sposare, la sua compagna di università a Palermo, ora era padre di due bambini, un maschio e io fui la madrina al suo battesimo della femminuccia.

Nonostante la bella giornata primaverile, in mare aperto, iniziarono lentamente e poi sempre più forti gli ondeggiamenti, bastarono pochi minuti e il mare si ingrossò, il capitano consigliò a tutti i passeggeri di rimanere sotto coperta, anch’io fui travolta da quel cambio repentino del mare, cercai un posto dove ripararmi, poi l’adocchiai, era in fondo vicino alla scaletta che portava al garage, certo, non era la prima volta che mi succedeva, ma sarà stata la lontananza per tanti anni, non ero più resistente come prima, con difficoltà riuscii ad attraversare la sala, cercando di non pestare nessuno e stavo quasi per arrivare alla meta, quando, passando davanti al bancone del bar, vidi solo un ciuffo di capelli rossi e una voce che urlava

– Staiu pi moriri aiutatemi (sto per morire aiutatemi).

Mi bloccai all’improvviso, era un giovane con gli occhi chiusi che batteva con forza la mano destra sul legno, tanto da ferirsi

– Stia fermo e mi ascolti, deve fare quello che le dico io!

Si bloccò, guardandomi stralunato

– Si ‘na Maronna (sei una Madonna)

Nonostante gli ondeggiamenti, non riuscii a non sorridere mentre stavo lentamente cercando di farlo rialzare

– Magari!

Con qualche difficoltà, riuscimmo a staccarci dal bancone del bar, dopo averlo fatto sedere sul posto che avevo adocchiato

– Ora, fermo così, metti la testa in mezzo alle gambe e non muoverti!

Sarà stato il mio tono, sarà stato che oramai mi credeva una figura divina, fece esattamente quello che gli avevo detto, fu allora che notai le ferite alla mano, scendevano gocce di sangue, tornai al bancone agguantai una bottiglia di gin, poi in un cassetto, trovai un canovaccio bianco pulito

– Ora ti farò del male, ti brucerà, ma è necessario.

Stava per rialzare la testa

– Fermo!

E versai il gin sulle ferite, cacciò un urlo e avvolsi il canovaccio stretto, con l’altra mano cercava di fermarmi, ma riuscì solo a prendere il mio foulard

– E’ tutto passato, non muoverti!

Vedere un uomo in quello stato non è certo piacevole, ma era l’unico modo per aiutarlo, ma ora ero io che avevo bisogno di sedermi, si era liberato un posto su un divanetto distante, non ci pensai due volte e lo raggiunsi, finalmente chiusi gli occhi in attesa che tutto si calmasse.

Il traghetto per non andare incontro alla bufera, aveva dovuto fare una manovra più lunga e il capitano avvertì i passeggeri, era una prassi comune e nessuno protestò, non so come mi addormentai e quando mi svegliai cercavo con le mani il mio foulard, poi mi ricordai tutto, guardai verso quel posto dove avevo lasciato quel giovane, non c’era più nessuno, il mare si era calmato e il comandante ordinò di rientrare nelle auto in garage, eravamo prossimi all’arrivo, mi guardai intorno alla ricerca di quella persona, ma nulla, era scomparso, anche in garage feci la stessa cosa, ma non potetti scendere al primo livello e dovetti rientrare in auto, si ero dispiaciuta, quel foulard apparteneva a mia madre e sopra aveva a suo tempo ricamato il mio nome, pazienza, avevo aiutato una persona e questo mi faceva piacere, cos’altro potevo fare, nulla!

Alfio, mi aveva avvertito che l’appartamento era ammobiliato, mi disse

“Prima di far portare le tue cose, dai un’occhiata e vedi quello che non ti serve e quello che potresti acquistare, la casa ha tutto, puoi abitarla anche così, per adesso, mia moglie ha pulito tutto.”

Ascoltai il suo consiglio e una volta scesa a Messina, ancora scombussolata per la traversata, ingollai un caffè di corsa al bar della stazione portuale e mi avviai, mi aspettavano tre ore di macchina, ma la gioia di essere finalmente a casa, alleviava e non poco, la fatica dl viaggio.

Avevo l’appuntamento per l’accettazione della mia nomina al Dipartimento di Veterinaria, due giorni dopo, la strada non era del tutto agevole, ma la vista del mare, mi ripagò un poco, dopo circa due ore e mezzo, quasi alla meta, decisi che era il momento di fare una pausa, ero nei pressi di Avola, lo stomaco iniziava a borbottare, erano quasi le 13.00 e non me ne ero resa conto, c’era un’insegna che suggeriva un ristorante all’uscita di Avola LaPruaRestaurant, senza pensarci due volte, uscii e dopo un quarto d’ora, ero seduta a tavola.

Il menu era un invito a nozze per me, abituata a canederli e ravioli in tutte le salse, prometteva pesce freschissimo, il locale era arredato con gusto e modernità, nonostante la giornata feriale, c’erano cinque tavoli completi, mi piaceva, mi stavo guardando intorno e non mi accorsi di una cameriera che era in attesa, poi girando la testa

– Desidera qualcosa in particolare?

Era molto carina e giovane, parlava sorridendo

– Cosa mi propone?

– Stamattina abbiamo avuto un pescato freschissimo, se gradisce un piatto unico le posso consigliare, un antipasto a base di molluschi e poi delle tagliatelle con asparagi, scampi, gambero e ciliegine.

Lei parlava e l’osservavo, non aveva per nulla l’aria di una cameriera, ascoltai e poi immaginavo quei piatti che lei mi stava proponendo

– Perfetto!

– Le porto un prosecco e poi del vino bianco di nostra produzione ghiacciato?

Mi piaceva l’idea

– Certo, ma mi tolga una curiosità.

Lei stava per andarsene ma con calma fece marcia indietro

– Mi dica?

– Lei non è una cameriera, vero?

L’avevo stupita, meravigliata

– Com’è ha fatto a capirlo?

Sorrisi

– Sono stata via per tanto tempo e vivendo al nord e frequentando quasi quotidianamente dei ristoranti, ho imparato a conoscere tutti i diversi lati dei camerieri, lei non ha nessuno di quei caratteri, è gentile, disponibile e sento che quando parla dei piatti, una certa passione.

Si illuminò

– Sono la figlia del proprietario e mio marito e lo chef del ristorante…

– Avevo visto giusto e lei di cosa si occupa…

– Sono un’imprenditrice agricola e curo l’azienda di famiglia con mio fratello a Pozzallo.

Mi meravigliai, proprio dove ero diretta io, mi resi conto forse di essere stata troppo diretta e ficcanaso

– Grazie e scusatemi, ma noi donne siamo curiose per natura.

Sorrise

– Di nulla, comunque io mi chiamo Anna e ora vado se no rischio di non farla mangiare, mio marito non ha nulla di precotto e fa tutto al momento, questo è uno dei nostri punti di forza.

Mi sembrava giusto

– Io mi chiamo Emilia, grazie, aspetterò per gustare le sue prelibatezze.

Dopo poco ritornò con il prosecco e dei crostini di pane con una salsina, scomparve prima di poter chiedere cosa fosse, presi distrattamente il cellulare e controllai i messaggi, erano presenti dieci messaggi, cinque di colleghi che mi auguravano buona fortuna e due di mio padre e tre di Alfio, scartai quelli di mio padre e lessi gli altri, mi commossi nel leggere i messaggi dei colleghi, e verità assoluta, ci si accorge delle persone quando mancano e così era per loro, potevo asserire con nessuna probabilità di sbagliare che solo adesso si erano resi conto del lavoro che effettuavo, tant’è, che due dei miei ex colleghi, dopo avermi augurato ogni bene, mi chiedevano dei consigli su due problemi che stavano affrontando senza di me.

Sorrisi, compiaciuta e distrattamente, presi uno dei crostini e dopo lo bagnai con quella salsina portandolo alla bocca, stavo per leggere i messaggi di Alfio, quando fui piacevolmente colpita, un sapore inteso mi colse all’improvviso, le mie papille gustative erano tese ad assaporare ogni sfumatura, un sapore leggermente piccantino mi spinse a sorseggiare il prosecco e fu solo allora che riuscii a cogliere in pieno il gusto di quella salsina.

E in men che non si dica, dopo poco avevo terminato i crostini e dato fondo alla salsina, ero soddisfatta aveva stimolato il mio appetito, lessi i messaggi di Alfio, erano dei due bambini e la più piccola

“Zia verremo presto a trovarti, fammi trovare qualcosa di gustoso da assaggiare”

Chiusi gli occhi e me la vidi, aveva capelli biondi come la madre, un caschetto alla maschietto e tante lentiggini in volto come il padre a cui somigliava molto, era carina ed era affezionata moltissimo a me, come un lampo in quel momento mi resi conto che desideravo fortemente avere una famiglia, mi stavo intristendo, poi

– Ecco l’antipasto!

Aprii gli occhi, era Anna

– Qualcosa non va?

Forse era talmente evidente la mia espressione, ma mi ripresi subito

– No, anzi, ho appena finito di gustare questa salsina con i crostini, è favolosa!

Divenne rossa all’improvviso

– Grazie.

Mi meravigliai

– E’ la verità.

– Grazie, questo è un prodotto della nostra azienda, grazie.

Volevo chiedere di più, ma fu chiamata e dovette allontanarsi, gustai tutto, era tutto buono, le tagliatelle erano favolose e finalmente mi riconciliai con la mia terra, per ultimo lessi i messaggi di mio padre, si congratulava per il mio trasferimento e mi avvertiva che sarebbe venuto presto a trovarmi.

Fu l’unica nota negativa!

Quando riuscii a contattare Anna, chiesi il conto e dopo aver pagato, lei mi volle accompagnare alla porta

– Questo è per lei.

Mi disse porgendomi un piccolo vasetto, ero meravigliata

– Ma non mi dire, è….

Era contenta

– Si quella salsina e un piccolo omaggio per lei…

– Chiamami Emilia, ti prego.

Stupita, non ci riusciva, certo ero più grande di lei, ma non penso di molto, poi si fece coraggio

– Per te Emilia, bentornata nella nostra terra e quando vuoi vienici a trovare.

– Grazie Anna, penso di venire spesso, grazie.

Imbarazzate ci salutammo con un abbraccio e con quest’animo mi rimisi in marcia per andare a casa.

Era passato un mese, il mio appartamento era molto confortevole, non era piccolo, anzi aveva due camere da letto e un bel salone spazioso, la cucina era grande e intorno aveva una balconata, dava sul mare, era in un palazzo al terzo piano, mi piaceva, nei momenti liberi acquistai qualche mobile, come una scrivania e una libreria per mettere i miei libri e un porta computer, elemento indispensabile per il mio lavoro.

Già il mio lavoro, nota dolente!

Il mio ambiente di lavoro non era male, ma ero anche l’ultima arrivata e il Capo Dipartimento dopo la mia presa di servizio, mi destinò ai controlli delle aziende che avevano avuto dei provvedimenti disciplinari, non era certo il massimo per me, anche perché venivo da un luogo dove ero operativa e svolgevo la mia professione in diversi campi, ma in particolare alla cura dell’alimentazione degli animali, quindi visite periodiche degli allevamenti e controllo degli andamenti in caso di malattia.

Qui, invece, dovetti per forza fare buon viso a cattivo gioco, nessuno voleva prendersi questa rogna, anche perché se le aziende non ottemperavano ai provvedimenti, ero responsabile della loro definitiva chiusura, decisone da prendere dopo aver trasgredito per tre volte ai nostri provvedimenti e a nessuno faceva piacere prendersi questa responsabilità che portava malumore e relativi conseguenze giudiziarie, si poteva arrivare anche all’arresto dei titolari d’azienda.

Proprio per questo, mi furono assegnate due vigili sanitari che periodicamente svolgevano i controlli con me, ma spesso, almeno in quel mese, capitò più volte di non averli per sopraggiunte emergenze sanitarie, non era previsto dalla legge ma così mi capitò quel giorno, dovevo recarmi in località Granelli per visitare un allevamento di polli per un controllo a sorpresa, erano accusati di utilizzare antibiotici in forma massiccia nell’alimentazione dei volatili, sia per aumentare la produttività e per evitare possibili epidemie.

Fu un’esperienza da dimenticare, non appena arrivai con l’auto di servizio nel cortile, non feci nemmeno in tempo a scendere che fui accolta con degli spari di fucile, non ci pensai due volte, rimisi in marcia e dopo una certa distanza feci la segnalazione al Dipartimento, fu concordata un’azione con i vigili sanitari e i carabinieri da fare in altra data ma mi fu consigliata di depositare denuncia ai carabinieri per quello che mi era capitato, cosa che feci immediatamente, e che cavolo, ero pur sempre un pubblico ufficiale!

Ecco l’animo con cui ripresi la strada di ritorno, il Capo Dipartimento mi disse che per quella giornata ero esentata di ritornare in ufficio, ero scombussolata e lui sapeva bene di cosa si trattava, stavo rimuginando sull’accaduto quando dovetti frenare all’improvviso, davanti a me sulla strada si era posata un volatile, frenai per non investirlo, ma quando lo guardai attentamente, non riuscivo a crederci, era un anatra Kaki Campbell, spensi il motore, ma in un attimo riprese il volo, scesi dall’auto e la seguivo con lo sguardo.

Incredibile, solo una volta l’avevo vista in Inghilterra, quando fui inviata per un aggiornamento internazionale, in una delle visite guidate da parte dell’organizzazione veterinaria della Cornovaglia, ci fecero visitare un allevamento di tale razza, ne fui talmente colpita che alla fine dell’aggiornamento, come risultato finale, la mia tesina fu proprio su questo volatile e già allora, circa cinque anni fa, relazionando al mio ritorno, espressi l’auspicio che tale razza potesse essere allevata in Italia per le sue proprietà specifiche, sia per la carne che per le uova.

Non so nemmeno il perché, ma cercai di dirigermi dove l’avevo vista volare, ma nulla, non era possibile, rischiavo di perdermi, quindi dopo un poco ritornai all’auto, ma una volta a casa, dopo una doccia ristoratrice mi stavo accingendo al computer, volevo fare delle ricerche, suonò il citofono

– Pronto

– Un pacco per lei, bisogna firmare.

…segue…
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Araldo Gennaro Caparco

3 Marzo 2024 – Tra sogno e realtà. – Romanzo originale di Araldo Gennaro Caparco

Come disse un amico, quando gli confessai di aver iniziato a scrivere, nell’aprile del 2017 “Certo che ne avevi di roba dentro!”, adesso ho quasi finito, l’orcio dei sogni si sta svuotando, le parole che erano racchiuse da oltre un trentennio sono uscite e sono diventate dei romanzi spontanei.

Cosa vuol dire? Nulla e tutto!

Erano li, in un angolo della mente, sopite, addirittura molte di esse, martoriate, non volevo che uscissero, era il mio scrigno segreto.

Ma poi, come un fiume in piena liberato dall’argine, hanno iniziato a scorrere, in un primo momento lentamente, poi le pietre che le tenevano ferme, si sono sgretolate, un flusso è diventata una esondazione.

Hanno straripato, non c’era un’azione giornaliera senza pensieri e come quando  un assetato nel trovare una fontanella, si imbeve,  ma tutto fa tranne che bere, per mesi, non ho aspettato altro, di rubare momenti e ore al sonno, per continuare a scrivere, soggiogato da quel male interiore, liberarmi.

E ora?

Il sogno continua!

Ho letto e riletto i commenti, delle varie persone che hanno letto e ascoltato i miei racconti e come dice qualcuno, mi sono fatto “persuaso” che ne valeva la pena, per qualcuno di essi, fare dei sacrifici e renderlo vivo, visibile.

E così iniziai a fare le pratiche per acquisire quel bene di cui avevo scritto, nel frattempo delle pastoie burocratiche, complice due bottiglie di cognac, invecchiate abbastanza da costarmi più di centocinquanta euro l’una, convinsi una persona a consigliarmi qualche sceneggiatore che potesse leggere e ascoltare il mio romanzo e trasformarlo in un film.

Certo ero cosciente, dei miei limiti, ma quando iniziai a contattare il primo dei tre, mi resi conto che non era importante, quello che avevo scritto, ma quanto ero disposto a spendere per il suo lavoro e per la restante esecuzione.

Così fu con il primo e anche con il secondo sceneggiatore.

Quasi al limite dell’abbandono, provai con il terzo, non mi volle incontrare, mi mando una mail di risposta alla mia richiesta

“Mi invia il romanzo”

“In cartaceo o in audiolibro?”

“Tutte e due!”

E feci così, passo un mese, ne passarono due, stavo per ricontattarlo, quando ricevo una mail

“Cinquemila euro per la sceneggiatura, ed è sua!”

Era un’enormità per me, ma almeno non mi aveva parlato della sua esecuzione, trattai

“Duemilacinquecento euro!”

“Tremila”

“Duemila euro”

Chiudemmo a duemilacinquecento euro, chiesi i tempi

“Trenta giorni, la metà in anticipo, se supero questa data null’altro mi è dovuto”

Mi mandò le coordinate della banca e versai la metà, era un rischio, certo, non sapevo chi era, sapevo solo che aveva fatto delle buone sceneggiature e poi, era l’ultimo della lista, dopo avrei dovuto abbandonare il progetto.

Non dissi nulla a nessuno, avevo dei risparmi e feci il bonifico.

Inutile dire che passarono i trenta giorni, anche i sessanta giorni!

Quando oramai avevo perso le speranze, dopo quattro mesi

“Questo è tutto!”

Guardavo il file che mi aveva inviato, non avevo il coraggio di aprirlo, mi ripetevo che avevo fatto una cavolata, avevo buttato soldi dalla finestra e lo sapeva solo Iddio che non me lo potevo permettere, la rabbia non mi faceva ragionare, decisi di non aprirlo ancora.

Lo scaricai e lo misi su una penna usb, la riposi nel borsello e andai dal notaio.

L’esborso per le tasse fu maggiorato dalle ultime norme per la compravendita, ma alla fine avevo raggiunto il mio obbiettivo, quella sera non festeggiai, ero stanco e quella notte finalmente, presi la penna con il file e iniziai a leggere.

Grande fu il mio stupore:

“Romanzo non modificabile per sceneggiature!

Sono cosciente che le ho praticamente “rubato” dei soldi, ma dopo averlo ascoltato, ho capito che era un peccato, tagliarle delle scene, eliminare dei commenti, stravolgere la storia.

Detto questo, ho apprezzato molto la sua fervida immaginazione, quindi le do delle tracce, sono degli abbozzi, ma lei farà il resto.

Lasci fare alla sua immaginazione!

In cambio, lei non si dovrà crearsi il problema di trovare gli attori e un regista, sarà compito mio farlo, gratis.

Quando avrà terminato una delle traccia delle cinque, potrà inviarla via email ed io le dirò se va bene o verrà da me modificata.

Se dovesse accettare questo mia proposta, potrà inviare uno sms al n.cell.350 1120…..con un SI.

1 traccia

Il locale

2 traccia

L’organizzazione

3 traccia

L’amore

4 traccia

La rivincita

5 e ultima traccia

La gioia

Aspetterò, abbia fiducia in me”

Alla fine della lettura, ero esterrefatto, darmi dello stupido era poco, ero e rimanevo un coglione, un sognatore che aveva mirato troppo in alto.

E poi chi era questa persona? Perché mi aveva trattato così?

Erano passati quattro mesi di attesa inutile!

Non dissi nulla a nessuno, ma quella notte e quella dopo e quella ancora dopo , non dormii bene, per nulla!

