30 Marzo 2020 – Decima puntata: “Una seconda opportunità” di Araldo Gennaro Caparco

30 Marzo 2020 – Decima puntata: “Una seconda opportunità” di Araldo Gennaro Caparco

30 Marzo 2020…

Decima puntata: “Una seconda opportunità”.

…un mio nuovo “romanzo spontaneo sgrammaticato” in diretta web ogni settimana, cinque pagine da condividere con voi!!

Prossima puntata il 6 aprile 2020.

Araldo Gennaro Caparco

.-.-.-.-.-.-.-.-
Immediatamente, rossa come un peperone
– Certamente!
Ci salutarono e rimanemmo solo noi due
– Che storia incredibile!
Mio padre parlava da solo, nel prendere un fazzoletto nella borsa, avvertii il gonfiore del portafoglio, lo presi e stavo dando uno sguardo, c’era l’indirizzo della casa a Marsiglia, stavo continuando a sbirciare nel portafoglio ma fui distolta
– Si è svegliato, venga signorina!
Era un infermiere inviato dai medici, mi alzai di scatto
– Dove vai?
– Da lui!
– Vengo anch’io?
Lo bloccai con la mano
– Fammi un piacere, aspettami qui se vuoi!
Rimase di sasso!
All’inizio del corridoio c’era l’accettazione del pronto soccorso, l’infermiere mi fermò per chiedere le generalità del paziente per le dimissioni, presi il documento d’identità di Rino dal portafoglio e dopo averlo registrato, finalmente entrai nella camera, era rannicchiato su se stesso in posizione quasi fetale, un infermiere cercava di convincerlo a girarsi, ma lui scuoteva solo la testa in senso negativo, mi avvicinai, provavo un misto di tenerezza e paura per la sua reazione, feci un cenno all’infermiere, si allontanò un poco, con la sinistra presi il suo braccio
– Dobbiamo andare!
Iniziò a tremare, con l’altra mano accarezzai le sue spalle
– Rino, dobbiamo andare, girati!
Non potrò, finche vivo dimenticarmi il suo volto quando si girò, era terrorizzato
– Dove?
Feci uno sforzo immenso per sorridere poi con decisione
– A casa…
Si dovette convincere, i suoi occhi mi fissavano, solo allora si tranquillizzò, con l’aiuto dell’infermiere lo rivestimmo, era molto debole e a tratti il dolore al torace lo lasciava senza fiato, si appoggiò in uno di quei momenti sul mio seno, poi si rese conto, si alzò all’improvviso
– Scusami!
Ero diventata di fuoco, quel contatto mi aveva procurato una grande emozione e gioia nello stesso tempo, come un bambino ubbidiente terminò di vestirsi, cercava di mettersi le scarpe, ma non ci riusciva
– Faccio io!
E lui fermandomi
– No, grazie, ce la farò da solo!
Cento contorcimenti, ma alla fine ce l’aveva fatta, si aggrappò al mio braccio, guardava la porta della stanza, una lacrima iniziò a scendere sul viso, riprese la sua paura e il panico
– Aiutami, non ricordo nulla, non so chi sei, non so chi sono, ho paura!
Le mie gambe stavano per cedere, la sua era l’espressione di un disagio interiore che non aveva limiti, ed io finii di domandarvi perché stavo lì, con lui, tutto mi era più chiaro, con voce ferma
– Ci sono io!
Fuori c’era mio padre che aspettava, quando uscimmo
– Salve.
Rino sobbalzò, guardava a terra cercando di non inciampare
– Salve signore.
Poi rivolto a me
– Dove vai?
– Lo porto a casa sua.
– E…
Stizzita, sapevo bene quello che voleva dire, ma non ero in animo di litigare con qualcuno e non era proprio il caso di farlo con Rino aggrappato a me come una cozza
– Ci vediamo stasera al locale!
Troncai così la conversazione e mi avviai all’uscita, lasciandolo a bocca aperta, in auto, finalmente iniziò a prendere colore il viso, guardava fuori e quando era sicuro che non lo guardassi, si girava
– Ho una casa?
Per poco non scoppiai a ridere, ma non era il caso
– Si.
Si fermò un attimo, evidentemente aveva presa coscienza
– Grazie.
Lo disse quasi sottovoce, mi fermai nei pressi di un supermercato, mi girai
– Di cosa?
Abbassò la testa
– Tutto questo è irreale, scusami, non so chi sei e nessuno ad oggi si era preso così cura di me…
Fece una pausa per prendere fiato
– … i medici hanno detto che sono caduto ed è per questo che non ricordo nulla, poi sei arrivata tu…sono confuso e disorientato, non so chi sono, cosa faccio, ma quando sono con te sono tranquillo, sereno, grazie.
Ma come diavolo può succedere…
… la sua voce scendeva ai minimi livelli e invece il mio cuore innalzava il ritmo, quasi mi vergognavo, ma che mi sta succedendo, mai mi ero sentita così, per fortuna lui non se ne accorse, mi sentivo il viso in fiamme, prima di scendere
– E’ momentaneo, stai tranquillo, ora faccio la spesa e poi ti accompagno a casa.
Scesi dall’auto come una furia, prima che potesse dire qualcosa, ero turbata per la prima volta in vita mia, si avevo conosciuto altri della mia età, ma mai, avevo sentito quel trasporto che adesso mi incuteva paura e timore, di cosa? Non lo so!