Mi sentivo beffato, illuso e stupido.

Poi!

Era una sfida, pensai, ha promesso qualcosa, la manterrà? Non lo so, ma quelle cinque tracce circolavano nei miei pensieri, sempre, decisi di provare, cosa mi costava?

Nulla!

Avevo già una storia in testa, si dovevo provarci.

Potevo sempre modificare, volevo arrivare alla fine e volevo proprio vedere se lo  “sceneggiatore sconosciuto” avesse mantenuto la sua parola.

.-.-.-.-.–..–.-.-.-.-.-.-.-.

1 traccia – Il locale

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Ero sotto le armi da sei anni, avevo conseguito il diploma ma il mondo del lavoro era cambiato, la figura professionale che avevo conquistato dopo cinque anni, era obsoleta.

L’unica cosa che mi rimaneva , era espatriare, ma non me la sentivo, cinque compagni del mio corso accettarono e il tre di agosto di quell’anno partirono con una nave, destinazione: Australia, il sesto sarei dovuto essere io.

E così, dopo aver deciso di non partire, mi rimanevano due strade o aspettare qualche concorso pubblico o entrare nell’esercito, erano anni in cui non molti desideravano passare da un caldo e comodo cantuccio chiamato “casa” ad una rude e forte esperienza, fatta di marce, brande, cubo letto al mattino e sera perfetto e vari sottufficiali e ufficiali non sempre corretti con la truppa.

Ma, davano una paga giornaliera, il sabato per essere precisi ed uno come me, senza arte e ne parte, quei soldi facevano comodo, mi presentai e mi arruolai, i primi sei mesi furono terribili, quante volte ho maledetto quel giorno, per la mia decisione.

Un anno di addestramento militare e poi entrai a far parte del SIE, il servizio informazioni dell’esercito, con uno stipendio regolare, mi piaceva, eravamo il servizio segreto dell’esercito, controllavamo migliaia di posizioni in Italia e all’estero, furono quattro anni di intenso lavoro, poi una buccia di banana e passai dalle stelle alle stalle, anzi alle cucine, declassato ufficialmente “per avvicendamento”, ufficiosamente perché avevo scoperto un figlio di un generale con la complicità di un ufficiale di picchetto, faceva festini in caserma con prostitute e droga ad alto livello una volta a settimana, con la presenza di vari ufficiali e sottoufficiali.

In famiglia? Erano stati tutti contrari al mio arruolamento.

Ma quello che proprio non aveva digerito questa mia scelta, era mio nonno Fernando.

In quegli anni, capitò di tutto e di più, ero a mille chilometri di distanza da casa, poche furono le opportunità di scendere e quasi tutte per funerali, tutto quello che avevo guadagnato l’avevo messo da parte.

La mia posizione lavorativa, in cucina,  iniziava ad essere pesante, ma per mia fortuna incontrai una persona, diede una svolta alla mia vita, era un maresciallo di vecchia guardia, chef e pizzaiolo prossimo alla pensione, non aveva famiglia, si affezionò e volle trasmettere le sue conoscenze.

Mi insegnò di tutto, mi fece partecipare ad un corso per diventare chef e poi alla ASL per avere il titolo sanitario per la somministrazione di alimenti.

Mi diceva spesso:

“Non hai ancora venticinque anni, hai una vita davanti, devi cambiare!”

E cosi fu!

Era un novembre molto freddo, nevicava da quindici giorni, quel mattino fui chiamato dal Colonnello Comandante, ero sorpreso

– Venga si accomodi.

Aveva un’aria di circostanza, la stessa di quando mi aveva comunicato la morte di mio padre con la seconda moglie in un incidente stradale, due anni prima

– Non sono molto bravo a dare cattive notizie, ma devi essere forte, questa è la tua domanda di rafferma, qui tutti sono contenti della tua presenza, sei giovane e potresti prendere il posto del maresciallo che sta per andare in pensione nelle nostre cucine,  ma stanotte è arrivato un telegramma dai carabinieri per te, hanno comunicato che tuo nonno è deceduto, so quanto ci tenevi, me l’ha detto il maresciallo.

Di tutto quello che aveva detto, mi ricordavo solo quattro parole “tuo nonno è deceduto”, fu un attimo, realizzai e svenni

Mi risvegliai in infermeria, vicino a me il maresciallo

– Che è successo?

Mi guardò e senza parlare, mi porse il telegramma, ricordai tutto, mi abbandonai sul cuscino senza una lacrima, era l’ultimo legame familiare e anch’esso si era spezzato

– Coraggio, ce la puoi fare!

Mi strinse la mano

– Ora te la senti di leggere una lettera è arrivata per fonogramma dal Sindaco con il telegramma.

Una lettera? Il Sindaco? Stupito

– Di chi è?

E lui

– Tuo nonno Fernando!

Mi alzai immediatamente, la presi, erano poche righe

“Caro nipote, ho letto e riletto le tue lettere in questi anni di lontananza, come ben sai non ero d’accordo sulla tua scelta, ma l’ho rispettata, ma sei in debito con me!

Sto per lasciare questa vita terrena, non avendo possibilità di telefonarti ho chiesto al Sindaco di venire con il Notaio, ti ho lasciato l’unica cosa importante per me e per te, la Masseria.

Tocca a te adesso! Devi scegliere, so che è ben poca cosa, ma è la sola che ho, puoi lasciarla così com’è o decidere altro o farla vivere per te, per noi.

Un abbraccio, ci sarò sempre.

Il Poeta”

.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.–.-.-

Un mese dopo.

Passai per il cimitero, non c’era nessuno, non so quanto tempo rimasi a pregare, una voce mi risvegliò

– Dino, sei tu?

Mi girai, era un giovane come me, stentai a riconoscerlo, sembrava più vecchio

– Si.

Ci abbracciammo, si chiamava Diocrate, un mio amico d’infanzia

– Parlava sempre di te, mi raccontava quello che stavi facendo, ultimamente mi disse “Sai sta in cucina, è contento” vedendomi meravigliato “ Si, tutto ha una logica!”. Tutti lo amavano, il funerale l’ha organizzato il comune.

Non rispondevo, stavo piangendo, l’amico capì e mi lasciò da solo.

Lo salutai dopo poco e seppi che faceva il custode a tempo determinato al cimitero, ma stava per finire il suo mandato

– E dopo?

Gli dissi

– Nulla, andrò in campagna!

Passai per il comune per salutare il Sindaco, lo ringraziai, volevo pagare il funerale, non volle, poi dal Notaio, ritirai il testamento e il passaggio di proprietà, presi le chiavi e a piedi mi feci quei cinque chilometri fino alla Masseria.

Non avevo la forza, di aprire il cancello.

Stavo li, con il borsone e le due valigie, c’era un masso sulla destra, dove spesso ci sedevamo e mi ricordai delle parole di Angelo il maresciallo quando venne a sapere della mia scelta di andarmene

– Hai fatto la tua scelta, non martoriarti, hai paura? E’ giusto! Lasci il certo per l’incerto. Ma so che sei in gamba e quello che deciderai una volta che sarai giunto, la porterai a termine, costi quel che costi! Lui sarà sempre con te, ti guiderà e tu sarai felice.

Ci abbracciammo come un figlio fa per un padre, mi promise di venirmi a trovare.

Iniziò a nevicare, non potevo rimanere fuori, entrai nell’ampio cortile, il Notaio mi aveva avvertito, non avevano fatto staccare le utenze alla notizia della mia venuta, la neve cominciava a martellare copiosa, con le mani ghiacciate aprii la porta d’ingresso, tutto era in ordine e pulito, solo poche cose c’erano in quella stanza, un comò con delle foto, un frigorifero, un tavolo con quattro sedie, era gelida, dovevo riscaldarla, appoggiai le valigie e accesi il camino, l’emozione era troppo forte, c’era un lettino in quella stanza e così vestito mi buttai sopra piangendo, battendo i denti e mi addormentai.

Verso sera sentii bussare alla porta, pensavo ad un sogno, poi realizzai

– Vengo, vengo.

Mi avvicinai al vetro della porta, era Diocrate

– Che ci fai qui?

Aveva qualcosa in mano, lo feci entrare

– Che freddo fuori! Ho pensato di portarti qualcosa da mangiare.

Lo guardai riconoscente, si era spostato vicino al camino per trovare un poco di caldo.

– Grazie, ma non dovevi.

Sorrise

– Non sai quanto sono contento di rivederti, adesso mangiamo che si raffredda.

E così mangiammo, ricordando la nostra infanzia, era una zuppa di pane con della salsiccia nostrana, era quella preferita da mio nonno nelle serate invernali

– Hai pensato cosa fare?

– Non lo so ancora, sono appena arrivato.

– Ma qualche idea ce l’hai?

– Si qualcosina.

– Bene, allora adesso a dormire, ci vediamo domani.

Stava per mettersi il cappotto, quando sentimmo bussare alla porta, meravigliato andai ad aprire e vidi solo l’ombra nel buio

– Ciao Dino?

Era zia Nannina, la vicina del nonno, abitava all’altro lato della strada, ero contento

– Ma a quest’ora, che fate fuori di casa?

Sorrise, era una vecchina curva per colpa dell’età, ma i suoi occhi erano vividi, mi sbirciava

– Ho visto la luce e ho capito, chi poteva essere a quest’ora mi sono detta, solo una persona, Dino.

L’abbracciai e la feci entrare

– Non sapete quanto mi fa piacere vedervi

Si sedette vicino al fuoco dopo essersi tolto lo scialle, salutò Diocrate

– Ti aspettava tutti i giorni, lo sai?

Abbassai la testa

– Si.

– Mi diceva, vedrai oggi verrà e così sono passati i giorni, i mesi e gli anni.

Diocrate come me era emozionato, ma scelse la via di fuga, ci salutò e sparì nel buio, non dicevo nulla

– Poi una settimana del mese scorso, prima di morire,  è venuto da me…

Ero attento

– …strano pensai, poche volte era venuto, solo quando sapeva che non mi sentivo bene o non mi vedeva per qualche giorno, veniva a farsi una passeggiata con una scusa, ma sapevo il perché,  era preoccupato per me. Ma quella mattina, venne, teneva una busta in mano “Dimmi?” e lui impacciato “Non mi sento bene, so che tra poco salgo in cielo” – “Ma dai, smettila!” – “No, Nannina è così, dovresti fare un favore” – “Dimmi?” – “Sono certo, anzi certissimo che mio nipote verrà qui dopo la mia morte, dovresti dargli questa” e mi diede questa busta. Ecco perché sono qui!

Me la diede, era grande, le mani mi tremavano, ma cercai di non farlo vedere, con cautela la posai sul tavolo

– Grazie, però adesso vi riaccompagno.

– Si, forse è meglio, hai fatto la scelta giusta non te ne pentirai.

L’abbracciai , rispettò la mia decisione di non aprirla e si fece accompagnare, avevo una torcia, al ritorno la spensi e vidi il paradiso in terra, tutto era ammantato di bianco, la luna era piena e la luce illuminava la casa, il cielo era pieno di stelle, sembrava una cartolina, con il cellulare scattai una foto.

Ero tentato di aprire subito la busta, ma avevo paura, poi finalmente presi coraggio, c’era un foglio e una busta con dei soldi, riconobbi la scrittura di mio nonno

“Ero certo!

Non chiederti come facevo a saperlo, lo so! Ora, sei appena arrivato, sei disorientato, non sai cosa fare,anzi, per meglio dire, ti stai domandando cosa devi fare.

Questi sono tutti i miei risparmi, sono tuoi, fai quello che pensi sia giusto fare.

Riposati adesso, poi domani vai a fare colazione da Nannina, lei ti dirà!

Un abbraccio nipote mio.

Il poeta”

Li contai, erano venticinquemila euro, un’enormità per me, non me l’aspettavo e ringraziai il Cielo di aver avuto nella vita una guida come lui, mi aveva sempre spronato a fare meglio ed era per questo che non aveva approvato la mia scelta di arruolarmi, desiderava qualcosa di più per me.

Non vedevo l’ora che si facesse mattina, alle prime luci dell’alba, iniziai ad esplorare casa, il gelo era dovunque, le stanze da letto di sopra erano cristallizzate, ghiacciate, il bagno, uno e solo a piano terra quasi inservibile, la cucina minuscola annessa al salone dove avevo passato la notte, piccola e caotica.

Dopo quella visita interna, uscire fuori diventò indispensabile, avevo bisogno di aria, ed era qui tutta la bellezza di quel luogo a me caro dall’infanzia, eravamo su di un poggio, in lontananza vedevo i crateri spenti di antichi vulcani, guardavo a 360 gradi il circondario, il terreno intorno era di nostra proprietà, circa un ettaro, con pochi alberi da frutto, qualche olivo, una piccola vigna presente sul cortile e una cava abbandonata di tufo.

Zia Nannina, mi aspettava, aveva messo la tovaglia buona, entrando sentivo un buon odore, erano delle frittelle calde con del zucchero a velo sopra, mi fece accomodare e in silenzio facemmo colazione, al momento del caffè dopo il latte fresco che le portavano tutte le mattine dalla stalla poco lontano della nipote

– Sapevo che saresti venuto, tuo nonno ti conosceva troppo bene, quando gli chiesi “E se non venisse?” mi rispose piccato “Impossibile!”

Ero sbalordito, aveva anticipato tutte le mie mosse, e adesso?

Il mio sguardo interrogativo era eloquente

– Si sedette su quello sgabello vicino al camino, “Nannina, quando verrà, dovrai dirgli, adesso che hai avuto il coraggio di lasciare il certo per l’incerto, hai due possibilità o vendere la proprietà o trasformarla”

La interruppi

– Vendere?  E perché?

Sorrise

– Le mie stesse parole, mi disse “E’ solo un’ipotesi, ma la escludo, l’ho fatta valutare si potrebbe ricavare ventimila euro adesso”…”….

…segue…
Non sono uno scrittore ma un “sognatore narrante” e questi sono i miei sogni riportati sotto forma di E-Book.
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Araldo Gennaro Caparco

2 Marzo 2024 – Tre chicchi d’uva! – di Araldo Gennaro Caparco

Febbraio – Carnevale

Che festa fantastica, non avrei voluto partecipare, ma non potevo far un torto ad una mia cara amica Duna, una villa stupenda sul mare di Posillipo, una terrazza per innamorati e tanta allegria, fiumi di spumate, stavamo festeggiando la proposta di matrimonio di Alberto, l’aveva chiesta in sposa e lei aveva accettato, quando seppe che stavo all’aeroporto d Los Angeles

– Lo devi fare per me, appena arrivi a Roma, chiamami,

E così feci e all’aeroporto di Napoli, trovai l’auto di famiglia che mi aspettava per condurmi alla festa, eccola

– Ti stai divertendo?

Ero stanco morto, ma cercai di fare un sorriso

– Certo!

E nemmeno il tempo di rispondere, ecco Alberto con il trenino e la musica a tutto volume

– Vieni poltrone.

Mi agguantò per il torace e fui a capo del trenino, scendemmo lungo lo scalone d’ingresso, giuro, se avessi avuto la possibilità, sarei scappato in quel momento, ma niente da fare, Duna si mise davanti a me

– Saliamo sopra!

E vai, ancora una volta, le scale, le ginocchia non mi mantenevano, a metà scala, il papa di Alberto, Ilvo

– Ti do il cambio!

L’avrei abbracciato, se avessi avuto le forze, ma volentieri lasciai la presa di Duna e lui mi sostituì, come Dio volle, mi nascosi in una nicchia in mezzo alle scale e mi feci piccolo, piccolo, per non farmi notare.

Erano pazzi, si, di gioia e innamorati!

Chi l’avrebbe mai detto!

Solo due mesi fa, erano dei perfetti sconosciuti, Duna era stata mandata dalla sua azienda ad affiancarmi, per perfezionare un trasferimento di una partita di vino dell’area vesuviana per i paesi dell’est, avevano fatto una ricerca di mercato e per loro la nostra azienda di import ed export era la più affidabile, mi arrivò un fax per avvertirmi del suo arrivo, era un affare da migliaia di euro e non potevo far finta di nulla, quando Ivano il mio segretario mi avvertì che aveva telefonato dall’aeroporto e mi stava aspettando me ne ero completamente dimenticato, stavo pianificando il mio giro di clienti in Inghilterra e poi negli Stati Uniti e mi ero completamente tolto dalla testa il suo arrivo

– Cavolo e tu che gli hai detto?

Sorpreso

– Sta arrivando!

E ora?

Stavo lottando per il mio lavoro, era il momento di fare il salto di qualità, dovevo rendermi autonomo e quella mattina avevo parlato con il proprietario dell’azienda per avvertirlo che al mio ritorno mi sarei licenziato, lui cercò di trattenermi, voleva aumentare lo stipendio, ci volle il bello e il buono per fargli capire che per me era il momento, non era una questione di soldi, ma a trenta e più anni, non potevo fare a vita il globetrotter per il mondo, alla fine sconsolato dovette registrare la mia volontà, avevo dato appuntamento ad Alberto,il figlio del titolare all’aeroporto di Capodichino per metterlo al corrente che avevo parlato con il padre e mi ero dimenticato di Duna, presi il cellulare

– Alberto?

– Si Mino

– Dove sei?

– Ti sto aspettando sono all’aeroporto.

E vai!

– Ascoltami, sono in ritardo, ma c’è una nostra e tua cliente che viene dai paesi dell’est per acquistare i nostri prodotti, potresti sostituirmi, nel frattempo che arrivo?

E incrociai le dita

– Certo!

– E vai! Grazie, si chiama Duna e ti sta aspettando agli arrivi.

Stupito

– Vado!

E questo fu!

Un colpo di fulmine, quando finalmente mi liberai, chiamai per dire che stavo arrivando, ma mi dissero che non c’era bisogno, erano in auto e stavano andando in azienda e così partii per Londra, quando feci tappa a Los Angeles, Alberto mi telefonò per ringraziarmi “Ho trovato l’anima gemella, ed è tutto merito tuo, un abbraccio”.

Ecco perché ci tenevano che fossi alla festa quel giorno, ma io non ero proprio in condizione di stare sveglio, avevo il jet lang che mi procurava un fastidioso affanno, dalla nicchia dove mi ero nascosto, guadagnai l’uscita, chiamai il tassi e dopo poco ero a casa, vestito mi buttai sul letto, abbassai tutte le tapparelle e mi addormentai profondamente.

La mattina successiva, l’ultimo di Carnevale, dopo una colazione abbondante e dopo aver ascoltato i messaggi sulla segreteria, tramite il computer inviai gli ordini che avevo collezionato nel mio viaggio, neppure il tempo di inviare le email con le copie delle credenziali e dei bonifici che erano stati effettuati dalle aziende che avevano acquistato, partite di bottiglie del nostro vino, un messaggio sul cellulare, era la mia banca che mi avvertiva di un bonifico effettuato in quel momento di venticinquemila euro, era stato effettuato da Ilvo il titolare dell’azienda, ma c’era un errore, ben quindicimila euro in più, lo chiamai

– Sono Mino!

Sentii forte una risata

– Dimmi?

– Forse avete fatto un errore nel fare il bonifico adesso.

– Nessun errore.

– Ma allora?

– Non sono riuscito a trattenerti nella nostra azienda e questo è un nostro regalo, una gratificazione per il lavoro che hai svolto in questi ultimi ordini, poi riceverai la liquidazione per il tuo lavoro prestato, un abbraccio.

Era sempre stato di poche parole, riuscii solo a dire

– Grazie, non me l’aspettavo.

E lui

– La nostra azienda avrà sempre un posto per te, ricordatelo!

E riattaccò!

Sprofondai nella poltrona e in un attimo rividi questi ultimi anni della mia vita, la nostra famiglia aveva un azienda non molto grande a san Giuseppe Vesuviano, imbottigliavamo il vino di diversi produttori e poi li commercializzavamo ai ristoranti della zona vesuviana e sorrentina con il nostro logo, una piccola raspa e tre chicchi d’uva, solo per un vezzo all’età di diciotto anni mi feci fare un piccolo tatuaggio sulla spalla destra uguale e identico al nostro logo.

Gli affari andavano a gonfie vele e mio padre, vedovo dalla mia nascita, si, perché mia madre nel darmi alla luce, perse la vita, aveva preteso dopo la mia laurea in agraria che mi diplomassi anche come enologo e non vedeva l’ora di lasciarmi le redini dell’azienda e ritirarsi a Sorrento, il luogo che più amava in Italia, era li che aveva conosciuto mia madre, ed era lì che voleva tornare, ma un brutto giorno, un attentato camorristico fece saltare in aria l’azienda e mio padre per il dolore fu colto da infarto e morì sul colpo.

Avrei potuto ricostruire il tutto, l’assicurazione aveva pagato tutti i danni, ma non ero certo nell’animo di volerlo fare, avevo ventidue anni, troppo giovane per assumermi la responsabilità di ricostruire, poi un pensiero mi assillava, avevo paura che ripetessero l’attentato con gli operai nell’azienda e così decisi di non fare nulla, Ilvo, amico fraterno di mio padre fu il mio confessore, a lui raccontai tutto e fu sempre lui che mi propose di acquistare il terreno dove c’era la nostra azienda e mi propose di lavorare con lui come responsabile commerciale.

I mandanti e gli esecutori dell’attentato furono arrestati e solo allora accettai la sua proposta, ecco questo era tutto, non volendo lavorare nei luoghi dove ero conosciuto proposi di lavorare per l’estero, fu accettato, ed erano quindici anni che passavo più tempo fuori che a casa.

Da qui la voglia e il desiderio di fermarmi, iniziavo a sentire la stanchezza, il desiderio di una relazione stabile con qualcuno, si in quegli anni avevo conosciuto tante persone e più d‘una volta avevo iniziato anche qualche relazione, naufragate dopo qualche anno miseramente, anche per colpa mia, lo riconoscevo, ma mai in quegli anni ero riuscito a trovare la persona giusta, quasi tutte straniere, con altri abitudini ed altri modi di vivere distanti dal mio.

Dovevo muovermi, avevo un aereo nel pomeriggio che mi avrebbe portato a Palermo, avevo dei contatti con delle aziende e il mio curriculum li aveva incuriositi e interessati, aspettavano solo il momento di conoscermi, dopo aver scacciato una lacrima, mandai un messaggio ad Alberto, per salutarli, immediatamente dopo pochi minuti

“Ciao fratellone, ti aspettiamo il mese prossimo al nostro matrimonio. Duna”

Ero contento!

Avevo preparato le valigie, era venuto il proprietario per vedere se tutto era in ordine, mi disse di lasciare le chiavi in portineria, feci l’ultima telefonata dal telefono fisso per avvertire la compagnia dell’invio di una mia email di disdetta a far data da fine mese, ero in prossimità della porta, sentii lo squillo del telefono fisso, pensando ad una verifica della compagnia, risposi

– Buongiorno parlo con il signor Mino……

– Si, mi dica?

– Volevamo avere notizie per quella cascina nelle Langhe.

Pensando ad uno scherzo di carnevale da parte di qualche mio amico

– Che cosa?

L’altro sorpreso

– Chiedo scusa, ma questo è il numero che ho chiamato 081 45……

– Certo!

– Abbiamo preso il numero sul podere…

Non lo feci terminare, se ero uno scherzo, era di cattivo gusto, pensai di scherzare anch’io

– Mi ha preso alla sprovvista, sto per partire per Palermo, ma di quale delle mie proprietà parla…

E sorrisi, con la mano sulla bocca

– Ho qui i documenti, sono intestati a suo nome, la cascina si trova vicino ad Alba.

– Mi ascolti, potrebbe essere così gentile da inviarmeli sulla posta elettronica, mi scusi, ma vado di corsa, arrivederci.

E chiusi la telefonata, contento di non aver dato credito a qualche imbecille, sarà rimasto con un palmo di naso, presi le valigie e mi avviai all’aeroporto, ero in procinto di fare il ckekin, squillò di cellulare, messaggio

“Ecco i documenti da lei richiesti” e di seguito c’erano due allegati DreamImmobiliare di Cuneo.

Ero curioso, abituato ad utilizzare il mio cellulare come un ufficio portatile, mentre seguivo la fila, aprii gli allegati e dopo due minuti, mi allontanai dalla fila senza parole.

Pensai di aver letto male, in uno dei punti di internet point, scaricai su un computer la mia posta elettronica e gli allegati, mi mancava il respiro, tant’è che una hostess di passaggio, vedendo il mio stato

– Si sente male signore?

Avevo la vista appannata, le lacrime agli occhi, il viso paonazzo, sentii solo le sue mani che mi slacciavano la camicia, poi

– Aiuto, datemi una mano.

Due o forse quattro braccia mi sollevarono dalla poltroncina, mi stesero  a terra e con la valigia sotto le miei ginocchia, stavano slacciando la cintura dei pantaloni

– Un attimo, sono un medico, fatemi spazio.

Fu l’ultima cosa che sentii, una voce di donna preoccupata e tutto fu buio!

– Ma dove sono? Devo partire, il mio aereo per Palermo…

Una mano mi bloccò il torace e con una certa insistenza premeva per non farmi alzare, com’era duro quel letto e chiudendo gli occhi avvertii un sentore di alcol molto forte

– Stia fermo!

La voce era perentoria e non ammetteva repliche, qualcosa stringeva il mio braccio destro, poi sentii il puff di qualcosa che si premeva e la stretta era maggiore

– Allora dottoressa?

Sentivo in lontananza una voce

– I battiti stanno scendendo, la pressione è buona…

– Lo trasferiamo in ospedale?

– No, aspettiamo, la tempra è forte, non è stato un attacco cardiaco, ma qualcosa di molto forte , un’emozione forse, aspettiamo ancora.

– Ma il suo aereo?

Chi era? Chi erano queste persone? Feci uno sforzo per aprire gli occhi

– Dove sono?

Vedevo solo una luce fortissima che colpiva gli occhi

– Stia fermo, guardi in alto…

Invece mi girai verso la fonte della voce, era una donna giovane, occhi scuri e una montagna di capelli neri, stava esplorando con una piccola torcia i miei occhi

– Che fai?

Stavolta guardai la bocca, piccola a forma di cuore, sorrise

– Non ricordi nulla?

Arrossii

– No.

Non disse nulla, continuò  con la torcia, poi si alzò, si rivolse a qualcuno

– Va bene, si sta riprendendo, tra poco lo potete sollevare.

E stava per andarsene, feci appena in tempo ad agguantare una mano, la sinistra

– Ti prego!

Lei si girò

– Cosa mi è successo?

Riuscii a liberarsi della mia mano con la destra

– Sei svenuto e ti abbiamo portato qui nell’area di emergenza sanitaria dell’aeroporto, ti ho fatto un’iniezione per far calmare i tuoi battiti, erano accelerati, ma ora stai bene, devo andare il mio aereo parte tra qualche minuto.

Avevo paura, poi la sua stretta prima di lasciare la mano, mi aveva fatto bene

– Come ti chiami?

Sorpresa

– Sofia.

Sorrise

– Grazie Sofia.

E scomparve!

Dopo un bel poco, due persone mi sollevarono

– Ora stia fermo!

La testa mi girava, ma dopo poco, tutto si fermò intorno a me

– Riesce a scendere?

– Cerco.

E fui sorpreso, mi sentivo bene, mi imposi di rimanere in equilibrio

– Tutto bene, grazie!

Mi ricomposi, loro si allontanarono, poi uscii dalla camera e trovai i miei bagagli e una cartellina

– Questi fogli erano per terra, li abbiamo messo qui dentro.

Li abbracciai, dopo riempii dei moduli per l’uscita, li ringraziai, uscii per ritornare di nuovo immediatamente

– Scusatemi un’informazione, la dottoressa?

L’uomo sorrise

– E’ partita un’ora fa!

La delusione si leggeva chiaramente sul mio volto

– Volevo ringraziarla!

– L’avevo capito, ma adesso è in volo.

Balbettando

– Per dove?

– Cuneo, sta ritornando a casa sua.

– Se la sentite potete ringraziarla a nome mio?

Dissero di si, era inutile proseguire oltre, stavo uscendo, la ragazza che era con lui mi aprì la porta per farmi passare con le valigie, le allungai la mano per salutarla e sentii una cosa metallica che passava nella mia mano, sussurrò sorridendo

– Io non ne so nulla!

E scomparve, mi allontanai un poco dalla loro postazione, in un angolo aprii la mano, era una targhetta

“Dott.ssa Sofia Calamandrei – Aeroporto di Capodichino”

ero contento, mentalmente ringraziai quella ragazza e sentivo la necessità di un caffè, ne pagai altri due con delle sfogliatelle e chiesi la cortesia di portarle al posto di emergenza.

Cosa fare adesso?

Non lo sapevo, riaprii la cartellina e tutto mi ritornò prepotentemente, mi ricordai di tutto, mi sforzai di mantenermi calmo, ma non era umanamente possibile, tutto era strano, su quei fogli, c’era il mio nome e la mia data di nascita, ed io ero all’oscuro di tutto, rilessi più volte i documenti, avrei voluto parlare con qualcuno, ma sinceramente in quella situazione non sapevo cosa fare e poi in Piemonte, perché lì mi domandavo, cercai di ricordarmi se in qualche viaggio per lavoro ero già stato in quella regione e mi ricordai solo di una volta, verso Asti anni prima, fui chiamato da un’azienda per risolvere come enologo un problema al loro vino e da allora ogni anno, ci sentivamo per i saluti e gli auguri di Natale e Pasqua, erano affezionati a me, ma in altre zone non c’ero mai stato.

Guardai l’ora e mi avviai verso il tabellone delle partenze e decisi, dovevo andare a fondo e quindi l’unico modo era andare sul posto e rendermene conto e acquistai il ticket per Cuneo, dopo un’ora c’era un aereo, quando arrivai cercai di riposare qualche ora in un albergo lì vicino, ma non ci riuscivo, trovai due messaggi sul cellulare, erano di due aziende di Palermo, mi chiedevano un appuntamento, risposi che mi sarei fatto vivo io e in aeroporto presi un’auto a noleggio, per i miei frequenti viaggi, ero in possesso di una carta oro per il noleggio che mi dava l’opportunità di utilizzarla in qualunque stato europeo, scelsi una jeep pluri accessoriata a quattro ruote motrici, e partii.

Destinazione Alba!

Mi incantai nel vedere il panorama, dopo aver lasciato l’autostrada, all’altezza di Pallenzo il navigatore mi fece fare una variazione, avevo inserito l’indirizzo che c’era sulla mappa catastale che mi era stata inviata “Via degli Oleandri – Villa Borgo di Alba”, filari e filari di vigne a destra e sinistra, collinette morbide e terreni puliti da sotto vegetazione, case rurali che si vedevano in lontananza, il sole non era molto forte e dopo una curva, una distesa di filari di vigna con degli uomini al lavoro, stavano potando, mi fermai perché il navigatore non mi dava più segnalazioni, mi avviai per un piccolo varco tra i filari

– Prego, ha bisogno di qualcosa?

In controluce non riuscivo a vederlo per bene, poi mi spostai e lo vidi perfettamente, era una persona anziana, aveva una tuta di lavoro e le forbici in mano, mi accolse con un sorriso

– Si, scusatemi, sono diretto verso Villa Borgo, ma ad un certo punto il navigatore ha smesso di funzionare, può indicarmi la strada?

Sorrise

– Si, qui c’è un problema di ricezione, ma non può sbagliarsi, prosegua per dieci chilometri, poi alla rotonda sulla prima a destra e la porterà direttamente a Villa Borgo.

Lo ringraziai e mi stavo avviando, quando squillò il cellulare, era lo stesso numero del giorno precedente

– Pronto.

– Si, mi dica.

– La chiamo per quel casale…

Mi meravigliai, come poteva avere il mio numero di cellulare

– Mi tolga una curiosità, ma come ha fatto ad avere il mio numero di cellulare?

Silenzio

– Mi dica?

– Abbiamo telefonato a casa sua e ha risposto una persona, quando abbiamo chiesto di lei, ha detto che eravate partito e avevate lasciato la casa e quindi abbiamo chiesto se avesse avuto il vostro numero di cellulare e dopo qualche resistenza, l’ha fornito.

Ecco, perché, di certo era il mio proprietario

– Ora capisco, ditemi?

– Volevamo incontrarla.

– Dove siete?

– Ad Alba, all’ingresso sulla sinistra, fino alle tredici e poi dalle quindici alle diciotto.

Il signore nel frattempo aveva assistito a tutta la telefonata

– Se per voi non è un problema ci vediamo alla riapertura dell’agenzia…..

….segue…

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Araldo Gennaro Caparco

1 Marzo 2024 – Iole. – Romanzo originale e inedito di Araldo Gennaro Caparco

Iole.

– Non se ne parla proprio…
Pausa
-…ma siete impazziti, cinquemila euro…ma è una miseria…
Pausa
– …ma che vuol dire che è piccolo…è un monolocale…si capisce che
è piccolo…o no…lo dice la parola…incredibile…
Pausa
-…basta!…la mia richiesta era di quindicimila euro, più che onesta,
ma visto che fate così i simpatici, se trovo qualcuno, mi
accontenterò anche di diecimila euro subito, addio.
Non avrei dovuto ascoltare, ma non potevo evitarlo, ero entrato in
quel bar solo perché avevo freddo, un bar molto grazioso, un
bancone pieno di dolciumi sulla destra entrando, poi subito dopo la
cassa e di fronte cinque piccoli separé con due sedie e un tavolino,
erano quasi tutti occupati e prima che qualcuno potesse
guadagnare il quinto separé mi fiondai, il tempo di sedermi un
cameriere sorridente
– Siete stato fortunato!
Lo guardai stupito, ma il suo sorriso mi disarmò, in un altro
momento mi sarei arrabbiato, invece
– Grazie.
La mia espressione stupita diceva altro, capì di essere stato
inopportuno e con aria professionale
– Gradisce qualcosa?
Mi rilassai
– Si, per cortesia una cioccolata calda e una cialda, grazie.
– Subito!

 

Con un perfetto dietrofront sparì!
Ero di pessimo umore, sradicato dalla mia città in ventiquattro ore,
nemmeno l’auto mi avevano fatto prendere “E’ la tua occasione,
vedrai”, solo una valigia con il necessario e poi imbarcato su un
aereo, destinazione “Aeroporto Orio al Serio di Bergamo”, quasi
svenivo, ero a millecinquecento chilometri da casa!
Ma chi me l’aveva fatto fare?
Figlio di un siciliano e di una toscana, mio padre era il proprietario
di un ristorante a Ragusa, mia madre una giornalista e fu proprio lei
ad inculcarmi le prime nozioni per il giornalismo e mio padre quello
della ristorazione, mia madre ci tenne particolarmente che non
prendesi l’accento siciliano d’accordo con mio padre, solo con gli
amici parlavo il siciliano che conoscevo molto bene, ma con gli altri
parlavo un perfetto italiano.
Da poco avevo festeggiato i miei trenta anni, ero un giornalista
investigativo e usavo uno pseudonimo “Lince”, con quello firmavo
gli articoli, ma uno di questi fu la causa del mio allontanamento
precoce dalla mia amata isola, alla ricerca di uno scoop, tanto
desiderato e voluto dal mio Direttore del giornale, era euforico, per
la prima volta avevano dovuto far ristampare le copie del giornale
perché terminato in tutte le edicole dell’isola.
La ragione?
Avevo scoperto un bidone di immondizia, una commistione, tra
politici e mafia con ramificazioni in tutto il territorio italiano, ed era
proprio per questo che mi trovavo all’altro capo della nazione,
dovevo ricercare, trovare e raccontare, il ramo sporco dei colletti
bianchi sul continente con l’aiuto dei servizi segreti italiani, solo loro
conoscevano la mia vera identità..
Come da istruzioni prima della partenza, all’arrivo seguii le persone
verso l’uscita, non eravamo in molti quella sera, una decina forse,
mi avevano detto che all’arrivo mi attendeva un auto e guardando

 

all’uscita vidi una persona con un cartello con solo un nome ”Alfio”,
mi avvicinai
– Sono io!
Mi squadrò, prese un tablet e dopo essersi rassicurato che ero
proprio io quella persona in fotografia
– Mi segua!
In auto, lui davanti e io dietro
– Sul sedile troverà una valigetta, dentro ci sono le istruzioni per la
sua permanenza qui, alloggerà per il momento in un appartamento
residence “La corte dell’angelo”, poi verrà contattato da un nostro
agente, buona permanenza.
Fine comunicazioni!
La sera dopo vennero, uno dei due era l’autista del giorno prima, mi
diedero nuovi documenti, mi chiamavo Vieri, nato a Firenze, era un
diminutivo di Oliviero “colui che possiede uliveti”, avevo un lavoro
presso la Gazzetta di………., come giornalista gastronomico e
trentamila euro in contanti, potevo utilizzarli come volevo, un tablet
per il resoconto giornaliero e due numeri di telefono cellulare per i
contatti con loro con un nuovo cellulare certamente intercettato da
loro, ci tennero a precisare che avevo carta bianca per le mie
ricerche, ma volevano essere messi al corrente di tutto quello che
poteva essere importante per l’indagini.
Erano di poche parole e nella mia mente li battezzai Flick e Flock!
Dai documenti nella valigetta venni a conoscenza che il soggetto
che stavamo cercando, per molto tempo era stato localizzato nei
paraggi di un quartiere della Bergamo alta ed era proprio lì che mi
diressi quella mattina ed entrai in quel bar.
Ero alla ricerca di un alloggio nelle vicinanze, ad onor del vero lo
cercavo in locazione, ma non mi sembrò vero ascoltare quella
telefonata, detto e fatto, con il giornale in mano mi affacciai al
separé e vidi una signora sulla sessantina che stava sbuffando….

(Totale 113 pagine)

(Ogni riferimento a persone, luoghi è frutto solo di fantasia)

…segue…
Non sono uno scrittore ma un “sognatore narrante” e questi sono i miei sogni riportati sotto forma di E-Book.
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Araldo Gennaro Caparco

29 Febbraio 2024 – Sognando per vivere. – Romanzo inedito di Araldo Gennaro Caparco

Il cielo come ogni mattina era plumbeo, così diverso da quel cielo della mia terra, sempre azzurro e limpido, da casa mia potevo vedere le isole, con lo sguardo le accarezzavo, immaginandomi di fare un salto e trovarmi li,  in mezzo al mare o su una montagna a respirare aria limpida e salubre a pieni polmoni.

Invece!

Invece, eccomi qui, in una città, non la mia,  a mille chilometri di distanza, sono qui da un anno, lavori saltuari di ogni tipo, ma i miei risparmi si stanno assottigliando, la pensione dove abito non costa molto, ma per me, si!