Quasi meccanicamente, presi il carrello e lo riempii delle cose essenziali che potevano essere utili, giunta alla cassa, guardai verso la mia auto nel parcheggio, lo vedevo da lontano, teneva la testa tra le sue mani scuotendola
– Ti ha trovato poi il tuo amico?
Feci un salto, mi girai era Andrè
– Chi?
Meravigliato
– Qualche sera fa è venuto al mio ristorante, Rino, quel tuo amico era in compagnia di Alfio, sai quello che ha una grande pescheria al centro città…
Fece una pausa
– …c’era anche Ines.
E si fermò!
Ines, quella cavallona bionda? Si, eravamo amiche, ma sempre mi aveva soffiato i ragazzi che si interessavano a me, a scuola, eravamo l’una diversa dall’altra e fra noi due, sceglievano lei.
Cosa ci faceva con lui?
Poi Alfio? Certo che lo conoscevo, dovevo tagliare corto, ero preoccupata per Rino nell’auto
– Si, grazie, ci siamo sentiti!
Pagai, salutandolo frettolosamente
– Ciao, buona giornata.
Appena entrai nell’auto, dopo aver depositato la spesa nel cofano
– Ho avuto paura che non venissi più!
Era spaesato
– Andiamo!
Quando arrivammo a casa sua, sgranai gli occhi, era tutto sottosopra e mi resi subito conto che pur mettendo a posto, era troppo piccola per ospitare due persone, si è vero, avevo pensato di restare con lui, il tempo necessario, ma era evidente che non potevo farlo, si guardava intorno come se l’avesse vista per la prima volta e per nulla sorpreso dal disordine
– Sono stanco!
– Mettiti qui sul divano, vado a prendere la roba in auto.
Quando ritornai sopra, lui era disteso sul divano, era nel mondo dei sogni, solo allora mi resi conto di quanto fosse diventato importante per me, l’osservavo così inerme, avrei voluto accarezzare quel viso, mi sentivo strana, era la prima volta che succedeva, si avevo avuto delle storie, l’ultima era stata disastrosa, ma oramai era un ricordo lontano, e ora, questa sensazione quasi opprimente, questo desiderio di non lasciarlo da solo, mi lasciava senza fiato e dopo averlo coperto con uno scialle, uscii fuori al balconcino che dava sul porto, avevo preso una decisione, digitai un numero sul cellulare
– Papà…
Iniziò a fare una raffica di domande, non mi lasciava parlare, lo bloccai quasi urlando
– …ascoltami, l’appartamento e invivibile, non posso lasciarlo qui…
Silenzio, lo immaginavo a bocca aperta
– Che vuoi fare?
La voce era tremolante, mi conosceva bene e sapeva che se avessi deciso qualcosa era difficile farmi cambiare idea
– Non voglio portarlo a casa..
Un sibilo era niente in confronto al sospiro di mio padre in quel momento
– …armo la barca e lo porto lontano da qui!
Silenzio totale o era svenuto oppure era sul punto di farlo
– Papà?
Finalmente
– Perché?
E subito dopo
– Sola con lui? Con uno sconosciuto? Ma ti rendi conto…
Ecco la vera ragione, per tranquillizzarlo
-C’è Didier con te?
Era la mia carta vincente, lui per me era come un vice padre, era l’uomo di fiducia di papà e mi aveva visto crescere dopo la morte della mamma, una presenza costante e discreta, ero la figlia che non aveva mai potuto avere non essendosi mai sposato
– Si
– Passamelo!
Un attimo dopo
– Piccola dimmi?
Mi svegliai e mi preoccupai!
Avevo appena aperto gli occhi e il lampadario sopra di me ondeggiava ritmicamente, mi guardai intorno, tutto mi era sconosciuto, la cuccetta dove mi trovavo era incassata sotto ad un piccolo armadio di noce, tutto profumava di mare, chiusi gli occhi e iniziai a fantasticare, ero in cielo?
Mi domandavo, allora ero morto!
Riaprii immediatamente gli occhi, toccai il bordo del letto e mi resi conto della morbidezza del legno, allora ero vivo, con una mano tastai la testa, avevo come un cerchio, c’era una fasciatura, con l’altra esplorai il torace, identica fasciatura, ma dove mi trovavo, mi sporsi dalla cuccetta, inforcai le pantofole e mi guardai nello specchio di fronte, ero in tuta, un colore che mi era sempre piaciuto, un celeste mare e sulla maglietta un timone di una nave, in basso a sinistra, una scritta “Nina”!
Oddio ero su una barca!
Come se avessi ricevuto una scossa elettrica, nonostante la testa che ronzava e il dolore fisso al torace, mi fiondai per il corridoio e dopo pochi istanti, salita la scaletta, vidi il cielo azzurro che si fondeva all’orizzonte con il mare, visione celestiale per me e improvvisa, guardai la parte inferiore, non c’era nessuno sul ponte, mi girai verso la prua e vidi un signore, era curvo e stava cercando di mettersi una tuta
– Dove sono? Lei chi è? Nina dov’è?
Sorpreso di ascoltare la mia voce si girò in malo modo e finì per cadere su un rotolo di corde
– Nina è in acqua!
Esclamò e con la mano indicava una boa
– Da qualche minuto la boa non si muove…
Pausa, poi abbassando la testa
-…sono preoccupato!….
.-.-.-.-.-.-.-.-

prossima puntata il 6 aprile 2020…buona lettura

Info sull'autore

admin administrator

Commenta