Sono alla ricerca di un lavoro, certo ho trovato anche qualcosa, sono sopravvissuto, ma quel qualcosa non mi accontentava, avevo dei sogni e volevo realizzarli.

Come tutte le mattine, scendo al bar sotto casa e faccio colazione e pranzo, un cappuccino e un cornetto, la titolare è cinese Liu Jang, esperta sommelier così come attestato in numerosi quadretti alle pareti.

C’era molta gente quella mattina,  e già, le persone vanno di fretta di mattina per andare a lavorare, beati loro!

Lei e la sua aiutante sfornano in continuazione, caffè e cappuccini, non ho fretta, attendo, prendo il giornale e inizio a sfogliarlo.

Cosa sto cercando?

Un luogo per dormire! Leggevo gli annunci, non mi ero reso conto di Liu si era materializzata all’improvviso davanti a me

  • Ti ho visto sai, ecco il solito!

Mi risveglio dal torpore

  • Grazie Liu, sei un angelo.

Mi sorride con quella espressione buffa di tutti o quasi gli orientali, apre la bocca, sorriso a tutto denti, si arriccia il naso e gli occhi si socchiudono.

Mi piace guardarla così, lei lo sa

  • Cosa stai cercando? Lavoro?

Si, per la mia consuetudine giornaliera, conosce bene il mio problema

  • No, cerco casa a poco prezzo!

Si fa seria

  • Ti hanno cacciato?
  • No, per il momento, ma manca poco.

Con aria dispiaciuta si avvia al bancone Teresa la sta chiamando per la cassa, lascio raffreddare un poco il cappuccino e cerco di non perdermi neanche una briciola del cornetto, scorro gli annunci ma sono troppo cari per me, mentre sorseggio a piccoli sorsi il cappuccino, vedo arrivare Teresa

  • Liu ti vuole, vai al banco.

Sorpreso, con il cucchiaino prendo l’ultima nuvola d’aria di latte e mi alzo

  • Ascolta Mino, se non fossimo già in otto a casa, con mio marito i tre bambini e i genitori ti ospiterei, ma hai mai preso in considerazione di andare presso una famiglia che affitta una stanza?

Conoscevo questa coabitazione, ne avevo sentito parlare

  • Si, ma non saprei a chi domandare!

Si illuminò

  • Conosco una famiglia, posso parlarci io e se non è tardi troverai una sistemazione, due mesi fa tramite loro ho aiutato due ragazze, so che hanno un’altra stanzetta, il bimbo è piccolo e quindi potrebbe essere libera.
  • Grazie, ma se chiedono garanzie, io non ne ho per il momento.
  • Garantisco io, ora va, cerca un lavoro e io penso al resto.

Le ero riconoscente, avevo voglia di abbracciarla, ma non sapevo se potevo farlo, allora sorrisi come faceva lei imitandola, capì si fece una bella risata.

Mi aveva dato la carica, mi ero ripreso dal grigiore del mattino!

Avevo diviso la città in quattro rettangoli, il modo di operare era sempre lo stesso, cercavo lavoro nella ristorazione, era l’unica cosa che sapessi fare, ma quella mattina, decisi di fermarmi in ogni negozio, era l’ultimo rettangolo, dovevo trovare  assolutamente qualcosa.

Ero determinato, quelle porte sbattute in faccia non mi demoralizzarono, all’ora di pranzo, iniziai con i ristoranti, kebabberie, osterie, trattorie, pizzerie e fui fortunato!

“Osteria  da Davide” trattoria tipica.

Entrai nel locale gremito di persone, ne contai una cinquantina e vidi questo giovane con i capelli racchiusi in una coda di cavallo che si faceva largo tra i tavoli, carrozzine e sedie, portando dei piatti fumanti, chi lo chiamava, chi chiedeva dell’acqua, invece di stare ad aspettare alla cassa come facevo di solito con il mio foglio e il curriculum, mi avvicinai appena fu ad un passo da me

  • Ti serve una mano?

Non ci pensò due volte, mi squadrò

  • Certo!

Tanto mi bastava!

Mi tolsi giacca e cravatta, presi un grembiule di lato alla cassa e iniziai a ritirare dei piatti vuoti ad un tavolo, in tasca c’era un notes e presi l’ordinazione, così feci sistematicamente per altri tavoli vicini e senza dirci una parola ci dividemmo in due la sala e i tavoli e li servimmo in perfetta sintonia.

Una signora si affacciò quando depositai l’ennesimo biglietto

dell’ordinazione, stupita

  • E tu chi sei?

Di rimando, lo indicai

  • Aiuto lui!

Sorrise e continuammo.

Erano le 16.00, quando servimmo l’ultimo, continuai nello sparecchiare i tavoli, poi arrivò la signora , mi passò il tovagliato pulito e dopo aver pulito dei residui i tavoli, con il giovane iniziammo ad apparecchiare per la sera

  • Ciao io sono Davide.
  • Io Mino.

Il tutto sempre lavorando

  • Ci sai fare!
  • Grazie, cerco lavoro!

Si fermò

  • Di che tipo?
  • Di tutto, nella ristorazione.
  • Cameriere?
  • Certo!

Iniziai a pulire a terra.

Mi piaceva questa discussione, tra una tovaglia e le posate da mettere, Davide mi stava studiando lo vedevo, imperterrito continuavo, con un occhio al lavoro e l’altro in cucina dove era andato

  • Vieni Mino, ti presento mia madre.

Andammo in cucina, ordinatissima, fui presentato, c’era la signora Amelia e due indiani

  • Ti ho visto, mio figlio mi ha detto che cerci lavoro, avremmo pensato di tenerti da oggi in prova fino a sabato, servizio pranzo e cena, cinquanta euro al giorno compresi i contributi.

Non urlai in quel momento di gioia solo per non farmi internare, certo non era sicuro, ma era qualcosa, toccava a me farmi apprezzare

  • Accetto, grazie!
  • Ci vediamo alle 18.00.

Amelia mi diede un pacco

  • Ecco ti ho messo qualcosa da mangiare, certamente avresti voluto mangiare prima, ma poi ti sei messo a lavorare.
  • Grazie ma non dovevate.
  • Di nulla, a stasera.

Davide mi accompagnò

  • Se mamma è contenta come lo sono io, hai trovato lavoro.

Avevo le ali ai piedi, mi avviai di buon passo e volevo condividere con qualcuno, andai da Liu, fu contenta, mi misi in un tavolino in disparte e divorai tutto, mi stava aspettando disse, avevamo un appuntamento per la stanza.

Alla fine, ci avviammo, conobbi la famiglia erano delle brave persone, vidi la stanza, un letto a ponte, piccola era piccola, ma non mi interessava, chiesero trecento euro, ma chiudemmo a duecentocinquanta al mese, quando scendemmo non potetti fare a meno di abbracciarla, rimase meravigliata

  • Grazie, grazie, se tutto va bene sabato pago il primo mese in anticipo.
  • Non ho fatto nulla, ma mi ha fatto piacere il tuo abbraccio, benedetto ragazzo.

Avevo solo venticinque anni, i miei genitori erano saliti troppo presto in cielo, sette tra fratelli e sorelle tutti più grandi, sposati e con figli, perdendo i genitori, lentamente si persero pure i contatti, ero sballottato da uno e da un altro, non ce la facevo più, terminata la scuola alberghiera, misi tutto in un borsone, il primo treno ad alta velocità, ed eccomi qui a mille chilometri di distanza, mandai un messaggio, nessuno mi rispose.

Avranno tirato un sospiro di sollievo? Non lo so!

Andai alla pensione, raccolsi quelle poche cose che avevo, avevo la chiave dell’appartamento, prima della mia stanza c’era quella delle due ragazze, ma non c’era nessuno, poggiai al meglio la mia roba, mi rinfrescai e via al locale a lavorare.

Arrivai con un quarto d’ora di anticipo, già erano la, stavano cenando, saltai la cena ero gonfio ma ringraziai per l’invito, Amelia disse che avrebbe messo qualcosa da parte per la notte, mentre loro continuarono tolsi tutte le bottiglie dallo scaffale del bar e tolsi la polvere, rimettendo tutto a posto.

Ero guardato a vista, ma li vidi contenti.

Non avevo idea di quanto fosse difficile coabitare, ma mi abituai lentamente.

Erano passati due mesi da quel giorno, a casa qualche volta incontrai la famiglia, conobbi il piccolo Tommy, ma non incontrai mai le ragazze, i miei orari mi permisero di avere il bagno tutto per me la mattina, spesso facevo colazione con un bicchiere di latte, ma la maggior parte andavo da Liu, cappuccino e dolce, al mattino mi svegliavo tardi e di sera tornavo dopo la mezzanotte, quindi potevo considerarmi un ospite fantasma.

Dopo quella settimana, Davide e la mamma,  contenti, mi fecero un contratto regolare, lavoravamo sodo ma era il mio ambiente, ci stavo bene.

Davide dopo qualche mese si aprì con me, aveva un compagno Amos a Madrid, era gay dichiarato, ma la mamma non riusciva a farsene una ragione e cercava in tutti i modi di evitare di parlarne e con la scusa che da sola non poteva portare avanti il locale, l’aveva costretto a rinunciare a seguire il suo amore, ma due volte al mese prendeva l’aereo e volava da lui, a cavallo del giorno di chiusura del locale.

Avevo tante idee per la testa, ma non volli espormi, mi bastava sapere che avevo la possibilità di uno stipendio settimanale e un posto per dormire, non nascondo che più di una volta, al locale questa smania di migliorare le cose, mi prendeva, ma evitavo di parlare, aspettavo l’occasione giusta.

Eravamo agli inizi di novembre, fuori c’era il gelo, quindi ci anticipavamo a turno per far trovare accogliente il locale, così accadde quel giorno che mi avrebbe cambiato la vita!

Mi anticipai per il pranzo, Davide mi aveva dato da tempo  le chiavi del locale, ero contento, si fidavano di me, questo mi inorgogliva, dopo aver acceso il camino e le stufe a gas, aggiustato i tavoli andai in cucina, volevo fare qualcosa di sfizioso, avevo notato che gli ospiti nell’attesa di quello che avevano ordinato, diventavano qualche volta intolleranti.

Aprii la porta della dispensa e li vidi, due sacchi di polenta da un chilo, il pensiero corse immediatamente a mio nonno, aveva un mulino e il ricordo di quella piccole porzioni di polenta, calde, fumanti, mi riempiva di gioia.

Fu un tutt’uno, misi subito il pentolone, poi come mi aveva insegnato mia nonna la preparai dosando la giusta quantità d’acqua e di sale, nell’attesa che si raffreddasse dopo aver pulito e igienizzato, versai tutto su una lastra di marmo, accesi sotto l’olio della friggitrice.

Arrivò Amelia, ma non me accorsi, poi Davide e gli altri, fischiettavo e lavoravo, feci tanti tocchetti fritti, una montagna

  • Ma bravo!

Piccolo applauso, mi colsero alla sprovvista, mi girai e li vidi, stavano tutti li, diventai rosso, era Amelia che aveva parlato

  • Scusami Amelia, mi sono fatto prendere la mano.

Lei mi guardava e non diceva nulla, poi come i monaci iniziarono ad assaggiare

  • Buoni!

A quel punto spiegai il perché, finalmente Amelia

  • Proviamo, ma la prossima volta mi avverti prima, vero?

Disse sorridendo

  • Certo!

E andai in sala, imbarazzato.

Iniziarono ad arrivare gli ospiti, io e Davide iniziammo a prendere la comanda, oggi erano pappardelle al sugo di carne, cotolette alla milanese con patatine o insalata, dopo aver portato la comanda, trovai già pronti i piattini con la polenta fritta da servire nell’attesa, Amelia aveva aggiunto anche delle bustine di senape, pomodoro kectchup e maionese.

Iniziammo a servirle, sulle prime le persone erano stupite, poi

  • Questo l’offre la casa nell’attesa del primo.

Lessi la soddisfazione sui volti delle persone e anche Davide e la madre se ne accorsero, entrarono due ragazze e un ragazzo, si sedettero, erano infreddoliti, mi avvicinai

  • Allora a che punto sei con la tesi Teresa?
  • In alto mare, quella stupida mi sta facendo perdere un sacco di tempo, e tu?

Non fece in tempo a rispondere, ma io feci in tempo ad osservare l’altra ragazza, alta quanto me, magra da far paura, un viso molto bello, curato, occhi celesti e dei capelli lisci biondi, finalmente si accorsero di me

  • Prego, volete ordinare?

Per evitare il  suo sguardo, mi rivolsi al ragazzo

  • Allora, ragazze ordiniamo?
  • Aura tu che prendi?

Che bel nome pensai, poi notai che parlavano con me

  • Leo tu?
  • Pappardelle

La ragazza Teresa, chiese anche lei solo le pappardelle, non rimaneva che lei, non si decideva, mi chiamarono ad un altro tavolo

  • Posso consigliarla?

Si destò, mi guardava diritto negli occhi

  • Potrei consigliare la cotoletta alla milanese con contorno di patate e carboidrati per antipasto.

Mi guardò perplessa ma sorrise

  • Accetto!

Poi con mio dispiacere dovetti andare dall’altro lato della sala e quindi li persi di vista, Amelia incassò i complimenti per l’iniziativa e volle dirmelo di persona ringraziandomi, Davide non era del solito umore, una volta che lo incrociai

  • Non ti senti bene?
  • No, dopo ti dirò!

Passò del tempo, stavo sparecchiando, quando di spalle

  • Grazie, è stata un’ottima idea.

Mi girai, era lei sorridente

  • Erano anni che cercavo di trovare un posto dove assaggiare della polenta, sono ritornata al sapore alla mia infanzia, mi è piaciuta, grazie.

Non uscivano le parole, feci solo segno di si con la testa e scomparve, ma dietro di lei c’era il ragazzo

  • Ciao ci vediamo, mi chiamo Leo, ma tu chiamami Lea.

Con un cenno della mano, mi salutò, lasciandomi interdetto.

Quando terminammo a pranzo, Amelia si era già avviata a casa, rimanemmo io e Davide, era di venerdì, lo ricordo bene, perché avevamo già stilato un menu speciale per la giornata seguente festa del Santo patrono della città, San Onofrio, stava per dirmi qualcosa quando ricevette una telefonata, mi salutò e sparì.

La sera lo vedevo, era più agitato ma non ebbi modo di parlare con lui, quando terminammo il servizio, nell’aggiustare i tavoli per il giorno successivo, più d’una volta stava per far cadere qualche bicchiere, lo fermai, lo feci sedere

  • Che succede?
  • Amos mi vuole lasciare.

E si mise a piangere, ma non leggermente, ma a singhiozzi pieni, cercai di calmarlo, mi alzai e feci una camomilla, solo dopo un poco si tranquillizzò

  • Perché?
  • Dice che non può avere una relazione a distanza, mi vuole la, con lui, sempre.
  • Ma cosa fa nella vita?

Era la prima volta che lo chiedevo

  • Dirige un call center italiano in Spagna, mi ha dato l’ultimatum, ha prenotato un posto in aereo per domani mattina per Madrid e ha detto che se non mi trova in aeroporto è finita. Ne sono certa, ha trovato un altra, ma io non posso vivere senza di lui….”….
…segue…
Non sono uno scrittore ma un “sognatore narrante” e questi sono i miei sogni riportati sotto forma di E-Book.
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Araldo Gennaro Caparco

28 Febbraio 2024 – La forza della verità. – di Araldo Gennaro Caparco

Mi chiamo Rosario Adalberto Castelmonte, sono un giovane avvocato penalista, non so bene perché sento il desiderio di scrivere questa storia, ma mi ha cambiato la vita, forse sarà per non dimenticare, forse per dare coraggio a chi non ce l’ha o a chi l’ha perso, forse… chissà!

Sono in procinto di entrare in tribunale, sono l’avvocato difensore di una persona, fin qui tutto è normale, ma non per me, la persona in questione è stata accusata sette anni prima, di essere stato l’esecutore della morte dei miei genitori fatti saltare in aria con una carica di tritolo ed è stato condannato all’ergastolo.

Ma andiamo per ordine, così si potrà capire meglio come sono arrivato a questa decisione, in nome di chi o di cosa e perchè sono così emozionato, oggi!

Tutto è iniziato un anno prima, fui chiamato da un notaio di Reggio Calabria, i miei zii mi diedero la notizia della sua convocazione al ritorno dallo studio di un avvocato dove avevo percorso e terminato il periodo di praticantato e dove mi stavo preparando per l’Esame di Stato per l’abilitazione alla pratica forense, guardai la busta

– Cos’è?

Ero molto meravigliato, vedevo mia zia Anna titubante mentre mi porgeva la lettera aperta, sull’indirizzo, c’era il nome di mio zio e poi sottolineato a mano, per l’Avv. Rosario Adalberto Castelmonte

– E’ per te!

Solo due righe:

“La signoria vostra è attesa alle dieci del giorno 23 allo studio del notaio Persepoli alla via Avellino – Reggio Calabria”

Entrò zio Antonio, ostentava un’aria tranquilla, ma si vedeva, era agitato

– Lo conoscete zio?

Lui mi guardò strano

– No Rosario, ma penso sia importante, la lettera è stata portata a mano da un corriere venuto apposta da Reggio Calabria un’ora fa.

Era chiaro, quei due mi nascondevano qualcosa, ma feci finta di non averlo capito

– Ma come faccio, domani nel pomeriggio ho gli esami di stato per l’abilitazione.

Entrò Sara la governante di casa

– La cena è pronta!

Si alzarono contemporaneamente, poi mentre stavano per uscire dal salone

– Non vieni?

Erano sette anni che vivevo con loro, a Gioiosa Ionica, avevo venti anni  quando i miei genitori furono uccisi in un agguato sull’Aspromonte, mi accolsero a casa loro, non avevano figli e mia madre era l’unica sorella di zia Anna, mio zio era un avvocato penalista come mio nonno, mentre mio padre era un avvocato civilista.

Non avevo altri parenti oltre a loro e a mio nonno, ma anche lui mi lasciò presto,  sono passati sei mesi dalla sua morte e mi manca tanto, era un uomo molto attivo nonostante avesse all’epoca quasi settanta anni, si ammalò gravemente e gli ultimi due anni della sua vita, a settantasette anni, li aveva vissuti in una clinica specializzata a Milano nel vano tentativo di trovare una soluzione al suo tumore.

Spesso l’andavamo a trovare, ma per lui era terribile farsi trovare in quelle condizioni, quando era lucido chiacchieravamo molto, per vicende familiari non avevamo passato molto tempo insieme negli anni precedenti, l’ho  sempre trovato in clinica con il suo computer in funzione, poi verso la fine della sua vita, io parlavo e lui ascoltava, mi chiedeva degli studi e mi ascoltava, i suoi occhi erano le sue risposte, non aveva nemmeno più la forza di rispondermi!

Fu lui che mi diede la forza di continuare dopo la morte dei miei genitori, mi spronava con delle email e delle lettere, quando era ricoverato in clinica le lettere le scriveva un infermiere e con il suo aiuto e quello degli zii, riuscii a laurearmi e a fare il praticantato presso un compagno di studi di zio Antonio.

A tavola regnava il silenzio, continuavo a pensare a quella convocazione, esclamai mentre mangiavamo

– Cosa potrebbe essere?

Rimasero con il cucchiaio a mezza aria

– Non ti arrovellare Rosario, domani sapremo, io e zio Antonio abbiamo deciso di accompagnarti con la macchina e poi rientrare per tempo per gli esami di stato, che dici?

Risposi annuendo, solo con un cenno della testa.

.-.-.-.-.-.-.-.-..-.-.-

Sono senza parole, siamo di ritorno dal notaio, nessuno parla in auto, ho la cartellina in mano, mai e poi mai me lo sarei aspettato, si è vero, sono contento mio nonno ha avuto un grande pensiero per me, non me ne aveva mai parlato, solo una volta mi ricordo, eravamo a casa nostra a Palermo, era il compleanno di mamma, venne all’improvviso facendola contenta, poi nel pomeriggio dopo pranzo, eravamo seduti fuori al terrazzino del nostro appartamento e anche studio di mio padre, con la vista sul mare

– Appena posso ti vengo a prendere, devo portarti in un posto speciale.

Mi disse

– Dove nonno?

– Lo vedrai!

Fu l’unica volta e anche l’ultima, certamente si riferiva a quello che adesso mi aveva donato, poi la tragedia dei miei genitori, lui si ammalò dopo qualche anno e non se ne parlò più.

Ero più che emozionato

– Perché?

Dissi ad alta voce, mi rispose zia Anna, zio Antonio non si distrasse dalla guida

– Ti mentiremmo se non ti dicessimo che non ne eravamo a conoscenza, un anno fa, mentre tu scendesti a comprargli quel libro che ti aveva richiesto, espresse questo desiderio

“So che non devo chiedere nessun permesso, ma voglio anticiparvi che desidero lasciare la casa dei miei genitori di Sanbruno a Rosario, li ho iniziato la mia carriera di avvocato ed è li che lui dovrà iniziare a praticarla, questa sarà l’unica condizione per accettarla”

– E voi?

Zio Antonio

– Abbiamo protestato, questa richiesta per noi era assurda e poi ti avrebbe portato lontano da noi, ma fu irremovibile, disse: “Certo sarà un sacrificio, ma lui è forte, mi somiglia e poi deve portare a termine una cosa”,  chiedemmo cosa, ma non ci volle dire nulla e non ne parlò più.

Ecco con quest’animo mi presentai agli esami di stato, inutile dire che avevo accettato e dopo la firma dal notaio, ricevetti una busta formato A3 e riconobbi immediatamente la sua scrittura :

“Da aprire solo a Sanbruno. Tuo nonno, un abbraccio.”

Aspettammo i risultati dell’esame, qualche giorno,  ma non riuscii nemmeno a godere dell’esito positivo, dovevo partire, il tempo di preparare le mie cose e con gli zii e con la loro auto arrivammo a Sanbruno, sembrava una caccia al tesoro, mio nonno aveva previsto tutto, il notaio tramite corriere in ventiquattro ore mi fece avere tutti i documenti che attestavano il passaggio di proprietà e i relativi contratti delle utenze a nome mio e con grande sorpresa notai anche la presenza di un vano negozio che mi aveva donato e un terreno poco lontano dal paese di circa un ettaro.

La notte prima di partire non riuscivo a dormire, si è vero, avevo da parte i soldi dell’assicurazione sulla vita di mio padre, i miei zii non vollero che toccassi mai quei soldi, era una bella cifra, ma era altrettanto vero che ero all’inizio della mia carriera e per di più adesso mi stavo spostando dove non conoscevo nessuno, era una sfida quella che mi aveva proposto mio nonno ed io ne ero nel contempo ero orgoglioso e preoccupato.

Mi zia era la più emozionata, sia perché prendevo il volo da solo e sia perché ritornava a Sanbruno dopo molti anni, mi raccontò,  mentre eravamo in viaggio in auto che mancava dalla morte della madre e aggiunse che il nonno non aveva mai lasciato lo studio inattivo e una volta al mese arrivava da Reggio Calabria a Sanbruno,  per continuare l’attività di suo padre fino all’inizio della sua malattia e nonostante tutto, anche dopo era sempre rimasto in contatto tramite il computer con un suo collaboratore residente in quella città.

L’ascoltavo, ma le sorprese non finirono qui, quando arrivammo, immaginavo di trovare un appartamento, invece mio zio continuava a salire dei tornanti e da lontano vidi la croce di una chiesa, una piazza e un edificio poi un piccolo borgo, si fermò, non era un appartamento, ma l’edificio sulla piazza era una casa padronale su due piani, scesi meravigliato dall’auto

– Ma zia?

Sorridente ed emozionata

– Si Rosario questa è la nostra casa paterna, qui io e tua madre abbiamo vissuto da bambine, poi papà decise di ingrandirsi e ci trasferimmo a Reggio Calabria.

Entrammo nel portone, c’era un cortile non molto grande ma capiente, un’auto parcheggiata e  in fondo un giardino con degli alberi da frutta, non c’erano i frutti, ma fui stupito dalla pulizia e da quel manto verde così curato a terra, poi mi sentii chiamare

– Vieni che ti faccio visitare casa, quella e l’auto di papà.

Era zia Anna che mi indicava una mercedes bianca nel cortile

Nel corridoio dopo il portone, c’erano due ingressi laterali, uno di fronte all’altro, sulla destra vidi in alto una targa

“Avv. Adalberto e figli”

Provai un’emozione unica entrando, era lo studio del mio bisnonno, una sala d’attesa, poi un corridoio, a destra uno studiolo, poi successivamente il suo studio, sgranai gli occhi, tutto in radica di noce e fino al soffitto, tanti faldoni e tanti libri, non volendo strinsi la mano di mia zia

– E’ impressionante!

Lei sorrise, poi capii il perché, l’ultima stanza era grande come un appartamento, era la sala riunione, rimasi senza parole, due bagni stile anni ottocento e un’altra porta che portava sul cortile.

Uscimmo da li e passammo di nuovo per l’ingresso, stavolta sulla sinistra

– Questo era il suo doppio appartamento.

– Come doppio?

– Fu sdoppiato dal nonno, con una scala interna, furono fatti dei lavori quando mamma si ammalò e volle venire qui, lei era nata qui e qui voleva morire e mio padre acconsentì e quindi l’appartamento a piano terra fu ristrutturato con la cucina, una sala da pranzo, una da letto e i servizi, perché lei non poteva fare le scale, originariamente era solo una sala da pranzo con cucina e sopra invece c’è l’altra parte dell’appartamento con tre stanze da letto, servizi e la mansarda, rifece fare tutto il riscaldamento, ma in ogni stanza c’è ancora il camino originale.

Troppe sorprese, mio zio fece appena in tempo a sorreggermi, mi sentivo mancare

– Rosario?

Zia corse a prendere un bicchiere d’acqua e mio zio mi fece sedere su una sedia della sala da pranzo

– Ti senti bene?

Ero pallido

– No, è tutto troppo per me!

Presero delle sedie e vennero vicino, mia zia mi teneva la mano, balbettai

– Come farò, è tutto troppo, mi aspettavo un appartamento e mi ritrovo una casa enorme solo per me, non posso chiedervi di venire qui e allontanarvi da Gioiosa, ho paura, perché nonno non me ne ha mai parlato, perché adesso vuole che mi sistemo qui, ho tanti perché nella testa, e nessuna risposta, ecco!

Zio Antonio

– Vedi Rosario, ti ha voluto premiare, sei stato in gamba, spesso mi diceva “farà grandi cose”, tuo padre non andava molto d’accordo con lui e non ha mai voluto avere un aiuto e lui voleva aiutare tua madre, non sopportava che vivesse in una casa in affitto a Palermo, le voleva donare un appartamento, ma lei non volle, chiamò anche Anna per convincerla , ma non volle per non far dispiacere tuo padre, ecco, adesso con questo gesto ha voluto aiutarti ad iniziare, è un dono e lui sa che ne sarai fiero accettandolo, come lui ha fatto con suo padre.

Avevo chiusi gli occhi e me lo immaginai, vedevo il suo viso, sentivo le parole di zio, mentre zia mi accarezzava i capelli e lo vidi finalmente sorridente, quando li riaprii tutto mi sembrava più chiaro

– Avete ragione, sarà lui che mi aiuterà con i miei dall’alto.

Li vidi finalmente rasserenati.

Mentre mia zia preparava qualcosa da mangiare, visitai tutta la casa, tutto era in ordine, era stupenda, ma quando mi affacciai al balcone superiore, quello sull’ingresso, la notai, proprio alla fine della piazza c’era una bellissima chiesa, chiesi notizie  a zia e mi disse che era il Santuario della Madonna della Montagna.

Dopo aver pranzato e aver sistemato la mia roba nella stanza da letto a piano terra, volli visitarlo, quando entrammo avvertii una strana sensazione, ma non dissi nulla, ero certo c’ero già stato o almeno l’avevo sognato, quando uscimmo mi sentivo diverso, prima che si facesse sera, i miei zii si avviarono per ritornare a casa, non volevano, li tranquillizzai e piangendo con abbracci e baci partirono.

No, non ero solo, quell’immagine della statua della Madonna era impressa nella mia mente, accesi il camino,  qui ad oltre ottocento metri d’altezza, faceva freddo e iniziai a fare delle ricerche sul computer  sul Santuario, guardavo la busta che mi aveva dato il notaio, dovevo aprirla, ma non ce la facevo, avevo già avuto diverse emozioni quel giorno, avevo paura di aprirla, poi finalmente stanco mi addormentai così vestito sul divano di fronte al camino e lo scoppiettio della legna mi diede la buonanotte.

Mi svegliai all’alba, stentai a riprendermi del tutto, poi realizzai dove ero, tutto era silenzioso, il camino aveva ancora dei residui accessi, misi dell’altra legna e rimandavo ancora l’apertura della busta, la presi e l’appoggiai sul tavolo in cucina, preparai il caffè e dopo finalmente trovai il coraggio di aprire quella busta, c’era una lettera indirizzata a me

“Caro Rosario, sei spaventato, lo capisco, ma se stai leggendo questa lettera,  sono contento, significa che hai accettato, da Antonio ho saputo che preferisci il penale al civile e questo mi rende ancora di più orgoglioso di te, continuerai la tradizione di famiglia. In questa casa hai vissuto fino ai sei anni d’età, poi tuo padre scelse di trasferirsi a Palermo, i nostri rapporti non sono stati più sereni e tranne qualche mia incursione a casa da te a Palermo, non ho più avuto modo di tenerti qui con me, per quattordici lunghissimi anni…”

Ecco perché mi ricordavo della Madonna.

“…Tuo padre scelse il ramo civile, era il più semplice ed anche il più lungo, non volle ascoltarmi, volevo lasciare le redini qui dello studio a lui, ma tranne che per la Festa della Madonna, dove veniva sempre da solo, i nostri rapporti si erano deteriorati, erano solo discussioni e basta.

Dopo, accadde la tragedia e mai sono riuscito a superare la perdita di mia figlia, vedi nello studio, sotto la scrivania, c’è uno scatolo con tutti gli atti del processo dell’attentato alla tua famiglia, studialo attentamente, ti farà male, lo so, ma ti aiuterà nel futuro nella tua carriera da avvocato penalista.

Ci saranno altre sorprese ma non voglio anticipartele, sappi che ho provveduto dalla tua nascita ad accantonare qualcosa per te. Ho aggiunto quello che non ho potuto dare a mia figlia, tua madre.

Non sarai solo nello studio, conoscerai il mio collaboratore e da lui avrai pieno sostegno e consigli.

Ho una sola richiesta da farti, di concludere una cosa che non ho avuto il tempo di portare a termine, lo capirai da solo quando leggerai gli atti che ti ho descritto.

Ti abbraccio, tuo nonno.”

Sentii il campanello d’ingresso, guardai l’ora, erano le nove, andai al citofono

– Chi è?

– Sono Salvo.

E chi era questo Salvo?

– Sono il collaboratore di vostro nonno.

Dopo una stretta di mano molto vigorosa, restammo alcuni minuti ad analizzarci a vicenda, era un uomo molto robusto, sui sessanta anni, aveva degli occhi luminosi, portava un completo nero da ufficio, impeccabile

– Come siete giovane?

Disse, mi piaceva, sorrisi

– E’ vero, ma mio nonno mi ha lasciato scritto che voi mi aiuterete.

Lui, dopo un guizzo di tristezza, strofinandosi gli occhi

– Era come un padre per me, mi ha tolto dalla strada venti anni fa e mi propose di affiancarlo, mi fece studiare. Mi sono laureato e da allora non l’ho mai lasciato, mi aveva anticipato la vostra venuta, ma vi prego non datemi del voi, io sono Salvo.

Ero meravigliato, aveva detto tutto in una sola frase, non potetti fare altro che ristendere la mano

– Io sono Rosario!

Ci dirigemmo verso lo studio, da Salvo venni a conoscenza che non aveva mai smesso di seguire lo studio, nonostante la malattia e c’erano ancora delle pratiche aperte e non concluse, iniziai a sudare freddo e insieme a lui a studiarle e lentamente iniziai a prendere coscienza del lavoro, passarono le prime tre settimane, interrotte solo la domenica con la venuta dei miei cari zii, felici di vedermi integrato e contento.

Avevo si notato lo scatolo, ma non mi decidevo ad aprirlo, più d’una volta fui tentato, ma solo il pensiero di leggere quelle note, i verbali sulla morte dei miei genitori, mi facevano stare male.

Conobbi la famiglia di Salvo e scoprii che la moglie, una volta a settimana veniva per fare le pulizie a casa e nello studio, non era il suo lavoro ma aveva accettato per amore di mio nonno, lei aveva curato i due figli ed era casalinga a tempo pieno, ora con i figli lontani, avrebbe continuato a farlo per me, presi lo scatolo sotto la scrivania e la portai nel mio appartamento, feci solo un accenno a Salvo del contenuto della lettera del nonno ma mi rispose che ne avremmo parlato dopo la lettura degli atti, così aveva voluto lui.

Mi sembrò strano, ma accettai la risposta, non ero ancora pronto per leggere, ma il destino trova sempre una strada da farti percorrere indipendentemente dalla nostra volontà!

Il mercoledì era il giorno di ricevimento delle persone nello studio, iniziai a guadagnare con le consulenze, lo studio stranamente iniziò ad affollarsi, poi riuscii a capire il perché, era stato Salvo, mi aveva fatto pubblicità, la sera arrivavo distrutto nel mio appartamento, ero ancora troppo giovane e sentivo prepotente il peso e la responsabilità del mio lavoro.

Tutto accadde quella sera, erano le ventidue quando finalmente ci liberammo dallo studio, stavo salutando Salvo, ma complice il buio, inciampai chiudendo il portone, lanciai un urlo di dolore

Salvo ritornò indietro

– Rosario?

Non riuscivo a rispondere, avevo un dolore lancinante alla caviglia del piede destro, lui capì e come se fossi stato un fuscello, mi prese in braccio e mi portò nel mio appartamento, sul divano, dal freezer prese una borsa di ghiaccio sintetico e l’appoggiò sulla caviglia,  finalmente sentii un sollievo

– Vediamo se c’è qualche frattura!

Lo vidi, con mani esperte, piegò il piede, lo potevo muovere ma avevo dolori lancinanti

– No, non c’è frattura!

Il ghiaccio aveva addormentato il punto della caviglia, cercai di rimettermi in piedi, ma per fortuna fui preso al volo da lui

– Non riesco a mettere il piede a terra, forse è meglio andare in ospedale.

– Se vuoi prendo la macchina e ti accompagno, ma ti posso assicurare che non è una frattura è solo una forte distorsione, lo so bene per aver curato i miei figli quando giocando cadevano in malo modo.

Lo guardai interrogativamente

– Allora?

Era pensieroso, riprovò ancora fino al collo del piede, stavo aspettando

– Salvo?

– Posso provare a chiamare una persona.

Era buio pesto

– A quest’ora?

– Si, non abita lontano da qui.

– Ma per fare cosa?

Invece di rispondermi andò verso il frigorifero

– Hai delle uova in casa?

Stavo per ridere, ma poi lo guardai era serio

– Certo!

– Bene, allora non ti muovere, invece di telefonare vado di persona, se vedo la luce accesa, la chiamo, in caso contrario andiamo in ospedale.

Non sapevo cosa intendesse fare

– Va bene!

Cercai di trovare una posizione sul divano per alleviare il dolore, passarono una decina di minuti, sentii aprire la porta

– Rosario sono io.

Stavo per rispondere, quando ammutolii, con lui c’era un’altra persona, vedevo solo il cappuccio sulla testa e qualche ricciolo biondo lungo che fuoriusciva sulle spalle

– Buonasera

Dissi, quasi sottovoce

– Buonasera.

Quando mi rispose, mi accorsi che era una ragazza ma non si girò mai, la sua voce era ferma e giovanile, senza dire altro posizionò una lampada sul mio piede e con delicatezza, iniziò ad esplorarlo, era esperta, il contatto di quelle dita mi procurarono una certa emozione che si tradusse immediatamente  in un fremito per tutto il mio corpo, quasi vergognoso di questa sensazione, mi imposi di stare calmo, cercavo di vederla, ma lei faceva di tutto per evitarmi.

Salvo nel frattempo aveva portato le uova e un piatto con una ciotola sul tavolino alla fine del divano, lei estrasse dalla borsa una garza lunga, bianca e immacolata, prima di posizionarla sulla caviglia, con un canovaccio bagnato dolcemente tamponò la caviglia, strano, non sentivo nessun dolore, stavo…”…

…segue…
Non sono uno scrittore ma un “sognatore narrante” e questi sono i miei sogni riportati sotto forma di E-Book.
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Araldo Gennaro Caparco

27 Febbraio 2024 – Suma è il bacio rubato! – Romanzo di Araldo Gennaro Caparco

“Quella notte non riuscivo a dormire, ero in un albergo di prima classe a Rynek Starego Miasta di Varsavia, avevamo raggiunto il nostro scopo, c’erano voluti tre mesi di pedinamenti, appostamenti, ma la squadra aveva funzionato, invece di essere contento e soddisfatto, pensavo a  lei a quella stronza di Nadia, è vero, era passato un anno ma mi bruciava ancora, tornai da una missione in Cina e non la trovai più, solo un biglietto:

“In questa busta ci sono i documenti da firmare per il divorzio, non ho mai smesso di amare il mio ex e da due anni abbiamo una relazione, stiamo partendo per un nuovo lavoro in Australia, ti ho preso in giro, pensavo che i soldi mi avrebbero fatta felice, ma non mi sono bastati, amo un altro, addio!”

Non c’è cosa peggiore per un astemio, di attaccarsi ad una bottiglia di liquore per lenire la rabbia e il dolore… una sbornia colossale, una sola fortuna… i miei collaboratori!

Mi risvegliai completamente nudo nella vasca da bagno, l’acqua era gelida, il tempo di realizzare, da solo non potevo esserci caduto dentro, si aprì la porta

– Finalmente sei sveglio!

Era Cizia la mia collaboratrice e senza attendere risposta verso un secchio di ghiaccio nell’acqua

– Ma, sono nudo!

Sorrise

– Sai che sorpresa!

E uscì ridendo.

Cizia era una componente del mio team, trent’anni ben portati, esperta in armi e in arti marziali, maga nei travestimenti, collaborava con me da cinque anni, elemento prezioso e insostituibile, single per scelta, una volta uno sceicco si innamorò perdutamente di lei, ma lei lo snobbò lasciandolo a bocca asciutta, alta un metro e ottanta, capelli biondi fino alla schiena, due occhi celesti come il mare e un corpo da amazzone da far girare la testa.

Mi chiamo Lio, soprannominato la tigre, trentacinque anni, esperto investigatore nell’ambito bancario e finanziario, risolviamo casi di truffe d’alta finanza, pochi sono quelli che conoscono la nostra squadra, oltre a Cizia c’è un altro collaboratore esperto informatico Teo, esperto anche lui con le armi e peso massimo, quaranta anni ma ne dimostra trenta ed è la nostra guardia del corpo quando siamo in azione, il suo peso è ininfluente, nei cinque continenti molte persone sono andate in ospedale con prognosi da trenta giorni in su, per essersi scontrati con lui.

Ed  eccolo la, sta cucinando

– Allora capo come va?

– Anche tu qui?

Risero a crepapelle

– Quando Cizia mi ha chiamato, non riuscivo a crederci, tu, sbronzo…

– Poi, però quando gli ho mandato la foto dei documenti per il tuo divorzio…

– In cinque minuti, sono arrivato e ti ho trovato già svestito e nella vasca da bagno, ora non pensarci abbiamo un lavoro che ci aspetta, sto cucinando e vedrai che dopo questa colazione all’inglese ti sentirai più in forma che mai.

Mi ricordai tutto e già aveva ragione, senza parlare mi avviai verso il bagno

– E brava Cizia, faccio una doccia calda.

Non dissero nulla!

Il mio tono era eloquente, mi ripresi e li ringraziai e mi ricordai di tutto, la sera prima avevamo cenato con un nostro cliente, contento di aver risolto il suo problema, era da poco passata l’una di notte quando mi ero appoggiato sul letto sperando di poter riposare prima di partire per Roma il giorno successivo, ma notai sul cellulare un messaggio nella segreteria, lo lessi

“Tigre so che siete a Varsavia, un amico comune mi ha detto come rintracciarvi, vi aspetto domani nella mia sede di Amburgo per mezzogiorno o dove volete in quella città, ho un incarico per voi, ho versato sul vostro conto il dieci per cento dell’ammontare dell’incarico, quale acconto, aspetto conferma, Wrote – President of Bank of America”

Saltai dal letto, presi il mio computer e controllai il conto corrente e il nominativo, chiamai i miei collaboratori e li misi al corrente dell’incarico.

E questo è tutto!

Eravamo in auto, direzione Amburgo.

– Lio, non mi sono ancora svegliata, ma mi hai detto che l’acconto…

Teo era alla guida, sorrisi

– Centomila euro…

Un fischio da parte di Teo

– Quindi, l’incarico è di…

Cizia

– Un milione di euro!

Ecco perché eravamo in auto alle due e trenta della notte, avevamo sette ore e mezzo di viaggio per arrivare ad Amburgo, dovevamo essere puntuali, non era un cliente qualunque

– Cizia?

Silenzio

– Cizia?

– Sto già lavorando Lio, non mi distrarre!

Questa era lei, silenziosa e efficiente come non mai, arrivammo alle undici precise, alloggiammo in un albergo vicino alla sede della Banca d’America, presi una suite per noi tre, qui avremmo montato l’ufficio portatile, quando eravamo in giro, portavamo lo stretto necessario, tre computer, registratori da indossare, microfoni direzionali d’alta qualità e ancora altri supporti tecnologici comandati da Teo, mentre Cizia era addetta alle registrazioni

– Trovato qualcosa Cizia?

– Si, forse, vediamo cosa chiedono.

Mi stavo avviando all’appuntamento

– Spogliati!

Era Cizia

– Che intenzioni hai?

Sorrise

– Lo sai quello che dobbiamo fare.

– Ma è necessario?

– Certo!

Dopo avermi nastrato con registratore e auricolare, mandai un messaggio, eravamo di fronte alla Banca d’America

“Ristorante albergo Park Hyatt Hamburg, ore dodici-Tigre”

Erano le undici e quarantacinque, immediatamente

“Perfetto”

  • Teo andiamo!…”

——————————

Splash!

——————————

E’ in attimo, mi ritrovai, bagnato con una spugna maleodorante impregnata di detersivo all’aceto

– Lio, ma sei tonto, tra un quarto d’ora arriva la brigata di cucina!

Oddio, era tutto un sogno, ecco la verità, avevo sognato ancora una volta ad occhi aperti!

– Arrivo, arrivo, ho finito.

– Se continui così ti licenzio!

Chi ha parlato è il mio capo squadra, e già, faccio le pulizie in un ristorante la mattina e il pomeriggio curo l’archivio di un agenzia di investigazioni.

Mi chiamo Lio, età venticinque anni, nato in Sicilia, a Palermo per l’esattezza, nella mia infanzia ho incontrato persone di ogni tipo, ma la maggior parte erano figli di portuali come mio padre, avevo avuto da loro un’istruzione di strada, non per scrivere e leggere, quegli anni mi maturarono più della mia età anagrafica, ero curioso per natura, ma mi insegnarono la scaltrezza e la furbizia e il coraggio della paura, imparai a sopravvivere ed ero in gamba, dopo anni di insuccessi guadagnai il rispetto di tutti a suon di scazzottate, poi…sono emigrato a Milano dopo la morte dei miei genitori in un incidente stradale, diplomato in ragioneria, ramo internazionale, disoccupato cronico, conosco bene l’inglese, mia madre era di Bristol.

Lavoricchiavo in nero, ovviamente!

Ho provato diversi concorsi, ma nulla, dopo aver passato un anno a registrare fatture sul computer di un commercialista, con la promessa di essere assunto in pianta stabile come impiegato, rimborso cento euro a settimana lavorando dalle otto alle diciotto, tutti i giorno compreso il sabato, decisi di abbandonarlo, e ora?

La mattina lavoro e faccio le pulizie in un ristorante, in sala e cucina, così mi guadagno il pranzo e la cena, il pomeriggio in un’agenzia di investigazioni e guadagno venti euro al giorno e pago il fitto di un letto.

Aspirazioni:

–  tante, dopo il diploma, ho partecipato anche ad un corso per investigatore, vorrei mettere su una mia agenzia specifica per le truffe bancarie, ma ad oggi i gestori dell’agenzia dove faccio le pulizie, mi hanno utilizzato qualche volta nei pedinamenti e appostamenti o come guardia personale di qualche cliente, li ho aiutati anche nella gestione amministrativa, sono soddisfatti, ma non mi avevano ancora assunto stabilmente, ero uno dei quattro avventizi a chiamata presenti in agenzia.

Il sabato lavoravo mezza giornata in agenzia, così è accaduto anche quel famoso sabato che ha cambiato la mia vita… dopo aver messo tutto in ordine, stavo per chiudere la porta e andarmene quando sentii gracchiare il fax, era in arrivo qualcosa, feci il pari e dispari, poi decisi di attendere, mi avvicinai e lentamente uscì un foglio intestato

“Bank D’Arabia

Si richiede un incontro urgente oggi, ore 15.00 aeroporto di Milano, area scalo tecnico, ripartiamo alle 15.30, chiediamo conferma appuntamento.

Firmato Il Presidente Abdul Azeem.”

Rilessi più volte il messaggio, telefonai alla titolare, al figlio, agli impiegati, ma niente, nessuno dei cellulari o dei numeri fissi rispondeva, non sapevo cosa fare, poi un’idea pazzesca si fece largo nella mente…

… ci sarei andato io!

Non presi un foglio intestato, ma totalmente in bianco e lo rispedii al numero del fax di partenza, solo con un “Si”, non avevo infranto nessuna legge, avevo solo dato conferma.

Erano le 14, dovevo muovermi in fretta, chiesi alla signora Maria, l’affittacamere dove dormivo di stirarmi l’unico vestito che avevo, era di colore grigio scuro, dal mio coinquilino mi feci prestare una cravatta, l’unica che avevo era nera, l’ultima volta era stata usata per il funerale dei miei genitori, periti in un incidente stradale in Sicilia, il colpevole era fuggito dopo aver travolto la nostra utilitaria e uccisi i miei genitori.

Misi l’unica cosa preziosa che avevo al momento, oltre il documento d’identità, il tesserino di investigatore, me l’ero guadagnato e ne ero fiero, sentivo che le gambe mi tremavano, ma oramai ero in ballo, avrei trovato forse il modo di dire la verità alla titolare o se fossi stato scoperto e questo mi dava la forza di continuare.

Presi un tassì per arrivare all’aeroporto di Milano Linate, portavo con me una valigetta 24ore, praticamente vuota, c’erano solo dei fogli bianchi e una penna, ma faceva scena, mentre stavo per arrivare, fui preso dal panico e se avessero controllato e se avessero contattato la titolare, se…, se…, tanti se!

Ero arrivato, pagai e in un attimo mi passò davanti tutta la mia vita, quella che avevo vissuto fino ad oggi, no, non potevo tornare indietro, no, non l’avrei fatto, aspirai una quantità d’aria che avrebbe gonfiato un palloncino con un solo soffio, ed entrai.

All’ingresso in sala d’aspetto, mi bloccarono due persone, ovvero due guardie del corpo, mi chiesero i documenti e mentre stavano registrando e chiedendo l’autorizzazione per farmi entrare, mi sentii osservato, mi girai e la vidi, era una ragazza molto giovane, con un pantalone di lino bianco  una camicetta multicolore, alta quasi quanto il sottoscritto, un metro e ottanta, era con due donne, i nostri sguardi si incontrarono, fu un attimo, ma mi bastò, ero ipnotizzato, sorrise una spallina lasciò intravedere parte della spalla e notai una testa di tigre tatuata, piccola, non invasiva e mi ricordai del sogno ad occhi aperti di una settimana prima, e sparì

– Signore prego è atteso!

C’è qualcuno?

Non sentivo niente, mi sentii toccare sulla spalla, mi girai

– E’ atteso!

E mi indicò una saletta alla sua sinistra, una terza persona mi aprì la porta e mi trovai di fronte, un uomo sulla cinquantina, vestito in modo elegante, era di spalle, guardava giù nella hall dell’aeroporto, seguii il suo sguardo, guardava lei che stava andando via, chissà chi era, tossii, l’uomo si girò e la sua espressione fu di stupore e meraviglia, in inglese

– Lei è dell’agenzia investigativa?

Giuro che parlavo prima, ma i suoi occhi erano fissi sui miei, per radiografarmi dalla testa ai piedi

– Si signore per servirla.

Sempre più stupito

– Perfetto il suo inglese.

Arrossi

– Grazie, mia madre era inglese.

– Di dove?

– Di Bristol signore!

Mi fece segno di accomodarmi

– Non pensavo che la vostra agenzia avesse delle persone così giovani!

Primo problema

– La nostra titolare è un’illuminata, crede nelle nostre potenzialità.

Era soddisfatto

– La conosco bene, quindi non mi meraviglia affatto, il tuo nome?

E ora?

– Lio

– In azione?

Cosa vuole dire?

Poi in un decimo di secondo realizzai, un nome in codice, mi ricordai della ragazza e il sogno

– Tigre!

Sorrise colpito

– Perfetto, vorrei continuare questa discussione e sapere altro su di te Tigre, sono curioso, ma mi hanno anticipato il volo, ho una riunione urgente a Londra, questa cartellina racchiude il mio incarico, ci risentiamo tramite skype martedì mattina alle nove, domande?

E che vuoi domandare?

Anche dire la verità in quel momento era inutile, presi la cartellina e con una sicurezza che era data dalla paura che avevo dentro di essere scoperto

– A martedì!

Un ordine secco, in una lingua che non conoscevo, vidi entrare uno degli armadi umani che mi aveva accolto all’ingresso e mi indicò con delicatezza l’uscita.

Mi sentivo svuotato, di certo qualche chilo l’avevo perso per la tensione, ma mantenni un contegno, sicuro di essere osservato, appoggiai la mia valigetta, misi con calma la cartellina dentro, poi salutai cordialmente e con passo tranquillo uscii dall’aeroporto, solo nel tassì ebbi un mancamento, ma riuscii a mantenermi fino a casa, ma arrivato sotto casa… avevo deciso…

…no,  non potevo continuare, diedi l’indirizzo della signora, la titolare dell’agenzia e iniziai a pregare.

Bussai ripetutamente, ma nessuno mi apriva, poi finalmente si aprì la porta e vidi Federica, la nipote della signora Maregillo, viveva con loro da alcuni anni dopo la perdita dei genitori a distanza di sei mesi l’uno dall’altro per il male del nostro secolo, un tumore maligno

– Lio, come hai saputo?

La guardai strano

– Cosa?

– Della caduta?

Stavolta entrando meravigliato

– Quale caduta?

Arrivò la signora,  aveva un braccio al collo e un turbante che le fasciava la testa, mi cadde la valigetta per terra

– Signora?

Era stupita

– Anche tu qui? Ma chi ti ha avvertito?

Non dissi nulla, con l’altra mano mi prese e mi portò nella stanza di Gaetano, suo figlio, c’era un’infermiera che stava praticando una flebo

– Gaetano? Ma che è successo?

Senza accorgermene avevo quasi urlato

– Zitto, vieni!

E ritornammo nel salone… li mi raccontò tutto, la notte l’avevano passata in ospedale, dopo una caduta accidentale di Gaetano dalla scala su di lei, la sera prima era salito per dare una mano alla madre per prendere degli scatoloni per il cambio di stagione, lei era al di sotto alla scala, si era sbilanciato ed era caduto su di lei, ma purtroppo lui si era fratturate entrambe le gambe  e un braccio e lei solo un braccio e varie escoriazioni sulla testa, ascoltavo sgranando gli occhi

– Mi dispiace, non sapevo nulla!

Federica, mi guardava strano, poi

– Come sei elegante, come mai?

Era sorridente, ci piacevamo, è vero, avevamo avuto una storia due anni prima, ma poi, avevamo concluso che non c’era nulla tra di noi, tranne una grande amicizia, nulla di più, io la consideravo una sorella, quella che non avevo mai avuto e lei nei miei confronti era dolce come se fossi stato suo fratello

 

– Grazie Federica.

 

Dissi diventando rosso come il pomodoro, fu solo allora che la signora, attenta investigatrice

 

– E’ vero, allora, come mai sei qui?

 

Ecco, e ora, come me la cavavo, avevo la valigetta che avevo ripreso sulle ginocchia, lei fece una smorfia di dolore

– Signora non adesso, vi vedo dolorante.

Si riprese immediatamente

– Lio cosa mi nascondi?

Era arrivato il momento!

Capitolai e raccontai tutto, sotto lo sguardo stupito delle due donne, alla fine, aprii la valigetta e le diedi la cartellina, la vedevo, il suo viso si fece di mille colori, la tenne in mano, ma non l’aprì con fare severo

– Sai che hai fatto una cosa che non avresti dovuto fare?

– Si

– Sai che adesso ti dovrei cacciare fuori?

– Si

Federica

– Ma zia…

– Zitta!

Urlò!

Non aspettai la sentenza, mi alzai e mi stavo avviando verso l’uscita con Federica

– Fermati!

Mi bloccai, sempre di spalle

– Perché l’hai fatto?

Mi girai, abbassandomi all’altezza dei suoi occhi, cosa avevo da perdere e

– Signora sono cinque anni che lavoro e collaboro con voi, ho un sogno, aprire un’agenzia e voi lo sapete bene, conoscete i sacrifici per diplomarmi al vostro corso, per sdebitarmi ho fatto tempo fa anche le pulizie nel vostro ufficio e continuo tuttora collaborando con voi, non conosco il contenuto di quella cartellina, si per un attimo ho pensato di continuare da solo, ho venticinque anni, devo trovare la mia strada, ma non a queste condizioni. Quando ho letto il fax, sapevo di chi si trattava, il vostro miglior cliente, potete controllare, ho chiamato tutti voi, non avendo risposta, sono andato, non mi sono spacciato per un altro, ho detto che ero un vostro collaboratore e che voi eravate un imprenditrice illuminata che scommetteva sui giovani, controllate, se volete, ma alla fine non potevo ripagarvi in questo modo e sono venuto qui per raccontarvi tutto. Mi dispiace per quello che vi è accaduto, non sapevo, ma ora che sapete tutto, posso andarmene più sereno, ho la coscienza a posto, arrivederci.

E così dicendo, mi alzai, diedi un bacio sulla guancia a Federica e stavo per uscire dal salone

– Fermati!

Mi girai sbigottito

– Perché?

– Perché hai detto la verità, ecco perché! Vieni siediti e controlliamo insieme il contenuto della cartellina, tu sei un aiuto nell’agenzia e da oggi sei assunto a tempo pieno a quaranta ore settimanali con un contratto regolare, che ne dici?

Non dissi nulla, felice e meravigliato com’ero, ma l’abbracciai stando attento a non farle male, ero emozionato e anche loro due, Federica si sedette vicino a me

– Sono orgogliosa di te!

Finalmente sorrisi

– Grazie sorella.

.-.-.-.-..-.-.-.-.-.-.-.-.-.

Siamo su un aereo di linea Milano – Roma, si siamo, io e Federica, ma andiamo per ordine.

.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-

La signora era impedita ad aprire la cartellina, l’aprì Federica, c’era una lettera scritta a mano, una foto e una busta, me la diede per leggerla ad alta voce…

…continua…

.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-

Non sono uno scrittore ma un “sognatore narrante” e questi sono i miei sogni riportati sotto forma di E-Book.
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Araldo Gennaro Caparco

26 Febbraio 2024 – Mistero ad Olbia – Romanzo di Araldo Gennaro Caparco

Mi chiamo Luzio, sono in attesa su una panchina all’esterno dell’aeroporto di Napoli in scalo da Amsterdam e in partenza per Olbia, ho già imbarcato le valigie, con me ho solo una valigetta 24ore e ancora non riesco ancora a crederci, sarei ritornato ad Olbia dopo vent’anni!

A dieci anni mi ero trasferito con la mia famiglia, non avevo nessun parente in quella bellissima città, cinque anni fa i miei genitori, si diedero appuntamento in cielo a sei mesi di distanza, l’uno dall’altra, quando finì mia madre, mi disse “Non angustiarti, raggiungo solo tuo padre!” e così la mia famiglia era formato da un solo componente, il sottoscritto.

Mio padre e mia madre, erano originari di Pescocostanzo in Abruzzo, si dovettero trasferire in Sardegna per lavoro, passammo dieci anni in quella bellissima terra.

Sono sardo, si e amo quella terra, ma solo per nascita!

A ventidue anni, diplomato e poi laureato in marketing aziendale, alla Luiss di Milano, a venticinque in pista per una Grande Compagnia Olandese nel campo della Grande Distribuzione Organizzata, dopo per cinque anni, formatore e Responsabile del Controllo di Gestione per l’apertura di nuovi punti vendita, ho girato l’Europa, ero fidanzato con una hostess olandese, era statuaria, un metro e ottanta, capelli biondi, occhi celesti, ma nessuna voglia di formarsi una famiglia, solo sesso, sesso e sesso, non eravamo conviventi, nessuno dei due poteva permettersi di rimanere più di un certo periodo in un luogo, vista la possibilità economica di entrambi, quando passavamo dei giorni insieme, Gran Hotel e via con le danze.

Poi se ne accorse, volevo qualcosa di più, cercavo una stabilità, avevo trent’anni, fiutò il “problema” e con un sms, troncò la relazione.

Ci rimasi male, molto male!

Mi dedicai al lavoro, anima e corpo, non avevo orari, pochi riuscivano a tenermi testa, ma mai ho chiesto ad alcuno di tenere i miei ritmi, ma questo stato di cose, fu la mia rovina, i piani alti dei vertici aziendali ne erano a conoscenza.

Un giorno, sette giorni dopo la fine della mia relazione, fui convocato in Olanda dal Direttore Generale, ovvero, dall’unico proprietario della Compagnia, il mio animo mediterraneo mi consigliò di non utilizzare la compagnia aerea della mia ex, onde evitare aggressioni in volo con relativa denuncia alle autorità aeroportuali nei miei confronti, arrivai ad Amsterdam di prima mattina, in un albergo già prenotato da loro, ebbi l’intuizione che mi stesse per accadere qualcosa di importante, avevo una suite tutta per me, riposai senza disfare le valigie, già altre volte era capitato di ripartire dopo qualche ora, alle dieci venne un’auto della Compagnia a prendermi, dopo venti minuti ero al cospetto, dell’arci milionario Ernest

– Allora, com’è andato il viaggio?

– Bene, non mi posso lamentare, sono stato trattato nel migliore dei modi, non poteva essere altrimenti, vista la prenotazione fatta dalla Compagnia in prima classe da Roma per Amsterdam.

Sorrise, mi conosceva da cinque anni, era stato lui che mi aveva assunto, non rientrava nei suoi compiti, ovviamente delegava altri, ma quel giorno, quando mi sedetti davanti all’esaminatore, in risposta ad un loro annuncio sul Giornale delle GDO, fece spostare l’esaminatore e iniziò a valutarmi, una raffica di domande senza tregua, non sapevo minimamente chi era, ma l’ho capii alla fine, mentre per gli altri c’era un laconico “Vi faremo sapere”, con lui, fu totalmente diverso “Domani alle otto nel mio ufficio, al diciottesimo piano, sei assunto!”.

Mi alzai, intontito e meravigliato, gli altri erano più stupiti di me, compreso il capo del personale , il quale mi fece accomodare nel suo ufficio, per farmi firmare il contratto, quando lessi il frontespizio,”A tempo indeterminato” lo guardai stupito e lui “Questi sono gli ordini del proprietario”.

– Sono contento Luzio!

La cosa non mi convinceva, poche volte mi aveva chiamato così, sempre e solo di cognome, nei rapporti era impersonale e quelle poche volte che l’aveva fatto  erano incarichi speciali o difficili, quindi fui attentissimo, si alzò e accarezzò la fotografia della sua famiglia, in quella foto c’era la moglie e le sue quattro figlie, ci  teneva moltissimo e mi ricordo una volta che dovevo partire per il Portogallo mi disse “Sei fidanzato” – “No” – mi stupì – “Che aspetti? Di diventare vecchio senza famiglia?” risposi  “Aspetto il momento giusto e la persona giusta!”,  gli piacque e fece cadere il discorso.

– L’ultimo ipermercato in Inghilterra a Bristol funziona alla grande, la percentuale delle presenze, in soli tre mesi, è triplicata.

Aspettava

– Certo, avere un bacino di utenza superiore alle cinquecentomila persone mi ha aiutato molto.

– Vero! Ma con te alla guida è stata importante, per questo ti ho inviato lì dopo il misero fallimento dell’inaugurazione.

Qui gatta ci cova, pensai!

– Orbene, so che tra tre giorni inizi il prossimo corso per dieci neo-direttori, ma avrei una opportunità da proporti.

Ecco, ora arriva, in quale parte del mondo, sarò inviato, già sapevo da voci di corridoio e da notizie lette tra le righe dal Giornale delle GDO, il Gruppo voleva espandersi oltre manica.

– Il tuo stipendio attuale?

Aveva la mia cartellina davanti, l’avevo intravista

– Cinquemila euro netti escluso gli straordinari, al mese.

– Con?

– L’alloggio e niente spese per contratti delle utenze.

– Bene, da oggi e se dovessi accettare l’incarico, il tuo stipendio, sarà raddoppiato con tutti i benefici di cui già godi in più l’auto aziendale ti verrà regalata senza ulteriori oneri da parte tua  – così dicendo prese qualcosa dal suo cassetto – e mise le chiavi davanti a me,  era una chiave elettronica per auto, c’era lo stemma della mercedes.

Notizie simili, avrebbero stordito chiunque senza toccarlo, immaginate il sottoscritto in quel momento, ma il pensiero fisso era solo uno, cosa giustificava tutto questo ben di Dio?

Ma il mio self control, tenne, anche se dentro di me c’era tempesta forza nove.

Incassò, non aveva dubbi in proposito, mi conosceva piuttosto bene, quindi sapeva perfettamente a cosa stavo pensando, iniziò

– Tu sei sardo di origine?

Oddio e questo che c’entra?

-Si.

– Di dove?

– Olbia.

Inutile chiedere il perché, attendeva una mia domanda,  ma non gli diedi questa possibilità, volevo sapere dove voleva arrivare, lui capì, cambio strategia

– Circa dieci anni fa, acquistai un centinaio di ettari di terreno per dieci milioni di euro, alla periferia di Olbia lato mare, erano degli investimenti da portare in detrazione in bilancio, per mancati guadagni e inserire le perdite in sottrazione dagli utili.  Cinque anni fa, quella zona è stata dichiarata edificabile, come tutto il circondario e negli anni, sono sorti edifici e uffici pubblici dove prima c’era il nulla, quindi  decisi di iniziare un programma di investimenti nella zona e di far nascere un Centro Commerciale di tutto rispetto.

Girò una tavola e mi fece vedere il Centro Commerciale, qualcosa di mastodontico, grande come quello di Bristol, lo osservai con molta calma, lessi i numeri laterali in legenda, 120 negozi, 52 esercizi commerciali bevande, food, caffè, dieci pizzerie, personale diretto e indiretto della Compagnia 120 persone, Ufficio di direzione cinque persone.

Questa fu la nota stonata, stavolta lo guardai, in altri nostri Centri di grandezza minore, la direzione contava ben venticinque persone

– Notevole, un grande investimento per poco più di centocinquantamila persone tra Olbia e province.

Non sorrideva più, era molto serio

– Forse!

Poi sorridendo

– Giusta osservazione, non avevo dubbi! Bene, in questo nostro prodotto, stiamo testando una Gestione completamente rinnovata, tutta automatizzata a livello informatico e con l’aiuto della robotica.

Conoscevo il progetto, ma dalle ultime rilevazioni si era conclusa in una riunione di non considerare “maturi” i tempi di immissione sul mercato, in effetti era avveniristica, ma di fatto, ancora utopica, di certo molti non conoscevano questa nuova nascita e nemmeno io ero stato messo al corrente, ma questo era ininfluente, non ero certo io a capo di una Compagnia, con 250 ipermercati e circa diecimila dipendenti in busta paga, numeri che da soli fanno rabbrividire.

Aspettavo la stoccata finale

– La proposta ti meraviglierà, ma vorrei che diventassi il nuovo Direttore Responsabile di questo Centro Commerciale!

Eccola la, secca e precisa! E ora?

Se fosse capitata in altro momento, forse avrei avuto certamente delle remore ad accettare, se solo quella stronza non mi avesse trattato solo come un toy boy, avrei chiesto anche il perché, spostare una risorsa come me su un GDO di tutto rispetto, ma dove minimamente  la mia persona era indispensabile, non aveva senso farmi una proposta del genere, proprio adesso quando la Compagnia si stava preparando per entrare in campo negli Stati Uniti d’America, dove per poter sfondare ci volevano persone preparate e con gli attributi sotto e allora?

Ernest, stava sondandomi per capire, ma stavolta dovette desistere

– Cosa ne pensi?

Fui diretto quanto lo era stato con me

– I negozi non pagano?

– No

– Problemi con i dipendenti?

– No

– Con le società in sub appalto?

– No

– Allora non capisco!

Se l’aspettava, mi conosceva troppo bene dal punto di vista lavorativo, sapeva a cosa si riferiva la mia risposta e tutto il ragionamento che avevo fatto.

– Mi servi ad Olbia, in un anno di gestione ho perso due direttori dell’ipermercato.

Stavolta ero si stupito

– Licenziati?

– No, si sono suicidati!

E mi piantò i suoi occhi in attesa di risposta, non potevo fare altro e lui lo sapeva, nonostante la cattiva notizia della morte dei miei colleghi

– Accetto!

Non si mosse un muscolo facciale, mi girò il contratto per farlo firmare e solo dopo si accese il suo sigaro un avana invecchiato, sintomo della sua grande soddisfazione, prima di salutarmi, mi diede una valigetta, me la fece aprire, c’era una cartellina, conteneva dei documenti del Centro Commerciale, il contratto per l’abitazione, i documenti della macchina e il biglietto aereo di sola andata intestato a mio nome, per la sera stessa per Olbia, non potetti fare a meno

– Come sapevate?

– Ne ero certo, non te ne pentirai!

E così frastornato, tornai all’albergo, controllai il mio numero di conto corrente, mi erano stati depositati tre mesi di stipendio, cinque minuti prima, non acconti, ma a fondo perduto.

Tanta grazia!

Ecco quello che stavo pensando su quella panchina in aeroporto, quando per un caso, mentre fumavo una sigaretta all’esterno, vidi al di la del vetro, una ragazza, un flash, era particolare, aveva dei lineamenti vagamente familiari, pensai di essermi sbagliato, lei uscì fuori, era vestita in modo casual, scarpette di ginnastica, pantaloni larghi neri, una camicetta bianca e sopra un giubbino di jeans, borsetta tipo borsello a tracolla, si sedette su una panchina a circa dieci metri da me, non riuscivo a vederla in volto e dopo essersi preparata una sigaretta, iniziò a giocare con un gattino randagio, lo chiamò e lo accarezzò, lui faceva le fusa, ma i capelli a cascata non mi davano l’opportunità di vederla bene, solo quando alzò la testa e il gattino scomparve alla vista, si scostò i capelli, fu solo allora che mi ricordai, era lei, ma non feci in tempo ad alzarmi.

Ricevette una telefonata, spense immediatamente la sigaretta, si guardò intorno e si diresse dentro, ero ancora imbambolato, la vedevo, era corsa agli arrivi un uomo alzò la mano, lei corse e lo agganciò come sanno fare solo le donne innamorate,   saltandogli addosso in un attimo, cingendo tutte e due le gambe all’altezza del suo torace, abbassai lo sguardo ma era forte la mia curiosità,  volli vedere ancora, l’uomo automaticamente lasciò il borsone e la sorresse per le natiche e… in un attimo si trovò a terra con una pistola puntata sulla fronte all’altezza degli occhi, in pochi secondi arrivarono di tutto, polizia, carabinieri, fu ammanettato e scomparvero,  ed anche lei scomparve.

Non mi ero ancora ripreso da quella scena vissuta in diretta, ascoltai l’altoparlante stavano chiudendo il mio imbarco, mi avviai velocemente, guardandomi intorno cercandola, ma non c’era più, sull’aereo comodamente in prima classe mi apprestai a passare quell’ora di distanza tra la mia vecchia routine e il nuovo incarico, avevo portato con me un libro, per ingannare l’attesa, ma non lo presi, stavo pensando a lei, mi ricordava una ragazzina che avevo conosciuto in oratorio tanti anni prima, eravamo a messa con tutti gli altri oratoriani, al momento della preghiera dei fedeli, ero emozionato, era la prima volta, ero stato scelto per un brano da leggere ed ero leggermente intimorito dalla platea della chiesa, fu lei, con un fermacapelli buffo nei capelli neri come la pece a farmi forza, mi diede la manina “Ce la faremo, andiamo!” e così,  forte di quella sicurezza dovuto a quel contatto, andai alla grande,

Pianse tanto quando le comunicai che partivo vent’anni fa, da allora non l’avevo più vista e sentita!

L’appartamento era molto bello, mi piaceva, aveva due stanze da letto, un salone ampio, una cucina due servizi e un grande ripostiglio, ultimo piano, direi attico, con un terrazzo di circa cento metri intorno all’appartamento, posai i bagagli, l’auto, secondo le istruzioni la trovai al parcheggio dell’aeroporto ed avevo un garage molto spazioso, c’era posto per due auto, mi affacciai avevo una vista sulla città, sul mare  e sentii i suoni di un luna park.

Erano ricordi di un ragazzino, ma i miei genitori mi portavano sempre a visitarlo e li mi inebriavo di quelle luci, dei colori, delle attrazioni, sentii il bisogno di evadere per quella sera e così scesi a piedi e dopo cinquecento metri in una villa molto grande piena di verde, vidi al centro i carrozzoni illuminati con tante persone intorno, adulti, anziani, bambini, famiglie intere, l’odore dello zucchero filato, la pesca dei pesciolini rossi, la bancarella che vendeva giocattoli, ad un certo punto mi sentii alle spalle, un piccolo colpo come se fossi stato colpito da una piccola pietra, mi girai, ma a terra vidi un turacciolo, lo presi, cercavo di capire chi mai l’avesse gettato, poi poco distante vidi una signora ben vestita che cercava di calmare un bambino

– Ma non, non l’hai perso Dario, ora lo cerchiamo.

E il bambino, piangeva più forte, lo vidi aveva un fucile giocattolo, di quelli che avevano un turacciolo alla fine legato con una cordicella, mi avvicinai

– Per caso è questo?

Mi guardò, non pianse più e sorrise, strappandolo dalle mani

– Ma si fa così? Lo scusi, hai visto l’ha trovato il signore…

Sorrisi

– Lo lasci stare, mi hai anche colpito lo sai?

Stavolta si nascose dietro la  gonna

– Scusatelo è il mio nipotino, evidentemente non era stato messo bene il turacciolo ed è scappato, lo scusi!

Sorrisi, nel frattempo lo stavo rilegando alla cordicella

– Ma è un bambino signora, non si preoccupi, solo che la prossima volta non sparare se davanti c’è qualcuno.

E gli accarezzai la testa, uscì da dietro la gonna, disse di si e rispose

– Grazie signore.

Anche la donna sulla sessantina mi ringraziò sorridente e andarono via.

Sentii una stretta al cuore, poteva avere sei anni, anch’io avrei potuto avere una famiglia e un figlio come lui, ma non mi era stato ancora destinato.

La mattina successiva di buon’ora mi avviai al Centro Commerciale, presi l’auto perché era distante dal centro città, una decina di chilometri, era deserto a quell’ora, mi feci riconoscere dalla vigilanza, avevo il cartellino a banda magnetica per entrare nei locali e passeggiai per tutto il periplo del Centro.

Non c’è che dire, era proprio bello, già lo immaginavo con tante persone e mi recai presso la sede della vigilanza interna, li dalle telecamere potevo osservare tutto il Centro e il personale di servizio mi avvisò che venivano trasmesse tutte le immagini anche nel mio ufficio, per ultimo mi avviai in direzione, non c’era ancora nessuno, quattro scrivanie all’ingresso e poi una scrivania prima della mia stanza, era un ufficio notevole, iper accessoriato, il quadro delle telecamere erano a vista, poi tutti gli altri accessori per poter comunicare con l’intero centro e la sala, sentii bussare

– Avanti.

Un giovane sui trent’anni, come me

– Buongiorno Direttore, se vuole possiamo venire a presentarci.

Ero contento, rispecchiavano i protocolli che avevo insegnato nei corsi

– Certo!

E così si presentarono, ma grande fu la meraviglia, quando vidi l’unica donna del gruppo, era lei, la nonna della sera prima, anche lei era stupita, dopo aver stretto le mani agli altri, arrivai a lei

– Allora, ci rivediamo!

Diventò rossa, gli altri la guardavano interdetti

– Grazie, il mio nipotino l’ha raccontato a mia figlia ieri sera, era dispiaciuto.

– Vedrà, non  gli accadrà più.

Almeno una persona la conoscevo, tenni il discorsetto, breve di inizio e poi tutti al lavoro, Elide così si chiamava la nonna, era il mio assistente personale, ne era fiera, lo vidi quando ci salutammo e iniziammo a lavorare.

Solo per rispetto, degli altri due predecessori, non chiesi nulla sulla loro morte, ma dovevo conoscere le azioni che avevano intrapreso e Elide, prima ancora che glielo chiedessi, mi portò le cartelline, era tutto codificato nei nostri GDO e lei  era la più anziana di certo lo sapeva perfettamente, la ringraziai e continuai, mettendo le due cartelline nella mia valigetta.

La prima settimana volò, non ebbi il tempo di leggere le cartelline personali, ma lessi le loro direttive, poi si presentarono tutte le persone a capo dei vari dipartimenti, dalla manutenzione, alla pulizia dei locali, i responsabili della sicurezza esterna e delle videocamere e così di seguito, mi mancava solo il dipartimento della sicurezza interna, ma non ci feci caso, fu Elide a farmelo notare, telefonai e mi dissero che erano in attesa del loro nuovo comandante e si sarebbe presentato non appena fosse arrivato.

Elide non lasciava mai il lavoro, fino a quando c’ero io, glielo feci notare, e lei

– Non si preoccupi, fin che posso, l’aiuto volentieri.

La ringraziai e ci avviammo a casa, prima di salire, non avendo voglia di cucinare quella sera o di mangiare pre cotti, mi fermai in una bar-pizzeria, vicino casa, era la prima volta mi sedetti ad un tavolo, portavo con me la valigetta, presi le cartelline e diedi un’occhiata ai miei predecessori, avevano tutte le carte in regola, non ero io che li avevo formati, ma Enrico un mio collega, lo chiamai

– Enrico sono Luzio.

Sorpreso, vista l’ora

– Scusami, tu sai i nostri orari.

– Non ti preoccupare, dimmi?

– Sai che sono ad Olbia?

– E chi non lo sa, in un’indagine prima di essere chiamati dal Gran Capo, il capo del personale alla fine di una sua ricognizione sul personale dirigenziale concluse che ad Olbia non ci sarebbe andato nessuno.

Incuriosito

– Come? E perché?

– Luzio, non fare l’ingenuo, sai che ci sono stati dei morti.

– Si

– Suicidati?

– Si

– E non è strano?

– Non lo so, potrebbero aver avuto problemi personali, sai io non sono superstizioso.

Risata

– Ecco! Il Gran capo ti conosce bene, ma alla fine te l’ha proposto e tu accettato, sicuramente ben retribuito.

Azz! Sapevano tutto!

– Si, come certamente ben saprai, volevo chiederti qualche notizia, visto che sono stati tuoi corsisti, ho letto le loro cartelle personali e nulla fa evincere qualche problema serio, mi puoi dare una mano a farmene una ragione dei loro suicidi.

– Questo proprio no, quello che hai letto, lo so bene, perché l’ho scritto io,  posso dirti che erano entrambi sposati, il primo Luca a Lecco e il secondo Remo  a Roma, lo so perche facevano la spola quasi tutte le settimane non avendo portato le famiglie con se, giovani, forse troppo giovani per quell’incarico, ma dai loro curriculum e dai colloqui, ho notato una certa presunzione che rasentava l’arroganza, in poche parole, volevano emergere, una sola cosa li accumunava, erano entrambi superstiziosi.

Capii che non c’era null’altro da aggiungere

– Grazie, a buon rendere.

E ci salutammo!

Mangiai una pizza, era passabile, dissi che sarei ritornato, se fossi stato più attento, mi sarei accorto di qualcosa, ma ero immerso nei miei pensieri, sentivo la mancanza di quella stronza, purtroppo, era ancora viva la ferita.

La mattina successiva mi avvertirono che nel pomeriggio, sarebbe venuto il comandante della vigilanza interna del Centro e chiedevano se ero disponibile ad incontrarlo, Elide mi riferì ed io accettai per fine lavoro, alle diciannove ma aggiunse che lei non poteva esserci per il nipotino, le risposi di non preoccuparsi.

Puntuale alle diciannove, sentii bussare alla porta, per poco non mi veniva un infarto, davanti a me, mi ritrovai il vice comandante, tale Aldo e poi lei, quella ragazza l’avevo riconosciuta era quella dell’aeroporto di Napoli, ero così stupito che non vidi la sua mano in attesa della mia…”….

…segue…
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Araldo Gennaro Caparco

23 Febbraio 2024 – La forza e la disperazione. – di Araldo Gennaro Caparco

Vari riconoscimenti in dieci anni nella carriera di ufficiale non hanno impedito che mi comminassero una sanzione disciplinare grave per un’azione condotta male e con madornali errori non dipendenti dalla mia volontà, ed è per questo che sono stato spostato dall’ufficio operativo della narcotici dei carabinieri ad un reparto amministrativo in un’altra caserma da sei mesi.

Ma quello che è peggio, mi tengono inattivo, sono in questa stanzetta da sei mesi senza avere un incarico amministrativo, semplicemente mi ignorano!

Rispetto ai non orari che avevo prima, fare dalle 8 alle 14.00, mi pesa più di tutte le notti che sono stato operativo in pedinamento o appostamenti.

E la centesima volta che apro quest’armadio e lo rimetto a posto, pratiche dell’anno 2016, nessuno mi ha dato l’incarico di farlo, ma qualcosa dovrò pur fare, passo il tempo mortificandomi sempre giorno per giorno.

E’ un braccio di ferro tra me e loro.

Chi sono loro?

Sono i miei colleghi i topi da scrivania che non hanno mai fatto parte di un’azione operativa, sono “ dei senza pistola”, pure quella mi hanno ritirato, quando il capo ufficio mi ricevette, disse che ero stato fortunato che non mi avessero sbattuto fuori dall’arma dei carabinieri.

Non devo dare soddisfazione!

Certo mi macero dentro,  molto, ma no, la soddisfazione di urlare e sbattere i pugni o chiedere un incarico, non la devo dare, prima o poi si arrenderanno, ma non ho nessuna intenzione di farlo io per il momento.

Eravamo ai principi di dicembre, mi recai al bar della caserma, tutti sapevano e tutti mi evitavano, nessuno voleva parlare con me, ero un operativo messo a dimora, a trentacinque anni.

So quello che si aspettano: che dia le dimissioni, ma non lo farò!

Ordino il solito cappuccino, mentre aspetto, cerco i giornali per passare del tempo, stavo per avviarmi alla bacheca

– Allora come ti trattano?

Riconoscerei quella voce tra mille, è quella del mio ex capo

Sottovoce per non farmi sentire

– Buongiorno signore.

E lui sorridendo

– Il Signore è in cielo, lo sai.

– Ma io sono su questa terra all’inferno, a pagare per errori fatti da altri!

Vedo che la fronte si rabbuia

– Hai ragione, ma non ho potuto fare nulla per evitarlo.

– Voi no, lo so, ma i miei documenti, in dieci anni di attività, avrebbero potuto se fossero stati consultati!

Mi prende sottobraccio, vedo da lontano alcuni scribacchini che sorridono tra i denti

– Sono iene, mi tengono isolato.

Si guarda intorno

– Si ricrederanno!

Sono sorpreso, mi ha dato ragione senza dire nulla

– Vedi, c’è una ragione perché sono qui.

Mi fermo

– Quale?

– Andiamo nella tua cella.

Aveva usato la giusta espressione, ma tanti vedendomi in compagnia di un colonnello si meravigliarono, compreso il mio capo ufficio, che avvertito per tempo, si fece trovare sulla porta per omaggiare il suo superiore.

Lui, non lo guardò nemmeno, rispose solo al saluto ed entrammo nella mia “cella”.

– Eccoci!

Si guardò intorno, disgustato, presi una sedia, la mia e lo feci accomodare, già avevo solo una sedia, io mi misi su un gruppo di faldoni che stavano a terra

– Tutti possiamo sbagliare, ma vederti qui mi fa veramente male, so quello che hai fatto in questi dieci anni, non ti ho mai raccomandato e hai fatto tutto da solo, acquistando la stima dei tuoi colleghi, tu non lo sai ma loro hanno scritto una lettera di protesta al comandante generale, dopo che ti avevano escluso dall’operatività.

Ero contento, ma non sorpreso, li conoscevo tutti uno per uno.

– Ho lasciato che la commissione di indagini terminasse il lavoro e poi ho chiesto l’incontro con il Generale Orsola, l’avevo promesso a tuo padre dopo l’attentato cinque anni fa, dove perì anche tua madre, rea di essere solo insieme al marito in una domenica d’estate.

Quel ricordo, mi fece tremare, ero ancora in uno stato di shock

– Lui, mi chiese di tenerti d’occhio, ma non di aiutarti, sul letto d’ospedale prima che finisse. E così ho fatto! Quando è arrivata la cartellina dei documenti, che palesemente riportava che si c’era stato un errore, ma per un difetto di informazione, tu non potevi immaginare che l’uomo che hai arrestato all’aeroporto con la valigetta piena di droga era un ufficiale della guardia di finanza che era stato infiltrato.  Ho parlato con Francesco, il generale, che come sai era mio compagno di corso come tuo padre, poi lui con la laurea ha fatto carriera ed io no, facendo presente il tutto e lui che ben conosceva il caso, mi ha risposto che aveva ricevuto il verbale di chiusura e avevo ragione ma che comunque prima di un anno non avrebbe potuto reintegrarti.

Un anno? Oh mio Dio! Ancora sei mesi in questo tugurio, come farò?

Mi vide che mi ero distratto, mi richiamò all’ordine

– Ascolta, ci sarebbe una possibilità!

Ero attentissimo

– Mentre stavo contestando tale decisione, fu annunciato e fatto entrare un ufficiale della guardia di finanza, vedendomi non voleva parlare, ma fu sollecitato da Francesco “Dica? Il colonnello Piero qui presente è venuto in veste d’amico di vecchia data” lui non voleva, si vedeva, ma sollecitato obbedì “Onde evitare che possa ripresentarsi il problema di qualche mese fa, sono venuto per chiedervi una mano in un caso molto delicato”, mi accomodai poco distante e rimasi in ascolto “ Sappiamo che c’è un grosso carico di droga che sta per arrivare in città, sappiamo chi lo manda ma non chi lo riceverà, il nostro Capo di stato maggiore, vuole scoprire come fanno a smerciarlo nella nostra città per poi arrestare tutta la banda e chi l’ha ricevuto, stroncando il traffico illegale” il generale Orsola era molto attento e gli fece cenno di proseguire “Mi ha mandato qui per chiedervi di infiltrare qualcuno”.

Il discorso si faceva interessante

– “E questo qualcuno valido dove lo trovo adesso sotto le feste di Natale, i nostri agenti sono tutti impegnati, mi chiedete l’impossibile” a quel punto intervenni “ Francesco posso proporti qualcuno?” mi guardò strano, ma intuì subito “Se non accettasse?” ed io “Lo reintegri subito, se accetta?” ci pensò mentre il finanziare ci guardava interdetto “Si!” – “Bene allora, entro domani ti farò sapere, va bene?” il generale guardò il finanziere che disse subito di si, ed eccomi qua!

Mi stava scrutando, cercavo di non incontrare i suoi occhi, ma li sentivo che mi guardava, non lo feci attendere troppo

– Accetto!

Saltò dalla sedia, si alzò e sorridendo

– Lo sapevo!

Così dicendo, dalla borsa che aveva con se, prese la mia pistola e il mio tesserino e li mise sulla scrivania

– Ma come?

– Ne ero certo!

Mentre lui prese il cellulare e fece delle telefonate, guardavo la mia 38 special, quante volte mi aveva salvato, c’era il mio cinturino, automaticamente la incollai al mio piede destro, quello era il suo posto, riposi il tesserino in tasca e dal mio borsello ripresi la catenina con il mio numero di matricola 3828 e la misi al collo, finite le telefonate, sorridente

– Andiamo!

Non volevo chiedere nulla, era la mia unica carta da giocare per uscire da quel tugurio e tanto mi bastava!

Presi quelle poche cose che avevo nell’unico cassetto della scrivania, diedi un ultimo sguardo alla stanza e uscimmo, dal piantone fece chiamare il capo ufficio e presentatosi immediatamente, lo avvertì che da quel momento non facevo più parte del suo ufficio, rimase con la bocca aperta, salutò e fu ricambiato, senza alcun cenno di giustificazione

Solo nel cortile, dissi

– Dove andiamo?

– A pranzo!

Altro non seppi, ma lo stupore era stampato sul viso, l’attendente con l’auto stava fuori alla caserma, evidentemente sapeva dove dovevamo andare o era stato avvertito,  perché non chiese nulla e si avviò.

Dopo circa un’ora entrammo in un ristorante, l’addetto all’ingresso ci guidò verso un tavolo, dove era già seduta una persona, era di spalle, poi si girò

– No, non è possibile?

Feci un salto all’indietro

– Tu?

Il generale

– Vi conoscete?

Eravamo entrambi senza parole, c’erano altre persone, ma cercammo di non farci notare, ci accomodammo

– Certo, è quello che mi ha arrestato!

Di tutte le persone lui era l’unico che avevo sperato di non incontrare più sul mio cammino, ed era invece li, davanti a me, avevamo la stessa età o quasi, non dicemmo nulla per qualche minuto, poi stesi la mano

– Nino

Lui era titubante, poi la strinse

– Visto che dobbiamo lavorare insieme, Andrea.

Il colonnello non commentò, tentò di sdrammatizzare

– Bene, bene, vedo che siete leali, si è trattato di un malinteso e lui ha già pagato caro, ora nel frattempo che ci portano il pranzo, visto che avete un piano e non avete voluto che venisse da voi in caserma, saremmo curiosi di conoscerlo.

Il finanziere si risvegliò e divenne più formale

– L’operazione è troppo importante e non possiamo correre il rischio che qualche talpa la mandi a monte, si è vero sono sorpreso, ma conoscendo il tuo curriculum penso anche che sei la persona giusta per questa operazione.

Sentirlo mi fece piacere e la tensione si allentò!

– In una località a due ore da qui, c’è un distributore di benzina con annesso un piccolo centro commerciale formato da un market, un bar, una pescheria e un ristorante, si trova sull’autostrada. Sappiamo dalle nostre fonti,  che dovrebbe arrivare a giorni un carico di droga, destinato alla capitale, ma non sappiamo quando e a chi dovrà essere consegnato.

Lo guardavo con attenzione

– Abbiamo tentato di infiltrarci, più volte ma è come se qualcuno anticipasse le nostre mosse, abbiamo dovuto fare marcia indietro e in attesa di scoprire la nostra talpa abbiamo chiesto una mano a voi, vista l’urgenza. Nino te la senti di trasformarti in un senza casa per questo mese.

Che vuol dire senza casa? Non mi interessava! Immediatamente

– Si.

Lo avevo sorpreso

– E’ inutile dire che noi due saremo sempre in contatto. Alla fine di questa strada c’è un camper, piuttosto malandato nell’aspetto, ma è solo una parvenza, dentro troverai tutto il necessario, in una busta nell’armadio riceverai altre istruzioni, abbiamo fretta il carico potrebbe arrivare da un momento all’altro e quindi non appena abbiamo ricevuto la telefonata del Generale Orsola, abbiamo pianificato la logistica, te la senti?

Per la miseria, l’azione partiva subito, meglio così

– Certo, una sola domanda, posso restare in contatto con i miei uomini della squadra narcotici?

E lui

– Sono persone fidate?

– Certo li conosco perfettamente!

Vista la perplessità di Andrea, intervenne il colonnello

– Sarò il tramite da Nino per loro.

Dopo qualche minuto di riflessione

– Va bene.

Pranzammo piuttosto velocemente in silenzio, ci stavamo analizzando a vicenda, Andrea mi diede le chiavi del camper e dopo aver salutato uscii da solo.

Alla fine della strada vidi il camper, sembrava un catorcio, c’era ruggine dovunque, ma dentro era tutta un’altra cosa, quando lo misi in moto per allontanarmi dal ristorante, mi resi conto che il motore era come un orologio, veloce e scattante, perfetto!

Dopo qualche chilometro, mi fermai in una piazzola d’emergenza sulla strada statale, presi la busta che mi aveva indicato Andrea, conteneva dei fogli e una somma di denaro, lessi tutti avidamente, ero stato troppo fermo ed ora avevo l’eccitazione dell’azione.

Come era scritto in quei fogli, dopo averli letto li bruciai e mi cambiai d’abito, avevo solo delle tute di diverse taglie e delle scarpe da ginnastica.

La località era sull’autostrada e confinava con una strada che la collegava ad un paese vicino, prima di partire aprii l’armadio piccolo e trovai una stazione radio ricetrasmittente collegata alla Guardia di Finanza e un cellulare, inserii in memoria anche il numero del colonnello e riposi la mia pistola in una piccola  cassaforte, sotto la radio.

Da quel momento, i miei dati anagrafici erano:

Tano………, nato a Siracusa, avevo un passaporto con annulli vari di viaggi effettuati in paesi europei, i documenti erano perfetti e non mi sorpresi dalla velocità con cui erano stati preparati, perché era stato il mio comandante a farli fare, era certo che avrei accettato, presi solo la carta d’identità tipo bancomat e la carta di credito, e partii.

Dopo due ore ero sull’obiettivo, secondo le indicazioni mi posizionai nel parcheggio dei camion, a metà strada tra il distributore di benzina e il centro commerciale, abbassai i piedini di sosta del camper.

Uscii per dare un’occhiata all’esterno e familiarizzare con i luoghi, entrai nel bar, c’era una persona sui cinquanta anni al bancone, chiesi un caffè, nell’attesa mi guardai intorno, pochi avventori, la maggior parte dei camionisti che stavano facendo sosta per mangiare qualcosa, ero così assorto che non mi resi conto che la signora mi chiamava

– Il caffè è pronto!

Mi girai e ringraziando iniziai a sorbire il caffè

– Viene da lontano?

Era classico, mi aveva visto uscire dal camper

– Si, ho fatto un viaggio lungo.

Sempre più curiosa

– Da dove?

Senza infastidirmi

– Dalla Sicilia!

Contenta della risposta, continuai a guardarmi intorno.

Facendo finta di leggere qualche messaggio sul cellulare, fotografavo quello che poteva interessarmi, vidi una ragazza piuttosto rotondetta ma carina seduta ad un tavolo, sembrava in attesa di qualcosa o qualcuno e notai che  metteva in mostra le sue grazie per poi appartarsi con qualcuno che l’abbordava, foto, barista, foto, da li passai al market adiacente, alla cassa un signore attempato, foto, poi feci un giro per i reparti acquistando qualcosa, commessa, jeans e camicetta a quadri, capelli raccolti in una coda di cavallo, foto.

Tornai al camper, scaricai le foto e le inviai ad Andrea

“Mi servono informazioni su queste persone”

Sul cellulare, immediatamente venne visualizzato un ok.

Scesi dal camper, trafficai nel vano posteriore e presi una tanica vuota e con questa in mano mi diressi direttamente al distributore di benzina

– Le dispiace?

Un signore piuttosto alto e robusto era di spalle, intento a fare il pieno di una macchina, si gira e vede il mio gesto rivolto alla fontana per l’acqua

– Prego!

Perdo tempo a riempire la tanica, poi con il cellulare scatto la foto, alla fine

– Grazie.

Faccio per andarmene

– Si ferma molto?

Si dice che la curiosità sia appannaggio delle donne, ma non è proprio così

– Si, per qualche giorno!

Per nulla sorpreso, era abituato evidentemente e mi aveva visto appena arrivato

– Allora le consiglio di spostarsi verso la pescheria, li vicino può approvvigionarsi d’acqua e c’è anche il bocchettone per collegarlo allo scarico del camper e alla luce elettrica, se mi da il documento di identità, attivo la postazione n.1, poi pagherà quello che ha consumato quando andrà via

Stavolta ero io sorpreso da tanta gentilezza

– Grazie, io mi chiamo Tano

E lui stendendo la mano

– Augusto

Prendo il mio documento, lui fa una copia in un bugigattolo di fianco alla pompa di benzina e attiva la postazione.

Con un sorriso, mi consegna il documento

– E’ stato un piacere conoscerla, mi sposto subito, prima che faccia sera.

Aveva voglia di parlare, certo deve essere monotono stare tutta la giornata in attesa dei clienti

– Fa bene, stanotte si prevede burrasca, acqua e vento e forse neve, comunque io abito sopra il bar, se le dovesse servire qualcosa, può chiamarmi.

– Grazie Augusto, prima di posizionarmi è meglio che faccia il pieno, così non avrò problemi.

Con la testa annuisce e ritorno al camper, dopo poco sono al distributore per fare il pieno

– Viene da lontano?

– Si da Siracusa.

– E’ un bel viaggio!

– Si è vero, ma l’ho fatto a tappe, ora mi fermo qualche giorno.

– Fa bene, questa settimana l’autostrada sarà pericolosa per il ghiaccio.

Finisce di fare il pieno, pago, ringrazio e posiziono il camper dove mi aveva consigliato, sono di lato alla pescheria, si sente odore di pesce, ma date le temperature l’odore viene diminuito dal venticello che sta per aumentare, siamo alle 19.00 e visto che è ancora aperta, decido di andarci.

– Buonasera.

Entro, non vedo nessuno, i banchi sono stati puliti per la chiusura, odorano invece di puzzare, alzo la voce

– C’è nessuno?

– Vengo, vengo.

Vedo un ombra che arriva da una stanza del retro, una persona anziana, di certo ha superato i settanta

– Dica, in cosa posso esserle utile?

Prima di rispondere faccio finta di rispondere ad un messaggio e fotografo

– Volevo dirle che mi sono appoggiato col camper qui di fianco a voi, vi do disturbo?

Mi guarda scrutandomi

– No, assolutamente, ma se siete venuto per acquistare qualcosa, ho passato quello che mi era rimasto al ristorante, qui vicino, se vuole può provare a trovare qualcosa anche di già cucinato.

Ringrazio, esco e entro nel ristorante, stranamente e non so perché, pensavo che fosse vuoto, invece ci sono diverse persone che stanno già cenando, non vedo nessun cameriere quindi mi avvio verso la cassa, da li posso dare uno sguardo panoramico, quattro coppie anziane, cinque giovani ad un tavolo, una famiglia all’altro tavolo, l’ambiente è rustico ma carino.

Finalmente intravedo una ragazza che porta un vassoio, no, anzi due vassoi in mano, con qualcosa e corre trafelata verso il tavolo dei giovani, mi passa vicino, faccio appena in tempo a scansarla, uno sguardo e corre via, mi incrocia sulla mia strada al ritorno, hai i capelli attaccati all’occhio destro, è bella e buffa, mi viene da sorridere, mi guarda e mi fulmina con uno sguardo

– Hai bisogno di qualcosa?

La risata mi rimane in gola, mi ha fulminato con due occhi verdi smeraldo, quasi balbettando

– Hai bisogno di aiuto?

L’ho sorpresa, non avrei dovuto ma con la mano destra le sposto i capelli dall’occhio, ha apprezzato il gesto, mi fissa come se fossi un alieno

– Proprio oggi che era la giornata del baccalà, quello stupido di cameriere mi ha mollato, non ti conosco, ma se vuoi…

Non me lo faccio ripetere due volte, tolgo il giubbino e lo sistemo dietro alla cassa seguendola nel retro del locale, ovviamente nel riporre il cellulare, foto. La cucina è perfetta, c’è solo lei, passa ai fornelli e mi chiede di preparare dei…”….

…segue…
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Araldo Gennaro Caparco